Camillo di Christian RoccaIl Pentagono ribadisce che la miglior difesa è sempre l'attacco

Milano. Se qualcuno pensa che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alle azioni preventive contro terroristi e Stati che li ospitano, sbaglia di grosso. Il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale del 2002 aveva introdotto i due pilastri della politica estera e di difesa post 11 settembre: cambio di regime e diritto al primo colpo. Nei giorni scorsi il Pentagono ha pubblicato due rapporti strategici, fitti di dettagli tecnico-militari e in attesa del Quadriennal Defense Review, il documento di programmazione militare cui sta lavorando il sottosegretario Douglas Feith.
The National Defense Strategy e The National Military Strategy confermano quell’indicazione strategica, prospettano i punti di forza e di debolezza dell’apparato di difesa americano, individuano le minacce di tipo nuovo e invocano un necessario e ampio coinvolgimento di quei paesi alleati che condividono con gli Stati Uniti gli stessi interessi di libertà e di democrazia. I due testi sono usciti in concomitanza con uno studio del Center for American Progress che smentisce uno dei luoghi comuni più cari alla sinistra europea a proposito della composizione etnica e sociale dell’esercito americano. Non è vero, dimostrano i dati pubblicati dal New York Times, che i militari uccisi in Iraq siano in maggioranza poveri, poco istruiti e appartenenti a minoranze afro-americane e latinos. E’ vero il contrario: la stragrande maggioranza dei caduti in Iraq è composta di soldati bianchi, ventenni, diplomati, residenti in grandi città e in quartieri non poveri.
I due documenti del Pentagono contengono le modalità di attuazione della Strategia di sicurezza della Casa Bianca e svelano "l’approccio alle sfide che l’America potrebbe affrontare, non solo a quelle sfide per cui è già ben preparata". Gli obiettivi strategici sono quelli di "dissuadere, scoraggiare e sconfiggere chiunque cerchi di colpire direttamente gli Stati Uniti e, in particolare, i nemici estremisti dotati di armi di distruzione di massa"; di "promuovere la sicurezza, il progresso e la libertà d’azione degli Usa e dei suoi partner"; e di "ampliare la comunità di nazioni che condivide con noi principi e interessi". L’idea di ricorrere al "cambio di regime" come arma di protezione del mondo libero è codificato a chiare lettere: "E’ inaccettabile che alcuni regimi usino il principio di sovranità come scudo dietro il quale invocare una libertà d’azione che ponga gravi minacce ai propri cittadini, ai vicini e al resto della comunità internazionale". Secondo gli analisti del Pentagono, Stati Uniti e alleati devono prestare attenzione a quei paesi incapaci di evitare che il loro territorio si trasformi in basi per attacchi ad altre nazioni. "Gli Usa seguono una strategia che ha come obiettivo il mantenimento e l’ampliamento di pace, libertà e prosperità nel mondo", ma l’11 settembre ha dimostrato che "un approccio di difesa di tipo reattivo", che si limiti a reagire a un attacco, "non consente agli Stati Uniti di sentirsi al sicuro né di conservare il modello di vita di una società libera e aperta. Così sono impegnati in una difesa attiva della nazione e dei suoi interessi".
La possibilità di ricorrere al "primo colpo" è il concetto espresso con più decisione nei due documenti, perché se è vero che l’America ha un predominio nella guerra tradizionale (ma non deve sottovalutare i progressi degli avversari), altra cosa è la minaccia di tipo nucleare e biologico: "Anche un solo attacco catastrofico contro gli Usa o un suo alleato sarebbe inaccettabile". Il Pentagono offre quindi al presidente una serie di opzioni, queste "includono azioni preventive per negare agli avversari iniziative strategiche o per prevenire un attacco devastante".

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