Camillo di Christian RoccaC'eravamo tanto armati

George W. Bush ha mentito sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein? La Casa Bianca, cioè, ha davvero ingannato il paese, imbrogliato gli alleati e manipolato i rapporti dei servizi segreti per convincere l’America e il resto del mondo a entrare in una guerra immorale e senza giustificazioni? Il Foglio ha raccontato in tempi non sospetti che le motivazioni dell’invasione sono sempre state tre e in un mondo cambiato dall’11 settembre: le armi di sterminio, i rapporti con al Qaida e il progetto di ridisegnare in senso democratico l’intero medio oriente. Su quest’ultimo punto, i fatti recenti cioè le elezioni, il referendum, il prossimo voto del 15 dicembre e l’impegno degli americani in Iraq dimostrano quanto Bush facesse sul serio, nonostante i suoi critici non ci credessero e avessero fin dall’inizio snobbato la sua dottrina democratica. Sul rapporto tra Saddam e bin Laden la questione è più controversa. Sebbene non sia stata trovata la smoking gun di un legame stabile tra l’Iraq e al Qaida (ovvero un contratto firmato davanti a un notaio), la commissione sull’11 settembre ha accertato che i rapporti tra i servizi di Saddam e Osama c’erano, ed erano frequenti, come dimostra anche l’incriminazione con cui, nel 1998, il Dipartimento della Giustizia di Clinton mise sotto inchiesta lo sceicco saudita: “Al Qaida ha raggiunto un accordo con l’Iraq per non lavorare contro quel governo, mentre su progetti particolari, che specificatamente includono lo sviluppo di armi, al Qaida lavorerà in modo cooperativo con il governo dell’Iraq”.
In generale è noto e innegabile che il progetto politico e strategico di Saddam & Osama fosse il medesimo: conquistare il mondo arabo, sconfiggere gli americani, distruggere Israele. Nella più famosa fatwa contro l’America, Osama cita espressamente le politiche irachene di Clinton come due delle tre cause scatenanti la sua guerra santa a Washington.
Però è proprio la questione delle armi che non si sono trovate, almeno nelle quantità industriali previste, la più importante. In Italia, ma ormai sempre di più anche in America, si è ormai certi che Bush e Cheney e i neocon abbiano fatto carte false per giustificare la loro sporca guerra. Poco importa che la commissione bipartisan del Senato e quella indipendente Robb-Silberman lo abbiano escluso categoricamente. Poco importa che le armi convenzionali con cui Saddam aveva violato quindici o sedici risoluzioni dell’Onu in realtà siano state trovate oppure che le armi di sterminio in precedenza Saddam le avesse usate. Poco importa che il rapporto Duelfer abbia ribadito le intenzioni saddamite di far ripartire i programmi nucleari oppure che la Cia di George Tenet avesse giurato che trovare le armi sarebbe stato come tirare un rigore a porta vuota (una “slam dunk”, disse Tenet). Soprattutto sembra quasi che i giornali si siano dimenticati come l’idea stessa di first strike, cioè del diritto a sparare il primo colpo, sia stata formulata dopo l’11 settembre proprio per prevenire che un potenziale nemico si dotasse delle armi di distruzione di massa. Non per intervenire quando le avesse già pronte per l’uso.
La slum dunk della Cia di Tenet non si è mai vista, ma una cosa è il gigantesco errore dei servizi di tutto il mondo, un’altra è la fabbricazione ad arte di prove false. La seconda ipotesi non è sostenibile per il semplice fatto che il fallimento dell’intelligence mondiale non può essere accreditato esclusivamente all’Amministrazione Bush. Fuori dalla spiccia propaganda politica, infatti, sia Bill Clinton sia sua moglie Hillary, sia i principali candidati del partito democratico alle prossime elezioni 2008 (tranne l’indeciso John Kerry) non accusano Bush and company di aver “ingannato” il paese. E il motivo è semplice: non possono farlo. Bill Clinton, per esempio, già nel 1998, il 17 febbraio, diceva: “Vogliamo seriamente diminuire la minaccia posta dal programma iracheno di armi di distruzione di massa”. E per farlo, il presidente bombardò Baghdad. Sempre nello stesso giorno, il presidente liberal disse: “L’Iraq è uno Stato canaglia con armi di distruzione di massa, pronte a essere usate o essere fornite ai terroristi. Se non rispondiamo oggi, Saddam e tutti quelli che lo seguiranno acquisiranno fiducia domani”. Sempre Clinton, nel 1998, firmò l’Iraq Liberation Act cioè la legge che fece diventare il regime change a Baghdad la politica ufficiale degli Stati Uniti, tre anni prima della cosiddetta presa neocon di Washington. In un messaggio al Congresso del 19 maggio 1999, Clinton individuò con brevi ma dettagliati paragrafi l’intero arsenale proibito in dotazione a Saddam, quale che risultava agli ispettori dell’Onu. Ed erano “armi chimiche; armi biologiche; missili di lunga gittata; e violazioni sui programmi nucleari”.
