Camillo di Christian RoccaHillary e Biden non vogliono sentir parlare di ritiro dall'Iraq

New York. Hillary Clinton, lunedì sera: “Un ritiro immediato dall’Iraq sarebbe un grande errore”. Joe Biden, sempre lunedì: “La verità è che in Iraq una nostra ampia presenza militare è necessaria”. Il centrosinistra americano sa che non ha alcun senso abbandonare Baghdad, né alla Zapatero né alla Prodi, né scappando di corsa né fissando un calendario. Del resto anche l’Onu, su richiesta esplicita del governo iracheno, ha appena esteso di un anno la presenza militare internazionale in Iraq, cioè fino al 31 dicembre del 2006. Una scadenza rilanciata lunedì alla riunione della Lega araba.
Clinton e Biden non sono due senatori qualunque. Hillary è la principale candidata alla Casa Bianca per il 2008, mentre Biden è un suo probabile concorrente nonché la più autorevole voce del partito negli affari di politica estera. La settimana scorsa aveva fatto clamore la richiesta di John Murtha, un deputato democratico considerato un falco, di ritirare entro sei mesi le truppe americane e di ricollocarle nei paesi vicini, pronte a intervenire qualora ce ne fosse bisogno. I democratici hanno provato a sfruttare l’occasione per dare un ulteriore colpo, quello decisivo, alla già bassa credibilità di cui gode Bush. Non ci sono riusciti perché i repubblicani hanno chiamato il bluff degli avversari presentando, loro stessi, una risoluzione sul ritiro. Inequivoco il risultato: 403 voti contrari e soltanto 3 favorevoli al ritiro.
L’infuocato dibattito politico fa dire ai senatori e ai deputati democratici che Saddam non costituiva una minaccia per l’America, nonostante prima della guerra, e negli anni clintoniani, sostenessero il contrario. John Kerry accusa Bush di aver ingannato il paese, ma si sente rispondere (da Dick Cheney, lunedì) che le informazioni di intelligence erano a disposizione di tutti. E che nessuno, allora, le giudicò ingannevoli. Tutto ciò rientra nella normale dialettica tra un presidente in difficoltà e un partito d’opposizione, ma il punto fermo è che i democratici rifiutano di consegnare la propria politica estera alle idee del regista Michael Moore o della mamma anti Bush Cindy Sheehan.
Hillary Clinton ha specificato che il ritiro delle truppe “ci causerebbe più problemi”. Ovviamente non ha fatto mancare a Bush le sue critiche sulla gestione della guerra, ma non al punto da convincere Cindy Sheehan, secondo cui Hillary è come Bush: “Non farò l’errore di votare di nuovo per un altro democratico favorevole alla guerra, così come non voterò un repubblicano pro war”. Tra i possibili candidati alla presidenza, soltanto il “nuovo Howard Dean”, cioè il senatore del Wisconsin, Russell Feingold, è per il ritiro.
Joe Biden, invece, ha cercato di trovare un modo per criticare il presidente senza però chiedere il ritiro delle truppe, tanto più che fin qui Biden si è distinto per aver proposto una maggiore presenza militare in Iraq. Il nuovo piano di Biden per la vittoria è centrato su due punti: accelerare l’addestramento delle truppe irachene e trovare un accordo tra sciiti, sunniti e curdi. Secondo l’Economist, queste sono esattamente le cose che, sia pure con ritardo, sta cercando di realizzare l’Amministrazione Bush. La vera novità, piuttosto, è un’altra: le difficoltà in Iraq non fanno vacillare soltanto la destra, che rischia di tornare a essere isolazionista, ma trasformano i politici di centrosinistra nei nuovi interpreti della politica realista di Nixon e Kissinger. Secondo Biden, infatti, Bush “deve abbandonare i suoi grandiosi piani” di trasformare il medio oriente e concentrarsi su obiettivi più realistici. Meno democrazia e più stabilità, quindi. Non proprio una politica di sinistra.

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