Camillo di Christian RoccaCambiare il regime di Pyongyang?

Barack Obama ha deciso di cambiare politica sulla Corea del nord, ed è una svolta improvvisa, inattesa e in controtendenza rispetto, per esempio, alla strategia diplomatica nei confronti delle mire nucleari dell’Iran. Obama ha pubblicamente rigettato la linea degli incentivi economici in cambio della sospensione dei programmi nucleari elaborata negli anni di Bill Clinton e continuata, con una pausa tra il 2001 e il 2003, da George W. Bush.

Barack Obama ha deciso di cambiare politica sulla Corea del nord, ed è una svolta improvvisa, inattesa e in controtendenza rispetto, per esempio, alla strategia diplomatica nei confronti delle mire nucleari dell’Iran. Obama ha pubblicamente rigettato la linea degli incentivi economici in cambio della sospensione dei programmi nucleari elaborata negli anni di Bill Clinton e continuata, con una pausa tra il 2001 e il 2003, da George W. Bush.
L’Amministrazione Obama usa toni che in passato si erano sentiti soltanto in bocca a John Bolton, l’ex ambasciatore all’Onu di Bush che negli ultimi anni ha criticato ferocemente presidente repubblicano, tra le altre cose reo di aver tolto la Corea del nord dalla lista dei paesi che sponsorizzano il terrorismo. Il Pentagono è in allerta e gli analisti di politica estera vicini a Obama cominciano a parlare apertamente di “cambio di regime” a Pyongyang. Hillary Clinton ha detto che sta studiando l’ipotesi di ribaltare la decisione di Bush e di far rientrare il regime nordcoreano nella lista dei supercattivi che sostengono il terrorismo internazionale.
Nelle ultime settimane, il regime militare comunista di Kim Jong Il ha condotto test nucleari e missilistici. I servizi russi e sudcoreani sostengono che nei prossimi giorni ci saranno altre esercitazioni, forse con missili capaci di raggiungere il territorio americano, oltre che il Giappone. Ieri mattina, il giornale del Partito comunista di Pyongyang ha scritto che il regime minaccia di usare il suo arsenale atomico in “un attacco senza pietà” se continuerà a essere “provocato”, cioè se la comunità internazionale prenderà provvedimenti economici per punire le sue continue violazioni.
In una situazione come questa, la Casa Bianca, il dipartimento di stato e il Pentagono sono arrivati alla conclusione che la politica degli incentivi in cambio della rinuncia ai programmi nucleari non funziona. Gli estenuanti colloqui internazionali e bilaterali condotti prima da Clinton e poi da Bush non sono serviti a niente. E le firme di Pyongyang sugli accordi del 1994, del 2005 e del 2008 sono carta straccia. Da qui l’idea di cambiare strategia.
La settimana scorsa, a Parigi, Obama ha detto che non intende continuare con “una politica che premia le provocazioni” e che ripenserà “in modo approfondito al modo di procedere sulla questione” nordcoreana: “Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli”. Il solitamente pacioso segretario alla Difesa, Bob Gates, ha detto: “Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo”. E, simbolicamente, lo ha detto in Alaska, dove la settimana scorsa è andato a visitare la struttura antimissile costruita da Bush per dimostrare che l’America è pronta a distruggere eventuali missili nordcoreani lanciati contro gli Stati Uniti.
“Clinton c’è cascato una volta, Bush un’altra. Non ci cascheremo anche noi”, ha detto un anonimo “capo stratega” della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale attraverso cui Obama conduce la sua politica estera. Altri funzionari obamiani hanno detto al Times che Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte.
Il team di sicurezza nazionale di Obama, ha scritto ancora il Times, ha cambiato scenario. Si è reso conto, come ha sempre detto John Bolton, che la priorità di Pyongyang non è quella di ricattare per ottenere soldi, cibo, petrolio, ma quella di essere riconosciuta come la capitale di uno stato nucleare.
Gli uomini di Obama, soprattutto, hanno fatto trapelare al Times che la nuova interpretazione della Casa Bianca dei continui test militari nordocoreani è che siano una specie di spot pubblicitario del regime, il modo di Kim Jong Il di esporre la propria merce sul mercato globale e provare a venderla a chiunque sia interessato ad acquistare tecnologia nucleare. “Questo cambia interamente la dinamica del nostro approccio”, ha detto un altro consigliere di sicurezza nazionale al Times.
La svolta è clamorosa, non solo perché l’intera presidenza Obama si fonda sul dialogo e sulla pacificazione, ma anche perché la Casa Bianca, nei mesi scorsi, aveva espresso più volte la disponibilità di procedere a colloqui diretti con Kim Jong Il e aveva anche nominato un rappresentante speciale per la regione, con l’idea di inviarlo a Pyongyang. La risposta del regime è stata sempre la stessa: non ci interessa.