Il 16 dicembre del 1998, Clinton parlò alla nazione in diretta televisiva e annunciò i bombardamenti sull’Iraq con queste parole che sembrano le stesse, identiche, a quelle pronunciate cinque anni dopo da Bush: “Oggi ho ordinato alle forze armate americane di colpire obiettivi militari e di sicurezza in Iraq. Agli americani si sono aggiunte le forze britanniche. La missione è quella di attaccare i programmi nucleari, chimici e biologici dell’Iraq, la sua capacità militare di minacciare i vicini… A Saddam Hussein non deve essere consentito di minacciare i suoi vicini o il mondo con le armi nucleari, con i gas venefici o con le armi biologiche. Anche altri paesi possiedono armi di distruzione di massa e missili balistici, ma con Saddam c’è una grande differenza: lui le ha già usate. Non una volta, ma ripetutamente. Sganciando armi chimiche contro le truppe iraniane nel corso di una guerra lunga dieci anni. Non solo contro i soldati ma contro i civili, lanciando missili Scud contro i cittadini di Israele, dell’Arabia Saudita, del Bahrain e dell’Iran. E non solo contro nemici stranieri, ma anche contro la sua stessa gente, gasando i civili curdi nell’Iraq del nord”.
Dal 1998 di Clinton al marzo 2003 di Bush sono successe due cose: da un lato Saddam si è rafforzato, grazie ai soldi dell’Oil for Food, dall’altro l’11 settembre ha mutato radicalmente la percezione americana del pericolo. Il fronte contrario alla destituzione del dittatore, ma consapevole del pericolo posto da Saddam, oggi dice che sarebbe stato meglio far lavorare le Nazioni Unite. Cinque anni fa ecco come Clinton liquidò il lavoro degli ispettori Onu: “Invece che disarmare Saddam, è stato Saddam a disarmare loro”. Questi giudizi e queste certezze, a destra come a sinistra, sono state una costante nel dibattito politico americano, dove quasi tutti i senatori autorizzarono Bush a usare la forza. Non c’era nessuno, né pro né contro la guerra, né in America né altrove, convinto che l’Iraq non avesse armi di sterminio. A Washington votarono sì all’intervento armato, giustificandolo proprio per le armi e non per rimuovere gli ostacoli alla democrazia, sia Ted Kennedy sia Hillary Clinton, sia John Kerry sia John Edwards. Fuori dagli Stati Uniti, né Chirac né l’Onu misero mai in dubbio la presenza dell’arsenale proibito iracheno, un arsenale che risultava dalle stesse carte che Saddam fornì all’Onu. Lo svelò Hans Blix, il capo degli ispettori Onu, nella relazione presentata al Consiglio di sicurezza due mesi prima della guerra. Era il 27 gennaio. Blix disse che l’Iraq non collaborava pienamente, come gli imponevano le risoluzioni (e già solo per questo avrebbe dovuto subire “serie conseguenze”), ma anche che mancavano all’appello 6.500 bombe e mille tonnellate di agente chimico, sicché “in assenza di prove contrarie, dobbiamo presumere che di queste quantità non ci sia stata data spiegazione”. L’Iraq, continuò Blix, “sostiene di aver prodotto 8.500 litri di questo agente biologico bellico, ma dice di averli distrutti nell’estate del 1991. Ha fornito poche prove, nessuna convincente sulla loro distruzione. Ci sono però forti indicazioni che abbia prodotto più antrace di quanto dichiarato (…). Dovrebbe ancora esserci”. Sempre Blix, il 14 febbraio, un mese prima della guerra, disse al Consiglio di sicurezza: “Un’altra questione, ed è una questione di grande importanza, è che su molte delle armi e dei componenti proibiti non è stata data spiegazione. Non si può saltare alla conclusione che esistano. Comunque questa possibilità non è esclusa”.
L’uomo che per un pugno di voti in Florida non si è trovato alla Casa Bianca l’11 settembre, ovvero Al Gore, non faceva altro che ripetere frasi come questa del 23 settembre 2002: “Sappiamo che Saddam ha nascosto rifornimenti segreti di armi chimiche e biologiche in tutto il paese”. Non è stato Ahmed Chalabi o Judith Miller a dire queste cose, ma Al Gore. (Parentesi su Judith Miller, la cronista del New York Times accusata di aver propagandato balle sulle armi per conto dei bushiani: basta fare una ricerca sul sito del giornale per scoprire che i suoi articoli sul tema erano una minoranza e che, a differenza di altri, contenevano numerosi caveat).
Non c’era uomo politico, giornale liberal, risoluzione Onu, rapporto di intelligence che non fosse certo della presenza di armi di sterminio in Iraq. Il capo dello staff di Colin Powell, Lawrence Wilkerson, diventato un eroe per aver accusato la cabala neocon di aver condotto il paese alla guerra, alle sue accuse ha premesso queste parole: “Non so dire perché i francesi, i tedeschi, i britannici e noi stessi pensassimo che la maggior parte del materiale che abbiamo presentato all’Onu il 5 febbraio 2003, se non tutto, fosse la verità. Davvero non lo so”. In quell’occasione il francese Dominique de Villepin disse: “Sulle armi chimiche, abbiamo prove della sua capacità di produrre Vx e iprite. Su quelle biologiche, la prova fa pensare a un possibile possesso di grandi quantità di antrace, tossina di botulino e, probabilmente, a capacità di produrli”. L’ambasciatore tedesco aggiunse: “Tutti i nostri governi credono che l’Iraq abbia prodotto armi di distruzione di massa e che continui a farlo”. Con queste citazioni si potrebbe riempire un giornale. Una per una dimostrano quale sia la vera balla della guerra di liberazione dell’Iraq.

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