Camillo di Christian RoccaLa Strategia di Bush è sempre più pro democrazia, cioè wilsoniana, clintoniana e neocon

La Strategia sulla Sicurezza Nazionale di Bush, il giorno dopo. Un lettore interessato a individuare le prossime mosse della superpotenza americana che cosa avrà capito leggendo i giornali di ieri? Tutto il necessario, ovviamente. Ma solo a patto che abbia letto soltanto un quotidiano e non abbia dato neanche un’occhiata altrove. Viceversa, il documento che delinea la strategia globale americana dei prossimi anni sarebbe più misterioso di un Giallo Mondadori. Titolo del Corriere della Sera sulla prima pagina: “Il ritorno al realismo”. E a pagina 13: “Si smorza l’onda neoconservatrice”. Il Riformista, per citarne un altro, ha titolato: “Iran e Iraq: è il ritorno dei neocon. Bush rilancia la linea dura in tre mosse”. Potrei continuare con titoli e interpretazioni opposte, nonostante il documento sia lo stesso: dal Giornale al Manifesto, dall’Avvenire al Los Angeles Times, dal New York Post al Financial Times. Repubblica, sempre più avanti, pubblica entrambe le versioni, con Zucconi che commenta la mancata abiura di Bush e Ivo Daalder che parla di “un ritorno alla politica estera di Clinton”. Il Foglio ha titolato “Contro il totalitarismo” e, più sotto, “Bush presenta il nuovo documento strategico sulla sicurezza nazionale, in realtà è un manifesto per la democrazia che sembra scritto da un intellettuale liberal. Confermato il diritto al first strike (anche verso l’Iran)”. La maggioranza dei giornali ha scelto di porre l’enfasi sulla riconferma della guerra preventiva nei confronti delle dittature che si vogliono dotare di armi nucleari. Con il dossier Iran all’Onu, è ovvio che questa fosse la notizia. Eppure secondo il Corriere si tratterebbe di un “ritorno al realismo”. L’analisi di Gianni Riotta è meno perentoria rispetto al titolo, ma con tutta la buona volontà è difficile intravedere un’inversione di marcia in un documento che più di una volta ripete che “quando le conseguenze di un attacco con armi di sterminio sono potenzialmente così devastanti, non ci possiamo permettere di oziare mentre questi seri pericoli si materializzano. Questo è il principio e la logica della prevenzione. Nella nostra strategia di sicurezza nazionale il posto della prevenzione rimane lo stesso”. Non si intravedono grandi “smorzamenti” di linea in un testo che, addirittura, ribadisce il diritto all’uso della forza preventiva “anche se rimanesse incertezza su luogo o data scelti dal nemico”. Senza dimenticare che dopo aver reso omaggio al multilateralismo, auspica il ricorso ad alleanze ad hoc per superare le lentezze e le inefficienze di organizzazioni come Onu e Nato. Si può discutere se questa sia stata, o se sia ancora, una strategia giusta o sbagliata, ma raccontarla come una svolta o un ritorno al passato certo non riuscirà a cambiarne i connotati, che restano quelli elaborati dopo l’11 settembre. I giornali vanno in brodo di giuggiole se riescono a percepire una divisione tra falchi e colombe (definizioni che andrebbero proibite per legge) o tra i nuovi falchi e colombe, ovvero tra neocon e realisti. Ma non si rendono conto che tra le due posizioni, quella più di sinistra, più moderata, più liberale è la prima, quella neocon, non quella realista kissingeriana. Se questo nuovo documento segna in qualche modo una svolta rispetto al testo del settembre 2002, la novità consiste nello straordinario rilievo dato alla promozione della democrazia e nel suo essere un testo idealistico, ma “aggredito dalla realtà”, cioè intimamente neoconservatore. Se Ivo Daalder segnala un ritorno alla politica clintoniana dell’allargamento democratico e John Mearsheimeir sul Christian Science Monitor dice che “potrebbe essere stata scritta da Woodrow Wilson o Bill Clinton”, il motivo è esattamente questo: è un manifesto ideale e un piano d’azione pragmatico alla maniera che piace ai neocon e alla sinistra antitotalitaria. Seguendo questa impostazione era il vecchio documento, tra i due, il testo realista.

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