Il caso delle due giornaliste americane della tv di Al Gore, condannate ai lavori forzati dal regime comunista e detenute in uno dei lager del paese, ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione. Kim Jong Il spera di utilizzare le due ragazze come merce di scambio con gli Stati Uniti, ma il dipartimento di stato sta tentando in tutti i modi di slegare il tentativo di liberarle, magari inviando proprio Al Gore a Pyongyang, dal dossier nucleare e militare. Non sarà facile e il timore diffuso a Washington è che il rifiuto dell’Amministrazione di mettere sullo stesso piano le due cose possa prolungare la detenzione delle due ragazze, in un carcere noto per il maltrattamento dei prigionieri.
“Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione”, ha detto al Foglio John Nagl, il presidente del più influente  centro studi di politica estera di Washington, il Center for a New American Security da cui Obama ha preso uomini e idee, a comiciare dal fondatore del think tank, Kurt Campbell, nominato vice di Hillary Clinton con competenza sull’Asia, e quindi sulla Corea. “Non c’è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca – aggiunge Nagl – perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo”.
Nagl, inoltre, segnala che il cambiamento di regime è già in corso, con la battaglia per la successione al vecchio e malato Kim Jong Il. L’erede designato è il figlio più giovane, Kim Jong-un, ma secondo l’analista obamiano il futuro che l’Amministrazione Obama deve aiutare a prefigurare è una difficile e dolorosa “riunificazione” delle due Coree, “al cui confronto quella delle due Germanie sembrerà una passeggiata”.
L’Amministrazione Obama fa sul serio. Non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare uno degli ultimi regimi stalinisti della terra.
Alle Nazioni Unite sta lavorando per un’ulteriore stretta alle sanzioni internazionali, mentre martedì la Corea del sud ha imposto per la prima volta un embargo finanziario contro le società del Nord, una mossa che non farà piacere al regime comunista, già furioso per la recente adesione di Seul, sponsorizzata da Obama, alla Proliferation Security Initiative ideata da Bush e Bolton che impegna i paesi membri a bloccare le spedizioni aeree e navali illecite di armi di distruzione di massa.
L’idea di far rientrare Pyongyang nell’elenco degli stati terroristi è più emblematica che di reale efficacia, visto che le sanzioni economiche americane sono in piedi da molti anni: “Prendiamo la questione in modo serio – ha detto la Clinton alla Abc ricordando il tentativo finale dell’Amministrazione Bush e di Condi Rice di incentivare il regime di Pyongyang – Sono stati tolti dalla lista per un motivo e quel motivo è stato cancellato dalle loro azioni”.
Hillary ha anche detto che l’Amministrazione Obama sta cercando un modo, magari con l’aiuto della Cina, di fermare le spedizioni aeree e navali della Corea del nord sospettate di portare armi o tecnologia nucleare. L’idea è di fermare i carichi nordcoreani possibilmente nei porti e negli aeroporti cinesi o di altri paesi, ma alla Casa Bianca e al Pentagono sono pronti anche ad avviare ben più pericolosi confronti in alto mare. Il rischio di aprire un confronto diretto con Pyongyang è altissimo, per questo la Cina e la Russia tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani.
Hillary Clinton è convinta che l’accordo è vicino, ma in realtà esiste già una risoluzione del Consiglio di sicurezza del 2006 che consente di intercettare e fermare le navi nordcoreane in alto mare, ma con la clausola che sia fatto in modo “coerente con la legge internazionali”. La formula è vaga e non è mai stata spiegata chiaramente, come capita spesso con i documenti dell’Onu. La vicenda ricorda l’acceso dibattito sulla definizione delle “gravi conseguenze” che avrebbe dovuto subire Saddam Hussein in seguito alle sue costanti violazioni delle risoluzioni.
La Corea ha già fatto sapere che considererà le azioni americane in alto mare come “un atto di guerra”, sicché gli strateghi di Obama stanno cercando un modo altrettanto efficace di controllare i carichi nordcoreani, ma anche capace di evitare un conflitto. Il vice di Hillary Clinton, James B. Steinberg, sta sondando la disponibilità della Cina se non a emanare sanzioni, almeno a esercitare pressioni su Pyongyang. Gli uomini di Obama hanno spiegato al Times che i cinesi si confrontano con il solito dilemma, quello di chi non vuole che la Corea del nord diventi una potenza nucleare, ma che non vuole nemmeno causarne il dissolvimento che si risolverebbe, tra le altre cose, con una crisi umanitaria ai suoi confini.
Steinberg e la delegazione americana, secondo il racconto del Times, stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l’America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare: “Faremo tutto ciò che possiamo fare – ha detto domenica Hillary Clinton in televisione – per fermare, prevenire e chiudere il loro flusso di denaro. Se non agiamo ora in modo significativo ed efficace contro i nordcoreani – ha aggiunto – faremo scoppiare una corsa alle armi nucleari nell’Asia nord orientale. Non penso che nessuno di noi voglia assistere a una cosa del genere”.
Christian Rocca

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