Camillo di Christian RoccaSoggetto non identificato s'aggira tra i cowboy. S'ispira a Tocqueville e viene preso a sputi

New York. Bernard-Henry Lévy, detto anche BHL come capita solo a personaggi della statura di JFK e J-Lo, è sbarcato negli Stati Uniti, deciso a conquistare l’America col suo carismatico mix d’intellettualità e gossip, di mondanità e filosofia. Sulle orme del suo connazionale Alexis de Tocqueville, BHL ha attraversato l’oceano per provare a spiegare agli americani, ma anche al resto del mondo, che cosa davvero sia e come funzioni la democrazia in America. Il risultato è quello che è, e lo vedremo. Intanto, una premessa anzi due: sono passati duecento anni dalla nascita di Tocqueville, l’autore del saggio che nell’Ottocento fece conoscere al vecchio continente il sistema sociale e istituzionale del nuovo mondo. Tocqueville è tuttora amatissimo in America. Forse è l’unico francese che qui goda di buona fama, insieme col Pinot Noir. Anche i cattivi per antonomasia, i neoconservatori, lo adorano immensamente (Tocqueville, non il Pinot Noir) al punto da essere uno dei loro riferimenti culturali più citati.
Seconda premessa: l’idea di affidare a un intellettuale francese un nuovo viaggio nella democrazia americana è venuta alla gloriosa rivista bostoniana, ma in corso di trasferimento a Washington, The Atlantic Monthly. BHL con i suoi capelli perfettamente spettinati, con la sua camicia bianca aperta sul petto, con i suoi occhialoni neri da star del cinema ha accettato l’offerta. Con autista, interprete e assistente ha visitato per settimane e settimane tutti gli Stati americani tranne le isole Hawaii e alla fine ha scritto probabilmente il più lungo articolo della storia del giornalismo: 70 mila parole, circa 400 mila battute, ovvero materiale buono a riempire un libro di 250 pagine.
L’Atlantic ha deciso di pubblicare il reportage in cinque puntate. La prima, lunghissima, apre il numero di maggio della rivista. Finite le premesse, la prima cosa da chiedersi è perché l’Atlantic abbia scelto proprio BHL per guardare l’America con gli occhi dello straniero. "Aveva i requisiti giusti", dicono al 77 di North Washington street, sede della redazione di Boston. Intanto è francese come Tocqueville, motivo per cui non hanno preso in considerazione né Cacciari né Bonaga. BHL, poi, è il prototipo dell’intellettuale cosmopolita. Conosce il mondo come pochi. Ha scritto libri sulla Jugoslavia, sul Pakistan, sull’Afghanistan. E’ un acuto osservatore. E’ colto. Ha charme. E’ dotato di una prosa che si piega senza fatica alle sue fiammeggianti idee. BHL non è neanche anti americano. E’ vero che ha criticato l’Amministrazione Bush, e in particolare la decisione di invadere l’Iraq, ma in Francia è considerato quasi un neoconservatore per il suo pregiudizio filo statunitense. Lui stesso, infine, rivendica di essere un convinto anti antiamericano.
Il motivo per cui BHL abbia accettato è semplice: s’è reso conto, scrive maligno il New York Observer, che essere il numero uno in Francia non conta nulla. La Francia è provincia, e anche molto lontana dall’Impero. Essere riconosciuto per le strade di Parigi o di Nantes è roba da fiera paesana. "The real thing" è l’America. La ciccia è a Manhattan. BHL sa che solo sfondando a New York può davvero aspirare al mito. In America, però, sono davvero pochi quelli che lo conoscono. Pochi hanno idea di chi sia. Sebbene a Manhattan il suo look abbia un gran successo, altrove è diverso. Alla vista della sua camicia provocatoriamente aperta sul petto, in un piccolo paese del Texas, due signore gli hanno urlato parole indicibili. Una di loro gli ha pure sputato.
