Camillo di Christian RoccaWashington si accorge che il nemico non è solo Al Qaida, ma l'islamismo di Stato saudita

Gli Stati Uniti si sono accorti ufficialmente che il loro nemico non è soltanto al Qaida, ma soprattutto il culto salafita e wahabita che è religione di Stato in Arabia Saudita. Sono trascorsi quattro anni dall’11 settembre del 2001 e un anno da quando la famosa Commissione d’inchiesta bipartisan del Congresso non trovò nessuna prova persuasiva che il governo saudita avesse finanziato Osama bin Laden. Questa volta, come ha svelato Stephen Schwartz sul Weekly Standard, c’è un rapporto federale a suonare come un atto d’accusa nei confronti del regno saudita. Il Gao (Government Accountability Office) è l’ufficio investigativo, di revisione e di valutazione delle politiche federali istituito al Congresso per migliorare la performance del governo e assicurare ai cittadini che lo Stato si assuma le responsabilità delle proprie scelte. Su richiesta di due Commissioni della Camera e del Senato, il Gao ha condotto dal giugno 2004 al luglio 2005 un’inchiesta sulle azioni e sulle strategie politiche che le varie strutture federali hanno condotto per fronteggiare l’estremismo islamico. Il risultato è un rapporto di 27 pagine, cui ne seguirà un altro che non sarà reso pubblico. Il documento si basa su un’attenta ricognizione delle attività di intelligence, delle strategie del dipartimento di Stato, del Pentagono e delle agenzie di aiuti. Al Gao era stato chiesto di determinare che cosa stesse facendo Washington per identificare, monitorare e sconfiggere “la diffusione globale dell’estremismo islamico con particolare attenzione al sostegno e al finanziamento proveniente dall’Arabia Saudita”. E, inoltre, di capire l’efficacia delle politiche di Riad contro l’estremismo. La relazione del Gao ammette che gli Stati Uniti ancora oggi non sono in grado di stabilire se il governo di Riad abbia davvero limitato il finanziamento e il sostegno dell’estremismo. Il regno wahabita aveva annunciato una serie di misure interne per contrastare il terrorismo e la propaganda estremista islamica, ma non c’è alcuna certezza che queste misure siano state davvero messe in atto.
La campagna di sostituzione dei libri di testo fondamentalisti distribuiti nelle scuole e nelle madrasse di tutto il mondo è stata condotta in modo così vago che nessuna struttura del governo americano può confermarne il successo. Quanto ai finanziamenti ai terroristi, la chiave di volta è il reticolo di istituzioni benefiche (charity) su cui si basa il welfare state islamico. Attraverso le charity diversi sauditi finanziano le organizzazioni terroriste e al Qaida. Il rapporto del Gao ricorda il coinvolgimento di alcune delle principali charity saudite sia in attività estremiste sia in operazioni terroriste: tra le prime c’è la Lega mondiale musulmana, l’International islamic relief organization e l’Assemblea mondiale della Gioventù islamica; tra le seconde ci sono i nove uffici dell’Haramain Islamic Foundation. Riad aveva promesso la chiusura dell’Haramain, ma il governo americano non può confermarla.
I sauditi hanno annunciato riforme su vasta scala per controllare le attività delle charity a partire dall’istituzione di una Commissione nazionale attraverso la quale sarebbero dovuti passare i finanziamenti sauditi all’estero. Il dipartimento del Tesoro americano ha spiegato che la Commissione nazionale non è operativa. Al Gao, insomma, risultano finanziamenti sauditi per propagandare “l’intolleranza religiosa, l’odio per i valori occidentali e il sostegno ad attività terroristiche” e, a fronte di dichiarazioni buoniste dei regnanti locali, nessuna seria ed efficace iniziativa per limitarli.

La macchina delle pubbliche relazioni
Il Gao è chiaro sulla definizione di estremismo musulmano: è “l’ideologia islamica che nega la legittimità degli infedeli e di altre pratiche islamiche”, cioè diverse da quelle saudite. Questa ideologia, si legge nel rapporto, “promuove esplicitamente l’odio, l’intolleranza e la violenza”. Dietro la diffusione di questo credo che le varie branche del governo americano chiamano in modo diverso (wahabismo, salafismo, jihadismo, radicalismo, Islam militante, fondamentalismo) c’è sempre un finanziamento esterno, “specialmente dell’Arabia Saudita”.
Non è la prima volta che Washington affronta il problema saudita, ovvero l’imbarazzante dossier degli stretti rapporti iniziati nel 1945 sotto la presidenza di Franklin Delano Roosevelt in funzione antisovietica e di approviggionamento energetico. La strana e pericolosa alleanza Usa-Arabia Saudita ha storia, tradizione e fondamento ben più serie delle caricature che si leggono sulla stampa michaelmoorizzata a proposito dei rapporti tra i Bush e i sauditi. Bill Clinton e i suoi principali consiglieri, per esempio, negli ultimi anni sono stati spesso ospiti e consulenti della straordinaria macchina di relazioni pubbliche che è il governo saudita. E con loro c’è l’establishment politico-finanziario americano che si è sempre opposto alla dottrina Bush in medio oriente. Resta il fatto che la Casa Bianca è molto ambigua rispetto a Riad: dopo l’11 settembre Bush non aveva inserito l’Arabia Saudita nell’Asse del male e oggi continua a ostentare la sua amicizia con i vertici del Regno. Ma, allo stesso tempo, li ha rimbrottati nel discorso di inaugurazione del secondo mandato proprio mentre il dipartimento di Stato ha inserito l’Arabia Saudita nell’elenco dei paesi che destano particolare preoccupazione, poi tra i violatori dei diritti umani, infine tra i paesi schiavisti. Un altro rapporto di Freedom House per conto del Congresso ha svelato la campagna razzista e antioccidentale condotta dai sauditi attraverso le pubblicazioni estremiste distribuite nelle moschee americane. La stessa cauta Commissione sull’11 settembre ha definito il Regno saudita “un alleato problematico”. Il nuovo rapporto del Gao rinsalda i problemi e indebolisce l’alleanza.

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