Camillo di Christian RoccaPronta la bozza di riforma dell'Onu: non cambierà nulla

New York. Il manifesto della irriformabilità dell’Onu, della sua inefficacia e della sua inconcludenza è stato preparato un paio di giorni fa dalle stesse Nazioni Unite. Ricordate le già tiepide proposte di riforma del sistema, quelle avanzate all’inizio dell’anno dal segretario generale Kofi Annan? Be’, dimenticatele. L’Assemblea generale ha preparato la bozza di risoluzione da adottare nella sessione plenaria del 14 settembre prossimo e ha già spazzato via i tre punti più importanti della sua proposta, mentre sulla questione politica, quella dell’allargamento del Consiglio di sicurezza, per il momento ha deciso di non prendere posizione.
Al di là delle enfatiche dichiarazioni di principio, la Grande riforma non ci sarà: intanto perché il progetto non ha ancora i numeri sufficienti per essere approvato, tanto più che ancora non c’è un accordo sui nuovi membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Poi perché dovrà convincere i cinque paesi col diritto di veto e, infine, perché avrà bisogno del lasciapassare dei due terzi dei Parlamenti degli Stati membri. Ma, soprattutto, non ci sarà nessuna Grande riforma perché il testo appena presentato nella sostanza non cambia nulla. Ci sono solo frasi a effetto e impegni solenni, ma poco altro, oltre alla chiusura del già inutilizzato Trusteeship Council, l’istituzione di una Commissione Peacekeeping però senza poteri e, infine, l’apertura un Fondo per la promozione della Democrazia.
La bozza di risoluzione è stata curata dal presidente pro tempore dell’Assembla generale, l’ambasciatore del Gabon Jean Ping, sulla base del dibattito avviato da Annan e poi sviluppatosi in quattro sottocommissioni dell’Assemblea generale chiamate “cluster”, ciascuna delle quali guidate da un “facilitator”. Il documento di sintesi è di 24 pagine ed è suddiviso in 105 punti. Si tratta di una mediazione al ribasso tra i paesi membri rispetto ai suggerimenti di Annan. Le tre novità proposte dal segretario generale, infatti, sono state annacquate, ammorbidite o addirittura cancellate. Annan, per esempio, aveva chiesto di porre fine alla vergogna della Commissione dei diritti umani di Ginevra, l’organo che in teoria dovrebbe tutelare i diritti umani ma che in realtà viene utilizzato dai loro peggiori violatori per, parole di Annan, “proteggersi dalle critiche o criticare altri paesi”. Il segretario voleva creare un nuovo organismo composto soltanto da paesi che si impegnano a “rispettare i più alti standard dei diritti umani”, in modo da evitare che la Libia presiedesse di nuovo la Commissione, come nel 2002, o che l’Arabia Saudita, il Sudan o Cuba ne facessero ancora parte. Solo che nella bozza di risoluzione, “l’impegno al rispetto dei diritti umani” è scomparso, pare su iniziativa dei paesi totalitari e del gruppo africano.
Il documento si limita a ribadire a parole l’importanza dei diritti umani, a cambiare nome alla Commissione (si chiamerà Consiglio) e a stabilire che i membri non saranno eletti dal Consiglio economico e sociale come oggi, ma dall’Assemblea generale con una maggioranza di due terzi, ma sempre tenendo conto di un’equa rappresentanza geografica. Tradotto: i torturatori asiatici e mediorientali ci saranno senz’altro, Israele no. Il Consiglio, peraltro, continuerà a non avere alcun potere se non quello di critica. Adrian Karatnycky e Matteo Mecacci, rappresentanti di Freedom House e del Partito radicale transnazionale all’Onu, hanno detto al Foglio che la proposta rappresenta un’opportunità positiva per i paesi democratici dentro l’Onu, ma hanno ribadito che senza l’obbligo del rispetto dei diritti umani “qualsiasi nuovo organo sarà influenzato fortemente dai regimi autoritari e si rivelerà inefficace come quello precedente”.
Annan aveva chiesto anche di adottare una precisa risoluzione che definisse i cinque criteri per autorizzare o sostenere l’uso della forza. Nella bozza dell’Assemblea generale, quei criteri “dovranno continuare a essere discussi”, non si prevede alcuna risoluzione e, al massimo, quei principi saranno considerati dei “fattori” come altri. La terza proposta di Annan era quella di condannare senza se e senza ma il terrorismo. La bozza preparata da Ping lo fa senza se, ma con il solito grande ma: ripudia il terrorismo però invita “a tenere pienamente conto della necessità di affrontare i fattori che possono contribuire al terrorismo, come la povertà, l’ingiustizia economica e politica e l’occupazione straniera”.
La bozza è soltanto una base di lavoro per il summit di settembre, ma non c’è da aspettarsi molto di più, se non qualche altro compromesso al ribasso. Kofi Annan, tra l’altro, anziché lamentarsi si è congratulato del testo che stravolge la sua proposta iniziale. Insomma, stiamo parlando di un’organizzazione che dopo l’11 settembre di New York, dopo l’11 marzo di Madrid, dopo la carneficina dei kamikaze palestinesi in Israele, dopo gli attentati in tutto il mondo islamico, dopo i dodicimila civili assassinati da al Zarkawi in Iraq, continua a non essere in grado di condannare senza ambiguità il terrorismo, continua a non essere in grado di escludere i torturatori dalla Commissione dei diritti umani, continua a non essere in grado di mettersi d’accordo per prevenire le minacce alla sicurezza internazionale.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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