Camillo di Christian RoccaFalso era falso /2

C’è un’altra smentita americana all’inchiesta pubblicata da Repubblica sulla presunta macchinazione italiana per aiutare, con un documento falso, l’Amministrazione Bush a giustificare l’invasione dell’Iraq. Michael Ledeen, analista dell’American Enterprise Institute ed editorialista di National Review, è accusato di essere stato l’uomo di collegamento tra i nostri servizi e l’Office for Special Plans per cucinare la falsa giustificazione della guerra in Iraq.
All’epoca dei fatti contestati, Ledeen non era un sostenitore della guerra in Iraq, come dimostrano la sua ampia produzione pubblicistica e finanche un’intervista al Foglio del 10 settembre 2002. Per Ledeen la priorità era ed è il regime degli ayatollah d’Iran, da affrontare non con un’invasione militare ma con una campagna di aiuti e di sostegno alla popolazione oppressa e ai gruppi democratici. Alla guerra in Iraq, Ledeen preferiva l’idea di istituire un governo liberatore anti Saddam, al nord e al sud del paese, nelle zone già controllate dagli angloamericani. Ledeen specifica al Foglio che è completamente falsa ogni singola notizia sul suo coinvolgimento nelle vicende del falso dossier sull’uranio nigerino: “Non ho mai lavorato per l’Office for Special Plans del Pentagono, che peraltro non è un’agenzia di intelligence come scrive Repubblica, ma un ufficio di pianificazione militare. Non ho mai lavorato con Paul Wolfowitz, se non nel 1981 quando ero consigliere del segretario di Stato Alexander Haig e Wolfowitz stava al Policy Planning del dipartimento di Stato. Non ho mai lavorato con Douglas Feith. Non ho mai visto, mai toccato, mai letto i documenti falsi che tanto vi appassionano e, allora, non ne parlai né con Nicolò Pollari né con Gianni Castellaneta (direttore del Sismi e consigliere di Palazzo Chigi, ndr)”. Secondo Ledeen, “la cosa più imbarazzante di questa grandiosa bufala giornalistica è che questi documenti non sono alla base delle parole pronunciate da Bush nel discorso sullo Stato dell’Unione. Tra l’altro Repubblica commette un’ingenuità quando scrive che secondo Cheney le prove del possibile acquisto iracheno di uranio nigerino erano a disposizione di un ‘servizio straniero’, come a dire ‘ecco la prova del coinvolgimento italiano’. Quel ‘servizio straniero’ è quello britannico. Allo Stato dell’Unione, Bush ha fatto esplicito riferimento agli inglesi e sia la Commissione Butler di Londra sia il Rapporto bipartisan del Senato hanno confermato che le loro informazioni non provengono da quel falso contratto”.
Il Foglio di ieri ha raccontato come i Rapporti americani e inglesi hanno sminuito lo snodo centrale della ricostruzione di Repubblica, cioè che i francesi avessero gettato quelle carte “nel cestino”. I francesi non hanno affatto cestinato quel dossier, anzi agli americani hanno confermato la veridicità dell’informazione addirittura in un incontro diplomatico tra il ministero degli Esteri e il dipartimento di Stato. Era il 22 novembre 2002. Su quel dossier, inoltre, ci sono stati almeno altri tre scambi di informazioni tra Parigi e Washington: il 27 gennaio, il 3 febbraio e il 4 marzo 2003. Il 3 febbraio, si legge nel rapporto bipartisan del Senato, gli americani chiedono ai francesi “conferma che l’informazione non provenga da un altro servizio straniero”, cioè – secondo quanto spiegano al Foglio alte fonti dei servizi – da quello italiano. I francesi rispondono di no, l’informazione è “di origine nazionale”. E’ la stessa ambasciata americana in Niger, peraltro, a inviare il 18 febbraio 2002 un fax a Washington per segnalare che la possibilità di vendita di uranio all’Iraq non andava sottovalutata. Il ruolo italiano – secondo la fonte del Foglio – si è limitato all’invio in America di due brevi note di segnalazione di attività sospette in Niger, una subito dopo l’11 settembre e l’altra il 15 ottobre 2001. In un momento in cui era “doveroso” fornire ogni pista di indagine agli alleati colpiti dal terrorismo. Il Comitato parlamentare dei Servizi ha già indagato sulla questione, mentre l’inchiesta sull’origine del falso dossier che il Senato americano ha chiesto all’Fbi si è conclusa con l’esclusione di un ruolo italiano nella fabbricazione e nella diffusione di quei documenti. A quell’inchiesta i servizi francesi non hanno collaborato.

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