Il buon esempioCome l’Ucraina ha cambiato la mia vita (e potrebbe cambiare anche la vostra)

Dopo il 24 febbraio 2022, il Paese è diventato un enorme trasformatore di anime europee, nell’unico continente dove l’aspirazione a una vita decente è una reale possibilità

AP/Lapresse

Sono passati più di 24 mesi dal 24 febbraio che ha cambiato la Storia d’Europa e, se nei primi tempi contavamo i giorni dall’inizio dell’invasione, adesso siamo nel ’24 – i giorni sono diventati anni, e l’Ucraina esiste ancora, anzi esiste più che mai. Anzi, esiste a un livello dello spirito che la gran parte delle nostre esistenze non conosce, e rischia di non incrociare mai, se non abbraccia in modo completo e con responsabilità illimitata questa causa. Che è la nostra causa.

Molti conoscenti ucraini invece non esistono più, se non nella luce perfetta del ricordo di una vita giusta. Io sono qui, sono stato in Ucraina otto volte, ho visto la mia vita familiare cambiare e tremare e infuriarsi e gioire: ho immaginato con frequenza allarmante questa scena: i miei figli italiani e ucraini, sette e quattro anni, non sono piccoli ma hanno diciotto anni e mi dicono: «Andiamo a difendere la nostra terra». I figli rimangono sempre piccoli nell’occhio tenero dei genitori, anche quando sono adulti, figuriamoci quando stanno in una trincea con 20 gradi sotto zero rispondendo agli assalti di un’armata infinita inviata dal regime più abietto del mondo per ammazzarli.

Certo, per me questi due anni sono stati una guerra in casa. Ma vorrei allargare lo spettro delle parole e dei pensieri. L’Ucraina è infatti un luogo della Storia – e della Geografia – che può cambiare la vita di ogni occidentale. L’Ucraina post 24 febbraio 2022 è un gigantesco trasformatore di anime europee, e noi sappiamo ormai che l’Europa è il solo continente dove l’aspirazione a una vita decente è una reale possibilità, per centinaia di milioni di persone, grazie al mix irripetibile di democrazia liberale, istanze sociali, diritti civili e “capitalismo temperato”. Un valore immenso, fragilissimo. Ma l’Europa, prima del 24 febbraio, non sembrava averne piena contezza. Come sempre accade quando si rischia di perdere qualcosa di assai prezioso, le coscienze si risvegliano e la contemplazione burocratica del cosmo contemporaneo (leggi: Bruxelles) si è fatta finalmente azione, il vestito vibrante che una bandiera fatta di stelle meriterebbe.

Gli ucraini – con il loro sacrificio umano, pagato da una generazione di figli magnifici, madri distrutte, cuori straziati – ci hanno detto con chiarezza che sognano l’Europa, e questo sogno lo pagano con la vita. Questo sogno è più importante della fondamentale vita dei singoli, ma può trasformare le vite di tutti noi, singoli europei privilegiati dal nostro portfolio di diritti e vantaggi acquisiti senza fatica. Molti europei – per fortuna molti europei che contano, Ursula von der Leyen e Mario Draghi in testa – lo hanno capito fin da subito. Tanti altri, fra i quali molti italiani storditi e distratti da TikTok, non lo hanno capito neppure adesso, decine di migliaia di morti dopo.

Lo ripeto: l’Ucraina – la sua resistenza, la sua bellezza sfregiata, la sua popolazione, la sua causa adamantina, i suoi confini, il suo esempio continuo – rappresenta la più rilevante chance di cambiamento del modello psichico europeo dal 1989. Invito tutti, non solo chi è invischiato con carne e sangue, ma proprio tutte e tutt* ad avvicinarsi a questo trasformatore di anime e a lasciarsi trasformare. Non parliamo di geopolitica. Non parliamo di strategie militari. Non parliamo di Donald Trump, non parliamo di Volodymyr Zelensky o di Valeriy Zaluzhnyy, non parliamo degli aerei da caccia che pure salverebbero tante vite. Non parliamo delle armi, che, se usate bene, liberano. Parliamo di come possiamo cambiare, farci cambiare, migliorare, a dispetto della volgarità di cui siamo spesso complici, a dispetto dei nostri difetti congeniti, a dispetto della nostra fortuna o sfortuna. Parliamo di vite che si possono scolpire per il meglio.

Questa è la storia di come la vita di un uomo sia stata trasformata dalla frequentazione coordinata e continuativa di questa missione; e di come l’urgenza della guerra abbia migliorato un quarantenne pieno di cose che non vanno, a volte trafitto da meravigliosi colpi di fortuna, spesso incastrato dai propri abiti impietriti – di come un orizzonte vero si sia prodotto nell’aria viziata di una stanza tutta per sé.

L’uomo, lo scrittore – e molte altre cose, non sempre buone: infatti ero così assorbito dalla necessità di “Me” che cercavo disperatamente di moltiplicare la varietà – sono io, e chiedo a chi legge di andare su iTunes o su Spotify e aprire al minuto 2.11 la canzone di David Bowie Time, una delle più intense ballate al pianoforte mai scritte. Sentirete la voce del cantante che respira. Per due secondi. Poi mettete ’Tis a Pity She Was a Whore, scritta quasi cinquant’anni dopo. Sentirete il respiro di un uomo anziano, minato nel corpo, ma pieno di immaginazione pronta a spiccare il volo (l’immaginazione è qualcosa che prima viene scavata e poi prende subito il volo: tipo i video al rallentatore di cavallette e altri insetti alati, una forma di invenzione che è sempre in anticipo sull’inventario). Il respiro è un elemento fondamentale del pensiero buddista. Nessuno che non riesca a respirare potrà avvicinarsi a jivanmukta, lo stato di liberazione in vita. Perdere se stessi. Perdere tutto. Donare se stessi. Donare più di quanto si possiede, pur sapendo di non possedere nulla. Come scrive René Daumal in uno dei suoi appunti:

«Sono morto perché non ho desiderio. Non ho desiderio perché penso di avere qualcosa. Cercando di dare si vede che non si ha niente. Vedendo che non si ha nulla si cerca di darsi, Cercando di darsi si vede che non si è nulla, Vedendo che non si è nulla si cerca di diventare, Cercando di diventare si vive».

Vorrei raccontarvi come queste parole e gli ultimi 24 mesi di guerra hanno cambiato la mia vita. All’inizio, l’Ucraina è diventata il secondo Paese di tanti che hanno lavorato, amplificato, svuotato le tasche e faticato per aprire quante più porte possibili a chi fuggiva dalla furia organizzata e immorale di questa guerra di invasione.

Fino a questo evento traumatico, non avevo mai coltivato un ideale. Forse delle idee, ma non un principio. Uso la parola “coltivare” non a caso. Gli ideali sono come rami, radici e tronchi, foglie, pistilli e petali. Certo. Avevo dei valori, come tutti. Ma non andavano molto oltre ciò che è giusto aspettarsi da un essere umano: proteggere la propria famiglia, amare i propri figli, astenersi dal pianificare azioni che incutono paura e dolore a coscienze innocenti. Non parlo di mentire e di essere coerenti, perché tutti mentiamo e proliferiamo in un tribunale di contraddizioni permanenti. Su alcune cose, inoltre, la mia posizione morale è stata ben al di sotto delle aspettative anche mediocri.

Il grande scrittore Hermann Broch ha scritto che il cuore ha bisogno di occhi bagnati di lacrime per potersi avvicinare all’indicibile e all’invisibile. Per trasformarci, dobbiamo entrare in comunione con gli altri. Perché il cuore che percepisce il dramma degli altri può, trasformando gli altri, cambiare noi stessi. Non era questa la lezione che Viktor Emil von Gebsattel chiamava la comunità di destino? Il desiderio di sintonizzare il nostro cuore sulle frequenze d’onda degli altri per costruire un ponte.

L’ideale di cui parlo è la resistenza del popolo ucraino, l’accoglienza dei rifugiati, il sostegno radicale e incondizionato alle politiche di difesa della sovranità territoriale dell’Ucraina, al suo ingresso in Europa e alla sua adesione alla Nato, che è di fatto il solo modo pragmatico di non farsi spazzare via dal mostro; ma anche alla promozione e alla diffusione della specifica caratura culturale dell’Ucraina, la sua musica poesia arte contemporanea letteratura.

Si tratta di un ideale quadrato, schietto, forse semplice, ma inscritto in un cerchio più ampio, quello dell’ormai furiosa certezza che non esiste al mondo – sul pianeta – un modo di vivere più rispettoso della fragilità individuale di quel sistema imperfetto di principi e relazioni che chiamiamo “democrazia liberale occidentale”. Comunque la si prenda, non si può trovare niente di meglio. Per questo modo di vivere si può sacrificare tutto, perché tutti gli altri modi sono carnivori: mangiano le anime, i corpi, invertono la freccia del tempo e generano il caos, e il caos – e qui arrivo al punto – è il brodo in cui muoiono prima i deboli, gli spaventati, i feriti, le poetesse e le artiste. E le persone giuste.

Negli ultimi settecentotrenta giorni, viaggiando per otto volte a Lviv, Kyjiv, Kharkiv, Kramatorsk, Osgorod, Poltava, Odesa, Vinnytsya, Ternopil, Ivano-Frankivsk, ho avuto a che fare con persone giuste, ma anche deboli, spaventate, impaurite, ferite. Ma pure con persone innamorate della vita per come si presenta nella sua forma più cristallina, cioè immediata e piena coscienza di essere-nel-mondo. E questo principio si è incarnato come un albero nella mia carne, diventando un groviglio vivente: ogni forma di questo groviglio, ogni foglia di questo arboreto dice: i deboli, gli impauriti, gli spaventati, i feriti, ma anche gli allegri-nei-rifugi, i desideranti-sotto-le-bombe, le donne incinte e i bambini in fila verso i rifugi, gli speakeasy aperti con parole d’ordine, le portatrici fiere di critiche e incazzature contro il proprio governo («È per questo che muoiono i nostri ragazzi, per la libertà di liberarci anche di Zelensky se il popolo lo vorrà»), e ancora i difensori delle arti e dei musei-nonostante-tutto, e i coriacei ricostruttori di Bucha e Irpin.

Ecco, ognuna di queste creature incontrate, chiamate, supportate e sopportate talvolta, sono diventate ai miei occhi il vero tesoro della scena umana, perché sono come noi, e però migliori di noi. Gli ucraini non sono un’astrazione. Sono te che leggi, e che però aspiri a una vita migliore, mettendo a rischio tutto ciò che hai, fino al sacrificio completo. A me – che come te sono intrappolato da problemi di soldi, ambizioni e desideri, permalosità e cattiverie quotidiane, felicità e psicofarmaci, vacanze e stupide mancanze – pare un esempio. Diventare esempi. Vogliamo seguirli?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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