Camillo di Christian RoccaFede, politica e giustizia

New York. Dio, legge e politica. In America è scoppiata la battaglia politico-religiosa sulla magistratura. Sui "nostri padroni in toga", come li ha definiti Bill Kristol su Weekly Standard. Non è una cosa di poco conto. E’ il fronte più avanzato della cosiddetta guerra culturale tra conservatori e liberal sul futuro degli Stati Uniti e, probabilmente, anche uno dei punti-chiave delle elezioni di metà mandato del prossimo anno. "E’ una guerra contro la gente di fede", sostiene la destra cristiana, che per il 24 aprile ha organizzato la "Domenica della Giustizia" in diretta televisiva e radiofonica da una mega-chiesa del Kentucky. "No, in gioco c’è la difesa dello Stato di diritto", ribattono i liberal.
Lo scontro è sulla nomina dei giudici federali. Il tema è rimasto sottotraccia durante la campagna elettorale presidenziale, ma si sapeva che, prima o poi, sarebbe riemerso. John F. Kerry aveva accusato George W. Bush di voler nominare giudici anti abortisti, contrari al matrimonio gay e, in generale, poco indulgenti con la netta separazione tra Stato e Chiesa prevista dalla Costituzione americana. Bush ha sempre replicato che non avrebbe mai fatto un test di quel tipo ai suoi candidati, piuttosto avrebbe scelto giudici preparati, fedeli alla Costituzione e con l’idea che la volontà popolare espressa con le leggi sia molto più importante delle convinzioni personali del singolo magistrato. Bush aveva annunciato che non avrebbe più tollerato "giudici militanti" pronti, come nel caso delle nozze gay in Massachusetts, a ribaltare la legge federale che difende l’eterosessualità del matrimonio. I liberal si battono come leoni contro quest’offensiva conservatrice, anche perché, dopo aver perso la Casa Bianca e il Congresso, rischiano per un’intera generazione di essere cacciati via dal loro ultimo bastione istituzionale, cioè dal potere giudiziario.
I giudici federali sono di esclusiva nomina presidenziale. Il Senato può soltanto confermare o respingere le scelte di Bush. Il presidente conta su 55 senatori repubblicani contro i 45 dei democratici. Alla Casa Bianca servono soltanto 51 voti sicché, in teoria, dovrebbe essere un gioco da ragazzi ottenere il lasciapassare sulle nomine. Ma la realtà non è questa. I liberal, così come fecero i conservatori ai tempi di Bill Clinton, per bloccare le nomine minacciano di ricorrere al "filibustering" cioè all’ostruzionismo, quella tattica parlamentare che consente di ritardare all’infinito il voto in aula.
Fin qui i democratici sono riusciti a stoppare la nomina di dieci giudici quasi mai contestandone le qualità professionali, ma molto spesso a causa delle loro convinzioni religiose. Secondo i repubblicani, l’opposizione abusa dell’ostruzionismo. Secondo i democratici, la colpa è dell’Amministrazione che vuole giudici troppo conservatori. Secondo la destra, il "filibustering" è antidemocratico perché impedisce alla maggioranza di attuare il proprio programma. Secondo la sinistra, l’ostruzionismo salvaguarda i diritti politici delle minoranze. Come sempre, l’America non è perfettamente spaccata a metà: ci sono liberal, come l’editorialista del Los Angeles Times, Jonathan Chait, convinti che fermare i lavori parlamentari non sia un atto democratico; ci sono influenti conservatori, come Bob Dole, che invitano la propria parte a procedere con maggiore cautela.

L’"opzione nucleare" contro l’ostruzionismo
I repubblicani hanno a disposizione due modi per superare il "filibustering". Con il voto di 60 senatori l’ostruzionismo si può impedire, ma è improbabile che riescano a convincere 5 colleghi democratici, specie ora che cominciano a scaldarsi gli animi. E certo il caso giudiziario di Terri Schiavo ha incarognito il dibattito. La seconda ipotesi è più semplice, ma più pericolosa. E’ la cosiddetta "opzione nucleare" minacciata dal capo dei senatori, Bill Frist, e invocata dalla destra religiosa. Consiste nel cambiare le regole del Senato una volta per tutte, abolendo l’ostruzionismo con un semplice voto di maggioranza. Il problema è che non tutti i repubblicani sono favorevoli all’opzione nucleare. "Ricordiamoci che non saremo sempre maggioranza", ha detto John McCain annunciando il suo voto contrario. Frist cerca disperatamente una mediazione con i democratici, e c’è chi giura che i democratici cederanno perché sarebbero travolti se, il prossimo anno, andassero alle elezioni con l’etichetta di partito che blocca i lavori del Senato. Ma anche per i repubblicani è dura. L’altro ieri Frist ha aderito alla "Domenica per la Giustizia" e, pur con mille dubbi, sembra deciso a usare "l’opzione nucleare", terrorizzato dall’idea di poter perdere l’appoggio della destra cristiana nella sua corsa alle presidenziali del 2008.
Ma la partita vera è quella della Corte Suprema. Nei prossimi mesi, Bush potrebbe essere chiamato a sostituire per motivi di salute tre giudici costituzionali su nove e completare la rivoluzione conservatrice americana. Sebbene oggi sia in maggioranza repubblicana, è considerata una Corte moderata. Non ha mai preso in considerazione, per esempio, di ribaltare la sentenza "Roe contro Wade" che nel 1973 liberalizzò l’aborto in tutti gli Stati d’America.

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