Camillo di Christian RoccaFare il nome di Plame non era reato. Libby a processo, Rove no

Milano. L’inchiesta nata per scoprire se qualcuno dell’Amministrazione Bush avesse commesso un reato federale svelando ai cronisti l’identità dell’agente Cia Valerie Plame ha concluso la sua indagine accertando che quel reato non è stato commesso. Tanto che il funzionario dell’Amministrazione Bush che ha passato l’informazione al giornalista Bob Novak è rimasto anonimo. Nessuna cospirazione, quindi. Nessun piano oscuro per screditare l’ex ambasciatore Joe Wilson. Nessuna incriminazione di Karl Rove. Soltanto una pesantissima accusa formale di ostruzione alla giustizia, falsa testimonianza e spergiuro per Lewis Scooter Libby, ovvero per l’influente neoconservatore che guida lo staff di Dick Cheney. Libby si è subito dimesso. Cheney ha ricordato, così come ha fatto il procuratore, che Libby è innocente fino a eventuale condanna al processo. Rove resterà alla Casa Bianca a indirizzare la politica del presidente. E’ questo il succo dei 22 mesi di indagine condotti dal procuratore speciale Patrick Fitzgerald. L’infuocato dibattito di tutti questi mesi, cioè la campagna diffamatoria e criminale ordita dall’Amministrazione Bush contro l’ex ambasciatore che si permise di criticare la guerra in Iraq, si è sgonfiata ed è tornata a essere ciò che è sempre stata: un duro, legittimo, e alla luce dei fatti, inefficace tentativo di difendere la presidenza Bush dalle accuse giudicate infondate di Joseph Wilson. Il processo a Libby, se ci sarà, dimostrerà se c’è stato cover-up, cioè insabbiamento delle manovre politiche dei bushiani per rispondere colpo su colpo alle accuse degli avversari. Il fronte colpevolista ha dalla sua che in Iraq le armi di distruzione di massa non sono state trovate. Il fronte innocentista ricorda che la gran parte delle accuse di Joe Wilson si sono dimostrate non corrette, e in alcuni casi per sua stessa ammissione.
Fitzgerald, però, continuerà a indagare sul caso anche perché al processo contro Libby potrebbero emergere novità dalle testimonianze e da nuove prove. Ecco perché Karl Rove, il potente consigliere di George Bush, non può ritenersi tranquillo al cento per cento. Libby è accusato di aver intenzionalmente sviato l’inchiesta dalla retta via e di aver mentito alla Giuria e all’Fbi. In particolare è accusato di aver mentito su come ha appreso lo status della moglie di Wilson. Libby ha ripetuto più volte di averlo saputo da vari giornalisti. L’accusa è certa che ne abbia discusso almeno sette volte con diversi funzionari dell’Amministrazione. Successivamente ne ha parlato con quattro giornalisti facendogli credere di aver saputo da loro colleghi. Secondo l’accusa del procuratore, Libby ha intenzionalmente nascosto il suo colloquio con Cheney e con gli altri funzionari, forse per proteggere il suo capo da una tempesta politica. Se fosse riconosciuto colpevole di tutti e cinque i capi di imputazione, Libby potrebbe essere condannato a 25 anni e a pagare un 1.250.000 dollari.
Viene confermata così la consuetudine secondo cui in America non si va in galera per ciò che si è fatto, ma per le cose che si sono dette a proposito di un fatto che non è stato commesso. Resta il paradosso che Libby rischia il carcere per un reato compiuto in un’inchiesta che si è chiusa stabilendo che non c’era il reato per cui è stata creata. Ma il procuratore è convinto che l’ostruzione di giustizia sia più grave della semplice soffiata ai giornali del nome di Valerie Plame, il cui status di agente coperto ancora non è chiaro. Fitzgerald si è rifiutato di rispondere a questa domanda. La Casa Bianca esce con le ossa meno rotte rispetto alle anticipazioni della vigilia, eppure il processo a Libby potenzialmente è molto pericoloso per Bush. Ogni singola contraddizione, versione o imprecisione potrebbe riaprire altri fronti.  Ecco perché è possibile che Libby si dichiari colpevole, patteggi ed eviti un’ulteriore esposizione all’Amministratore di cui fino a ieri era un fedele servitore.

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