Camillo di Christian RoccaIl negazionismo al potere

Milano. “Siamo nel 1935. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad è più vicino a Hitler di quanto si possa pensare. Ora sappiamo chi è, il punto è: chi siamo noi? Siamo Stanley Baldwin o Winston Churchill?”. L’ex leader repubblicano alla Camera di Washington, Newt Gingrich, descrive così la crisi internazionale con l’Iran e con un presidente negazionista dell’Olocausto al comando di un paese ricco di gas e petrolio oltre che deciso a farsi la bomba atomica per esportare la rivoluzione islamista e distruggere Israele. Baldwin è il primo ministro britannico che negli anni Trenta rifiutò di riarmarsi e di considerare Hitler una minaccia, Churchill è il leader che ha riconosciuto il pericolo e lo ha affrontato. Chi siamo noi?
“Ahmadinejad è un dono dal cielo”, ha scritto provocatoriamente Reuel Marc Gerecht in un saggio sul Weekly Standard, perché “non pratica la taqqiyah, la tipica arte di dissimulazione sciita” adottata dai predecessori di Ahmadinejad per ingannare l’occidente e guadagnare tempo per costruirsi l’arma di sterminio. In Italia la sinistra di governo ci è cascata in pieno: Luciano Violante ha scritto la prefazione a un libro dell’ayatollah Khatami e ha detto pubblicamente che le idee politiche di Khatami erano “molto simili all’idea italiana di democrazia”. Giuliano Amato ha ricevuto Khatami con parole dolci: “Mohammad, sei tu la via per la democrazia”. Eppure è stato proprio il presunto riformista Khatami ad accelerare la corsa iraniana al nucleare. Ora che il mondo libero s’è svegliato e nessuno crede più alla barzelletta degli ayatollah riformisti, perfino l’iper pacifista Howard Dean, domenica mattina, ha detto: “L’Iran è uno stato terrorista. Non ci possiamo permettere in nessun modo che si doti di armi nucleari. Il presidente ha detto giustamente che nessuna opzione può essere tolta dal tavolo”. Mentre Hillary Clinton critica la Casa Bianca di aver sottovalutato la minaccia iraniana e di aver affidato agli europei la gestione della crisi.
La Casa Bianca è criticata anche dai cultori del cambio di regime, i quali accusano in particolar modo il Dipartimento di stato di aver bloccato al Congresso l’Iran Freedom and Support Act, dopo il passaggio in commissione a luglio dello scorso anno. I diplomatici hanno fatto pressioni sulla leadership del Congresso per evitare che l’approvazione di una legge che finanzia l’opposizione democratica iraniana potesse far saltare le trattative tra Teheran e il terzetto europeo. Trattative che sono fallite ugualmente, vista la caparbietà dei turbanti atomici. Il progetto di legge prevede l’assistenza alla transizione democratica in Iran attraverso il finanziamento diretto a gruppi d’opposizione laici, liberali e nonviolenti, il sostegno a televisioni e radio indipendenti e l’appoggio a un referendum nazionale sul regime.

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