Camillo di Christian RoccaUn esperto laico di Bush spiega perché la battaglia per la moralità nella bioetica è una battaglia liberale

New York. Eric Cohen fa parte del Consiglio presidenziale di bioetica creato da George W. Bush nel 2001, ed è il direttore di The New Atlantis, la rivista dell’Ethics and Public Policy Center che si occupa dei risvolti etici, politici e sociali del progresso tecnologico. Cohen è un laico, un neoconservatore liberale, già vicedirettore di The Public Interest e frequente collaboratore del Weekly Standard. Negli Stati Uniti non c’è una legge che limita le tecniche di inseminazione artificiale, così come non c’è alcun divieto federale sulla sperimentazione pubblica e privata sugli embrioni. Nell’agosto del 2001, Bush ha posto un limite sull’uso dei soldi federali per la ricerca (sì sugli embrioni creati fino a quella data, no su quelli creati successivamente) e ha minacciato di porre il veto presidenziale qualora il Congresso gli sottoponesse la legge, già approvata a grande maggioranza dalla Camera, che vuole cancellare quel limite. Il dibattito, dunque, c’è anche in America, con i grandi giornali schierati contro Bush e con il senatore del Kansas, Sam Brownback, che propone di prendere spunto dalla legge italiana per riformare in senso restrittivo il far west americano. Le proposte del Consiglio di bioetica di Bush sono più moderate, attente a salvaguardare la vita senza però rigettare le ragioni della scienza. Eric Cohen ha accettato di parlare con Il Foglio dei temi posti dal referendum italiano, ma anche della battaglia culturale in corso e dei limiti che la ragione morale dovrebbe imporre alla ricerca scientifica.
“Credo che la legge italiana sia un modello responsabile di amministrazione del problema, perché riconosce il dilemma etico sollevato dall’incrocio tra la procreazione umana e la biotecnologia moderna e perché mira a porre dei limiti”. Secondo Cohen, i limiti posti dalla legge 40 “assicurano che la vita umana nascente non sia trattata semplicemente come materiale grezzo”. Si tratta di “limiti che proteggono la nostra società dalla tragica situazione di avere migliaia di embrioni congelati, conservati nelle cliniche di fertilità all’infinito, con nessuna buona risposta morale su che cosa farne”. Si tratta, continua Cohen, di “limiti che garantiscono che la riproduzione umana non diventi una forma di fabbricazione di bambini con cui i genitori cercano di controllare la composizione genetica della prole anziché accettare incondizionatamente la generazione successiva”.
Secondo Cohen, “la scienza da sola non è in grado di rispondere alle grandi questioni etiche e sociali che il progresso tecnologico ci mette di fronte. Non è mai stata in grado. La domanda su come usare la biotecnologia è giustamente una domanda democratica, una domanda che riguarda tutti i cittadini, compresi i cittadini religiosi, non solo gli scienziati. In America e in Europa c’è una profonda divisione culturale su come procedere in questo campo, su come e dove debbano essere messi i confini. Non abbiamo bisogno di una ‘guerra culturale’, ma di una più seria riflessione sul significato dei nuovi poteri di cui disponiamo rispetto alla natura e rispetto alla natura umana. E’ un tema che dovrebbe interessare sia la destra sia la sinistra”.
La divisione tra Stato e Chiesa non è dunque in discussione. “Naturalmente, molte delle persone preoccupate dalla distruzione degli embrioni umani e dall’abuso delle tecnologie riproduttive sono religiose. Ma i loro argomenti non sono fondati sulle Scritture, ma sulla ragione morale. Chiunque creda nell’uguaglianza tra gli uomini, come fanno tutte le democrazie, sa che l’uguaglianza include anche quegli individui che si trovano nelle primissime fasi biologiche della loro vita. Include anche coloro che non ci somigliano, che sembrano diversi da noi, ma che senza dubbio somigliano e sono simili a ciò che noi stessi eravamo negli stadi primordiali del nostro sviluppo. Se usiamo le vite vulnerabili per aiutare quelle più forti non rispettiamo il principio di uguaglianza. Il professore di Princeton, Paul Ramsey, dice che la storia morale dell’umanità è più importante della storia della medicina. Solitamente avanzano insieme, ma qualche volta abbiamo bisogno di porre dei limiti alla scienza medica per mantenere una morale nella medicina”.

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