Durante la convention del partito democratico che ha incoronato John Kerry, BHL si aggirava in tribuna stampa apparentemente senza meta, ma sempre con molta, molta eleganza. La camicia era sbottonata come sempre. I capelli come sempre smossi. BHL teneva sbadatamente sotto il braccio carte e documenti che gli conferivano un certo tono intellettuale. Ogni tanto prendeva in mano gli occhiali e li agitava nell’aria come un novello D’Artagnan. Ma non se lo filava nessuno. Non un giornalista che gli si avvicinasse. Nessuno. Soltanto le risatine dei corrispondenti italiani.
Non è stato un caso isolato. Nella prima parte del suo viaggio in America, BHL racconta come dalle parti del Michigan, in piena autostrada, abbia chiesto all’autista di accostare l’automobile per un imprevisto bisogno di fare pipì. Una volta sceso dall’auto però è arrivata subito una macchina della polizia. "Che sta facendo?", gli ha chiesto l’agente. "Una boccata d’aria", ha risposto lui. "Non può prendere una boccata d’aria". "Ok, sto facendo la pipì". "Non può fare la pipì". "Che cosa posso fare allora?". "Niente. E’ vietato fermarsi in autostrada". "Non lo sapevo". "Non me ne frega niente che non lo sapesse. Si muova". "Sono francese". "Non me ne può fregare di meno che lei sia francese. La legge è uguale per tutti. Si dia una mossa". "Ho scritto un libro su Daniel Pearl". "Daniel chi?". Il poliziotto s’è rabbonito soltanto quando BHL gli ha spiegato che stava ripetendo, centosettanta anni dopo, il viaggio di Tocqueville. A solo sentire il nome del francese più amato dagli americani, il poliziotto è diventato un agnellino: "Davvero? Alexis de Tocqueville?". BHL ha dedotto tre lezioni da questo episodio. La prima è che dopo l’undici settembre la società americana è diventata paranoica al punto che anche soltanto il fermarsi sul ciglio di una strada diventa sospetto. La seconda lezione è sull’ansia degli americani. Questo continuo "keep going", non fermarsi mai, è sintomo di una comunità che entra in crisi al solo pensiero che il movimento possa cessare. Terza lezione: quell’arrogante poliziotto che si è illuminato al solo sentir nominare Tocqueville è la risposta migliore a chi sostiene che l’America sia popolata da cowboy retrogradi e da gente non istruita. Insomma BHL è un po’ terzista nella sua lettura dell’America. Un po’ ingenuo quando si stupisce per l’immensità claustrofobica dei centri commerciali del Minnesota o per l’esposizione patriottica delle bandiere in Rhode Island. Un po’ banale quando spiega che George Bush ha vissuto un’infanzia da "bambino umiliato" e rivela che Condoleezza Rice è "molto bella" e anche "sexy". Il suo ritratto è da cartolina già letta quando visita le supermoderne chiese evangeliche o le comunità ottocentesche degli Amish. E’ politicamente corretto quando ricorda la tragedia degli indiani d’America e si intenerisce per il sogno di Barack Obama, il giovane senatore nero dell’Illinois. Ma BHL sa essere imprevedibile, sicché ha raccontato l’incontro con un glorioso leader pellerossa oggi militante bushiano e ha dato la parola a un esponente della comunità araba che gli ha svelato come il suo ideale modello di integrazione sia proprio quello degli ebrei americani. Una lettura interessante, dunque.
Senonché si prende troppo sul serio. Qualche giorno fa ha presentato il suo viaggio in America al Carlyle di New York. Con lui c’era l’editorialista del Times David Brooks: "Se solo fossi un po’ più snello, avrei anch’io la camicia aperta fin giù", ha esordito Brooks. BHL non ha gradito l’ironia. E per tutta la sera non ha più rivolto lo sguardo al suo intervistatore, preferendo assumere una posizione corrucciata, ma sempre in favore di fotocamera.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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