Camillo di Christian RoccaIn attesa dei dati ufficali, ecco il caos provvisorio punto per punto

L’unica cosa certa è che ancora non ci sono i dati ufficiali delle elezioni. Arriveranno per legge entro il 28 aprile, probabilmente qualche giorno prima. Quelli forniti dal Viminale sono solo provvisori e, soprattutto, informali. Non spetta al ministero dell’Interno la proclamazione degli eletti, ma alla Corte di Cassazione, sulla base dei conteggi fatti dalle Corti d’Appello. Il Viminale non ha mai visto, né mai vedrà, un verbale compilato dai presidenti di seggio. Con uno scarto tra le due coalizioni così ridotto, di circa 25 mila voti, sarebbe stato opportuno che nessuno si dichiarasse vincitore in attesa dei dati ufficiali, anche perché a ogni elezione tra i dati forniti dal Viminale e quelli ufficiali ci sono sempre stati spostamenti di 40 o 60 mila voti (57 mila alle elezioni del 2001). Il motivo è semplice: i dati del Viminale sono raccolti nelle concitate ore successive allo scrutinio e comunicati attraverso quattro passaggi. Funziona così: il presidente di seggio compila una copia del verbale ufficiale e lo invia al Comune. Dal Comune, se non è informatizzato, i risultati delle liste di ciascun seggio comunale vengono comunicati via fax o via telefono a un funzionario della prefettura. Dalla prefettura, sempre via fax o telefono, i numeri vengono trasmessi al Viminale. Sono, più o meno, 4 milioni e mezzo di numeri che, tra un passaggio e l’altro, può capitare vengano trascritti male. La prova che sia successo anche stavolta c’è già – spiega al Foglio Peppino Calderisi, grande esperto di questioni istituzionali ed elettorali – quella dell’errore sulle schede contestate. Al Viminale risultavano essere 43 mila, invece dal conteggio fatto sui verbali si è scoperto fossero poco più di duemila. Se il centrosinistra si è dichiarato vincitore sulla base del vantaggio non ancora ufficiale, il centrodestra non è esente da colpe, avendo parlato di brogli e di riconteggi, prima ancora di conoscere i conteggi. Il Viminale, invece, ha comunicato soltanto il 13 aprile che non spetta al ministero la proclamazione degli eletti, quando invece sarebbe stato più opportuno farlo la sera stessa del voto, in diretta tv, invitando tutti alla cautela e ad aspettare i dati ufficiali.

Per Washington, i risultati non ci sono ancora. Ieri il Bureau degli Affari europei del Dipartimento di stato ha diffuso una scheda sull’Italia dove si legge che “le elezioni nazionali si sono tenute il 9 e 10 aprile, ma i risultati finali sono ancora controversi”.

In queste ore il controllo dei verbali e il conteggio dei voti è affidato ai magistrati delle Corti d’Appello. La partita principale si gioca lì, ma non pare che la struttura organizzativa dei partiti di centrodestra sia attrezzata a verificare il lavoro dei magistrati. C’è chi sostiene che le Corti si apprestano a confermare i dati del Viminale, corretti dalla manciata di schede contestate. Per evitare dubbi e favorire la massima trasparenza possibile, Calderisi propone che i Comuni pubblichino – sulla base della copia dei verbali di seggio – i voti sezione per sezione in modo che ciascuno possa controllare la conformità tra i dati delle sezioni e quelli ufficiali forniti dalle Corti d’Appello.
E’ l’interpretazione di Calderoli alla legge elettorale ad aver invece attirato l’attenzione del centrodestra. Secondo il ministro, il quale ha presentato un esposto alla Corte d’Appello, c’è una lista in Lombardia 2 i cui 45 mila voti non devono essere conteggiati a favore dell’Unione malgrado sia regolarmente apparentata a Prodi. Avesse ragione, il centrodestra passerebbe in vantaggio di 20 mila voti e otterrebbe il premio di maggioranza. Calderoli sostiene che la legge prescrive che “la cifra elettorale nazionale di ciascuna lista è data dalla somma delle cifre elettorali circoscrizionali conseguite nelle singole circoscrizioni”. L’uso del plurale, secondo Calderoli che è l’autore della legge ispirata alla “legge truffa” di De Gasperi del 1953, significa una cosa sola: le liste che si sono presentate in una sola circoscrizione non vanno considerate ai fini del computo nazionale. Per rafforzare la tesi, Calderoli ricorda come l’eccezione sia esplicitamente prevista per le liste di minoranze linguistiche nelle regioni a statuto speciale. Altri sostengono che l’impalcatura calderoliana non stia in piedi e che l’uso del plurale è ovvio perché si parla di somma tra più circoscrizioni, mentre è evidente che se la lista è presente in una sola circoscrizione non ci sia nulla da sommare.

L’errore politico di Calderoli. La lista in questione, la Lega Alleanza lombarda, era in procinto di trovare un accordo con il centrodestra, ma è stato proprio Calderoli a opporsi. Il leader della lista che regala la vittoria a Prodi è Elidio De Paoli, noto per aver lodato il referendum-farsa con cui Saddam ottenne il 100 per cento dei voti poco prima della guerra: “Si è svolto in maniera seria e regolare – disse il leghista prodiano – non è stato affatto una pagliacciata”.

I numeri e gli elettori di serie B. In attesa dei dati ufficiali, sappiamo che il centrodestra ha preso circa 147 mila voti in più di Prodi al Senato, mentre Prodi ha ottenuto 130 mila voti in più alla Camera. Sì, 130 mila, non 25 mila. Quest’ultima, infatti, è la cifra dei voti ottenuti in Italia, salvo la Valle d’Aosta dove si è votato con un altro sistema elettorale. Non sono compresi nemmeno i voti ottenuti all’estero, dove Prodi ha prevalso di circa 90 mila voti. Ma la legge prevede che il premio di maggioranza si assegni soltanto in base ai voti espressi in Italia, esclusa la Val D’Aosta, sicché il voto degli elettori esteri, della Val D’Aosta (e del Trentino, ma solo al Senato) pesa meno di quello degli altri concittadini, non potendo contribuire al premio di maggioranza a favore dell’una o dell’altra coalizione.

I rosapugnoni chiedono quattro senatori, Di Pietro almeno un altro. Marco Boato sostiene che la richiesta è fondata e crede che un altro senatore spetti anche alla lista unitaria Comunisti-Verdi. A dimostrazione che ancora è tutto per aria, di fronte alla magistratura sono pendenti ricorsi per ottenere una diversa interpretazione della legge rispetto a quella del Viminale. Questi cinque o sei seggi dovrebbero essere sottratti ai Ds, alla Margherita, a Rifondazione. Sarà dura.

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