Camillo di Christian RoccaBush sul voto iracheno

New York. Soltanto un anno fa George W. Bush era considerato un pazzo o un illuso o un fanatico quando sosteneva che l’Iraq potesse avere un futuro libero e democratico. Un anno dopo, soltanto un anno dopo, gli iracheni hanno votato liberamente due volte nonostante avessero dovuto affrontare le concrete minacce di morte dei terroristi. Si sono dotati di una nuova Costituzione e questa mattina vanno una terza volta alle urne per eleggere il Parlamento e quindi il primo governo responsabile di tutto il mondo arabo. Dunque la strategia di Bush non era campata in aria, non era viziata da un’ideologia folle, non era dettata da interessi economici o petroliferi, come sostenevano i suoi critici. Sul Washington Post, Condoleezza Rice ha spiegato che la promozione della democrazia è ormai una scelta irreversibile, l’unica vera strategia realista per garantire la sicurezza americana perché se in medio oriente avanza la democrazia, il mondo è più sicuro.
Bush ieri ha concluso la serie di quattro discorsi sulla strategia per la vittoria in Iraq, impostagli dall’importanza del momento ma soprattutto dal consenso calante per un dopoguerra che continua a essere violento, costoso e apparentemente senza fine. L’intervento di ieri è stato pronunciato al Woodrow Wilson Center, l’istituzione che prende il nome del presidente liberal che voleva rendere sicuro il mondo attraverso l’espansione della democrazia. Bush ha rispiegato – per l’ennesima volta – quella che lo studioso dell’islam, Bernard Lewis, ha definito la “strategia della liberazione”, cioè la rimozione dell’ostacolo, cioè della dittatura, che ha impedito agli iracheni di costruirsi la propria democrazia. Bush ha citato esplicitamente Harry Truman, l’altro presidente liberal che si battè per convincere gli americani a investire sulla democrazia in Giappone come pilastro dell’interesse nazionale statunitense. Anche allora, ha ricordato Bush, il presidente ricevette numerose critiche e affrontò l’opposizione di chi credeva che il Giappone non fosse pronto alla democrazia, ma infine ebbe ragione.
Il fiorire della democrazia in Iraq, ha detto Bush, non fermerà la violenza dei terroristi nel breve termine, ma costituisce “uno spartiacque”, una speranza per il medio oriente, un modello per i paesi vicini e un’alternativa al fondamentalismo religioso. Bush ha ripercorso la storia dell’intervento in Iraq e del cambiamento di prospettiva seguito agli attacchi subiti l’11 settembre. Saddam era una minaccia, aveva invaso paesi vicini, torturava la sua gente, era in guerra da dieci anni con la comunità internazionale, considerava l’America il suo nemico principale, aveva usato armi di distruzione di massa e voleva acquisirne ancora, come è stato dimostrato dalle inchieste sulla gestione criminosa dei soldi dell’Oil for food. A tutte le intelligence mondiali, comprese quelle dei paesi contrari all’intervento, risultava che avesse armi di sterminio, ma nonostante molte di queste informazioni fossero sbagliate o false, nel mondo post 11 settembre non si poteva correre il rischio che un dittatore con questo curriculum restasse in sella e magari aiutasse i terroristi. Eppure, ha ribadito Bush, la scelta di rimuovere Saddam è stata giusta, perché gli iracheni e il mondo sono più liberi e più sicuri da quando il dittatore non è più al potere.
Il New York Times, molto scettico in questi anni sulla possibilità che la democrazia potesse essere esportata con le armi, ieri ha titolato il suo editoriale salutando il voto di questa mattina come “l’elezione più importante dell’Iraq”.  Il Times si è rallegrato del crescente coinvolgimento politico e civile dei sunniti, criticati perché “fecero un errore disastroso quando boicottarono le elezioni di gennaio per l’Assemblea costituente”. Un errore disastroso che, però, commise anche il medesimo New York Times. Il giornale, infatti, fino all’ultimo momento chiese a Bush di rinviare le elezioni di gennaio perché l’Iraq non era ancora pronto e quel voto sarebbe stato un disastro. Poi rimasero stupiti dagli otto milioni di iracheni col dito macchiato di viola.

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