Sull’orlo della carestiaDa Macron a Biden, i leader del mondo chiedono a Netanyahu di non attaccare Rafah

Il premier israeliano ha detto che «c’è una data» per l’ingresso nella città del Sud della Striscia di Gaza, ribadendo che l’operazione è necessaria per sconfiggere Hamas. Stati Uniti, Francia, Egitto e Qatar hanno fatto sapere di essere contrari. Ci sono 300mila persone, secondo Oxfam, che da gennaio vivono con 245 calorie al giorno

(LaPresse)

In un video diffuso dal suo ufficio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che «c’è una data per l’ingresso a Rafah», ribadendo che l’operazione è necessaria per la «vittoria totale su Hamas».

Le sue parole sono arrivate ​​mentre i colloqui sullo scambio di ostaggi e prigionieri e sul cessate il fuoco continuavano al Cairo. «Mettiamo in guardia contro le pericolose conseguenze di un’offensiva israeliana su Rafah», hanno scritto il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il presidente francese Emmanuel Macron e il re giordano Abdullah II in un editoriale congiunto pubblicato su diversi giornali. Secondo i tre leader, l’attacco sulla città dove si rifugiano oltre 1,5 milioni di palestinesi «porterebbe solo più morte e sofferenza» e «minaccerebbe un’escalation regionale». Chiede

Anche gli Stati Uniti hanno fatto sapere di essere contrari a qualsiasi attacco a Rafah.

Ma per Netanyahu si tratta ora della sua stessa sopravvivenza politica. Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, appartenente all’estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha detto che Netanyahu non sarebbe più premier senza un’azione a Rafah.

«Oggi ho ricevuto un rapporto dettagliato sui colloqui al Cairo, lavoriamo costantemente per raggiungere i nostri obiettivi, primo fra tutti il ​​rilascio di tutti i nostri ostaggi e la vittoria completa su Hamas», ha detto Netanyahu nel video. «Questa vittoria richiede l’ingresso a Rafah e l’eliminazione dei battaglioni terroristici. Accadrà, c’è una data».

Ai colloqui in Egitto intanto parteciperà anche il direttore della Cia, William Burns. La sua presenza sottolinea la crescente pressione da parte degli Stati Uniti per un accordo, che però sembra ora in una fase di stallo. Un alto funzionario di Hamas ha detto all’agenzia di stampa Reuters che le proposte israeliane non hanno soddisfatto le richieste: «Non vi è alcun cambiamento nella posizione dell’occupazione israeliana e quindi non c’è nulla di nuovo nei colloqui del Cairo».

Al-Sisi, Macron e il re giordano Abdullah II hanno ricordato che la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiede un cessate il fuoco immediato e il rilascio di tutti gli ostaggi detenuti da Hamas deve essere «pienamente attuata senza ulteriori ritardi». «La guerra a Gaza e le catastrofiche sofferenze umanitarie che sta causando devono finire adesso», dicono, sollecitando un «massiccio aumento» degli aiuti per Gaza.

L’Egitto e la Giordania – che confinano entrambi con Israele – sono visti come attori chiave nella regione del Medio Oriente devastata dalla guerra. Gaza, secondo Oxfam, sarebbe sull’orlo della carestia, con 300mila persone intrappolate nel nord che da gennaio vivono con una media di 245 calorie al giorno.

Israele ha negato di aver impedito l’ingresso degli aiuti o la loro distribuzione all’interno di Gaza, e ha accusato le agenzie delle Nazioni Unite sul campo di non riuscire a far arrivare gli aiuti consentiti alle persone che ne hanno bisogno.

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