Camillo di Christian RoccaIl Senato americano dice no al ritiro, ma chiede a Bush di spiegare come si vince in Iraq

Milano. Il Senato americano ha bocciato la proposta di fissare un calendario di massima per il ritiro delle truppe americane dall’Iraq, sostitutendole con quelle irachene e di altri paesi. Contemporaneamente, i senatori repubblicani hanno chiesto a George W. Bush di presentare al Congresso un piano strategico per vincere e quindi porre fine alla missione in Iraq. L’iniziativa dei repubblicani è partita dal leader a Capitol Hill, Bill Frist, per contrastare l’emendamento con cui, forti del calo di popolarità di Bush, i democratici chiedevano alla Casa Bianca di fissare gli obiettivi, raggiunti i quali sarebbe stato necessario stabilire un calendario di rientro delle truppe americane. La novità non è nella proposta dei democratici né in quella dei repubblicani, ma nel fatto che per la prima volta il partito di Bush ha temuto che la risoluzione dell’opposizione potesse tentare qualche collega repubblicano e ottenere la maggioranza in aula.
Il contesto del voto di ieri era quello dei finanziamenti al Pentagono, lo strumento con cui i senatori incidono sulla politica militare e sulla gestione del conflitto. I democratici con la loro proposta hanno chiesto tre cose: che Bush informasse il Congresso sui progressi in Iraq, spiegasse la strategia per la vittoria e, appunto, individuasse gli obiettivi per stabilire “una previsione di massima” per il ritiro. La richiesta è stata bocciata 58 a 40, con 5 democratici che hanno votato con i repubblicani e un astenuto.
I repubblicani invece hanno fatto proprio l’emendamento dei democratici, lo hanno presentato a loro nome, salvo la parte sul calendario di ritiro delle truppe, ed è passato con 79 voti a favore e 19 contrari. Entro tre mesi dall’approvazione dell’Authorization bill, l’Amministrazione dovrà riferire al Congresso la situazione militare in Iraq, lo status dell’addestramento delle truppe irachene e a che punto sono gli sforzi “per convincere la comunità irachena maggioritaria a compiere i compromessi necessari per creare un ampio e stabile accordo politico”.
Prima della sconfitta in aula dei democratici, i giornali liberal, e in particolare il New York Times, si sono scatenati e hanno interpretato come una piccola grande svolta la scelta dei repubblicani di chiedere conto al presidente dello stato della guerra. John Podhoretz, editorialista del New York Post nonché ex speech writer di Ronald Reagan, dice al Foglio di non comprendere la scelta del partito e del Senato: “La risoluzione presentata dai repubblicani sembra sia stata ideata per far votare i senatori su qualcosa di diverso dalla proposta dei democratici che voleva fissare un calendario di ritiro. Nonostante puzzi di capitolazione – ha aggiunto Podhoretz – l’obbligo di fare un rapporto ogni tre mesi potrebbe essere una cosa buona per Bush e per la missione in Iraq, perché lo costringerà a spiegare al paese in termini specifici i progressi compiuti sul campo. Una cosa che avrebbe dovuto fare da tempo, ma questa è un’Amministrazione molto pigra”.

“Libera, mantieni, costruisci”
Ci sono da notare altre due cose. Uno dei giganti del partito di Bush, il senatore John McCain, ovvero uno dei pochi repubblicani apprezzati dai giornali liberal nonché uno dei favoriti per la corsa alla Casa Bianca nel 2008, intervenendo la settimana scorsa all’American Enterprise Institute ha delineato il suo piano per la vittoria in Iraq che consiste in tre cose: aumentare, invece di ridurre, le truppe in Iraq; non fare affidamento sull’aiuto degli altri paesi e applicare una nuova strategia sul campo che non si limiti a combattere i terroristi ma anche a ricostruire le città e renderle più sicure una alla volta. E’ la dottrina militare detta “a macchia d’olio”, avanzata su Foreign Affairs dal professor Andrew F. Krepinevich e recepita con la formula “clear, hold and build”, libera, controlla e costruisci, da Condoleezza Rice in un’audizione di fine ottobre al Senato, considerata come il vero punto di svolta dell’impegno in Iraq. Insomma, la direzione è opposta a quella auspicata dai democratici e dalla stampa progressista.
C’è anche un diverso atteggiamento, più combattivo, sul fronte della battaglia mediatica, pare legato al ritorno di Karl Rove alla guida delle strategie presidenziali. La Casa Bianca ha cominciato a ribattere colpo su colpo alle accuse di aver ingannato il paese sulle prove contro Saddam. Venerdì scorso, per la prima volta, Bush ha replicato alle critiche, ricordando che le medesime valutazioni d’intelligence erano a disposizione sia del suo predecessore Bill Clinton sia dell’opposizione. Tanto che gli attuali critici della guerra allora erano certi che Saddam avesse le armi e costituisse una minaccia, al punto che al Congresso autorizzarono il presidente a usare la forza per liberare l’Iraq.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter