Camillo di Christian RoccaContrordine, Amnesty non sa nulla degli abusi a Guantanamo

New York. Improvvisamente la polemica sulle torture fisiche nei confronti dei detenuti arabi e afghani rinchiusi a Guantanamo s’è trasformata in un incredibile dibattito sulle torture al Corano. Si è passati, insomma, dalle persone ai libri. Di torture fisiche ai prigionieri di Camp Delta infatti non parla più nessuno, neanche il direttore di Amnesty International. William Shultz è lo stesso che soltanto una settimana fa aveva definito Guantanamo “il gulag dei nostri tempi”, ma domenica mattina ha fatto una rocambolesca retromarcia negli studi di Fox News. Il capo di Amnesty, finanziatore della campagna presidenziale di John Kerry e di quella senatoriale di Ted Kennedy, ha confessato di non saperne nulla, di non essere certo delle accuse contenute nel rapporto: “I don’t know for sure”, ha detto di fronte all’incredulo conduttore del talk show televisivo. Ma come? E la storia del “gulag dei nostri giorni” che ha fatto il giro del mondo? Niente, pare che Amnesty dicesse tanto per dire. Shultz ha ritrattato anche le precise accuse rivolte a Donald Rumsfeld, il quale nel rapporto era definito “l’architetto delle torture”. Anche in questo caso, il capo di Amnesty ha ammesso di non avere assolutamente idea, “I have no idea”, del ruolo attivo del Pentagono, e si è limitato a dire che sarebbe affascinante scoprirlo, “it would be fascinating to find out”. Il simpatico Shultz ha anche pronunciato questa frase rivelatoria: “Non penso che sarei qui in tv, ospite di questo programma se Amnesty non avesse detto ciò che ha detto e il presidente Bush e i suoi non avessero risposto come hanno fatto. Se fossi venuto da voi due settimane fa a dirvi che volevo venire sulla Fox per parlare delle politiche americane di detenzione a Guantanamo e altrove, sospetto che non mi avreste invitato”.

Vita nei Gulag, vita a Guantanamo
Eppure il New York Times ha reiterato la richiesta di chiudere Guantanamo, mentre il Washington Post ha ridicolizzato le accuse di Amnesty. Il Wall Street Journal ha ribadito che le accuse sul Corano sono soltanto un pretesto: in realtà è una campagna contro Bush che non si fermerebbe nemmeno se la Casa Bianca decidesse di chiudere il campo di prigionia. Il settimanale liberal New Republic ha fatto di più: ha ricordato gli abusi psicologici e giuridici sui detenuti, ma ha provato a mettere le cose al loro posto, a chiamarle col proprio nome. Nei Gulag sovietici i prigionieri sono stati circa venti milioni, mentre a Guantanamo sono transitate soltanto 750 persone (oggi sono 520). Nei Gulag finivano gli oppositori del regime, chi nascondeva il grano e finanche gli allevatori colpevoli di possedere troppe mucche. E poi gli ebrei in quanto ebrei e i finlandesi in quanto finlandesi. Con loro anche chi credeva in Dio, chi apparteneva alla classe media, chi aveva avuto contatti con stranieri, chi raccontava barzellette su Stalin. A Guantanamo sono entrati soltanto i talebani e i militanti islamici catturati in battaglia in Afghanistan. Nei Gulag non c’era alcuna parvenza di legittimità giuridica, i processi quando si facevano duravano pochi minuti, mentre a Guantanamo i prigionieri devono essere informati del loro status giuridico, come ha stabilito l’anno scorso una sentenza della Corte suprema. Circa 150 prigionieri hanno deciso di contestare la detenzione e ricevono le visite degli avvocati, anche se lamentano di avere garanzie inadeguate. La Croce Rossa non ha mai visitato i Gulag, al contrario di Guantanamo dove va regolarmente fin dall’apertura. Nei Gulag sono morti tra i due e i tre milioni di prigionieri, a Guantanamo nemmeno uno. I prigionieri dei sovietici vivevano in baracche sovraffollate, senza acqua, senza riscaldamento e non avevano i vestiti per difendersi dal freddo. A Guantanamo, i prigionieri meno pericolosi vivono in grandi camerate con dieci letti, possono giocare a calcio e a pallavolo, vivono all’aperto nove ore al giorno e dispongono di una mini biblioteca con testi in arabo (vanno molto forte i gialli di Agatha Christie). I detenuti “meno cooperativi” vivono, mangiano e dormono in celle individuali più piccole e usufruiscono dell’ora d’aria e della doccia soltanto due volte la settimana. Nei Gulag era vietato professare la propria religione, a Guantanamo ogni prigioniero dispone di una copia del Corano (in totale sono 1.600) e di tutto il tempo necessario per pregare. Sul pavimento di ogni cella, una freccia indica la direzione della Mecca. I pasti sono preparati secondo le prescrizioni islamiche.
In questo contesto che più politicamente corretto non si potrebbe sono arrivate le polemiche sugli abusi sul Corano. Newsweek ha svelato che il libro sacro è stato gettato in un  gabinetto, ma non era vero. La rivista ha riconosciuto l’errore e chiesto scusa. Il prigioniero che aveva lanciato l’accusa ha ritrattato. Si è scoperto piuttosto che era stato un detenuto islamico a gettare alcune pagine del Corano nel water, allo scopo di scatenare una rivolta tra i detenuti. Ci sono stati altri 14 casi di abusi sul Corano, tutti a opera dei prigionieri (pagine strappate e, in un caso, due di loro hanno urinato sulla copia di un terzo detenuto accusato di non essere un “uomo”). In tre anni a Guantanamo ci sono stati circa 28 mila interrogatori e centinaia di guardie si sono alternate, ma gli abusi lamentati dai prigionieri sono soltanto cinque, alcuni dei quali non intenzionali. Un detenuto ha accusato una guardia di aver dato un calcio al Corano. La guardia è stata licenziata. Altri due casi riguardano una copia bagnata da un gavettone e un insulto scritto sulla prima pagina. La guardia del gavettone è stata cacciata, mentre l’autore della scritta non è stato individuato. Il caso più grave non è stato volontario: un militare ha fatto pipì davanti a un ventilatore e alcune goccie di urina sono finite su un detenuto e sul suo Corano. Il prigioniero ha subito ricevuto il cambio dei vestiti e una nuova copia del Corano. La guardia è stata punita.
Si può credere o meno alle ricostruzioni del Pentagono, ma sulla base di queste, che poi sono le uniche a disposizione, gli articoli dei giornali dovrebbero essere di segno opposto a quelli che abbiamo letto in questi giorni, e magari essere titolati così: “A Guantanamo il Corano c’è, ed è rispettato”.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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