Camillo di Christian RoccaCedimento atomico

Washington. L’America di Barack Obama comincia ad accettare l’idea che l’Iran degli ayatollah islamici potrà dotarsi di tecnologia nucleare.

Washington. L’America di Barack Obama comincia ad accettare l’idea che l’Iran degli ayatollah islamici potrà dotarsi di tecnologia nucleare. Lo ha detto esplicitamente lo stesso presidente, nel suo discorso di ieri al Cairo, e lo spiegano con autorevolezza esperti e analisti di Washington che influenzano da vicino le sue strategie di sicurezza nazionale. Si tratta di una svolta decisiva nella politica estera americana, se confermata, e nei circoli politici della capitale si dice sia il vero motivo delle crescenti tensioni con il governo israeliano.

Obama ovviamente non ha rinunciato a fermare la corsa atomica del regime islamista di Teheran, cerca di aprire una strada diplomatica per contenere i programmi militari iraniani e spera di poter dimostrare al mondo che ha fatto di tutto per agire pacificamente e senza arroganza, qualora gli dovesse servire la solidarietà internazionale per eventuali sanzioni economiche e commerciali.  Ma sono scomparsi dalla sua retorica i proclami senza se e senza ma sul no a un Iran nucleare. Fino a un paio di mesi fa, Obama diceva che un Iran atomico sarebbe stato inaccettabile e che, da presidente, avrebbe fatto di tutto per evitare l’incubo di una setta di fanatici religiosi pronta a minacciare l’esistenza di Israele con le armi di distruzione di massa e in grado di passare tecnologia nucleare ai terroristi islamici.

Ufficialmente la linea della Casa Bianca è ancora questa, ma prima in un discorso in Turchia, poi due giorni fa in un’intervista alla Bbc e infine ieri al Cairo, Obama ha riconosciuto esplicitamente il diritto dell’Iran a dotarsi di tecnologia nucleare civile, che è secondo gli esperti il punto di non ritorno per poi trasferire il know how sul fronte militare (ammesso che il programma non sia già unico).

John Nagl, presidente del Center for a New American Security, il centro studi di Washington che sta fornendo uomini e idee alla strategia di sicurezza nazionale di Obama, ha detto al Foglio che il presidente non può che continuare a sostenere pubblicamente la posizione dell’inaccettabilità del programma nucleare militare iraniano, ma in realtà sa perfettamente che un intervento militare per fermarlo sarebbe un disastro. Così, spiega Nagl, Obama continua a mostrare agli iraniani “il martello” della forza militare americana, ma offre a Teheran “molte carote”, cercando di fargli capire che “il martello israeliano sta già martellando”. La convinzione di Nagl e del gruppo di esperti di sicurezza nazionale del suo centro studi che sono entrati nel cuore dell’apparato strategico militare americano – da Michéle Flournoy che è andata a occupare il ruolo di Paul Wolfowitz al Pentagono, fino a Kurt Campbell nominato per occuparsi dell’Asia al dipartimento di Stato – è che un intervento militare si risolverebbe in un disastro e che la soluzione migliore sia quella della deterrenza.

Nagl non condivide l’idea che lo stato iraniano sia guidato da una setta messianica incurante delle possibili conseguenze dell’uso dell’arma nucleare: “La deterrenza può funzionare”, dice. “Ahmadinejad è certamente un ideologo”, aggiunge, ma la popolazione iraniana no. “Il solo fatto che Obama parli di dialogo – continua – può già influenzare le elezioni presidenziali iraniane di giugno”. L’alternativa ad Ahmadinejad, spiega Nagl, non si può dire sia una svolta, ma è migliore, è un passo avanti.
Nagl non è un pacifista, è un ex ufficiale dell’esercito che ha combattuto in Iraq e che con il generale David Petraeus ha riscritto il manuale anti guerriglia adottato con successo due anni fa: “Sono favorevole all’uso della forza – dice Nagl – ma da militare so che cosa vuol dire”.

(segue dalla prima pagina) Il centro studi di John Nagl è considerato l’equivalente obamiano del Project for a new american century degli anni di Bush, tanto è influente in questi mesi. “Sono orgoglioso che dicano questo”, dice Nagl. E spiega che Obama “sta adottando una politica estera capace di trovare un equilibrio tra i valori e i principi ideali dell’America e i suoi più stretti interessi nazionali”. Una via di mezzo tra il tradizionale idealismo liberal che negli ultimi decenni è stato inglobato dalla “chiarezza morale” invocata da Ronald Reagan e George W. Bush e il realismo pragmatico del mondo conservatore che ha trovato dimora accogliente nei quartieri del Partito democratico.

Così Obama parla di democrazia e libertà nel mondo islamico, ma non troppo. Invoca un “nuovo inizio”, ma è ospite del più longevo autocrate arabo, Hosni Mubarak, e del centro culturale che ha diffuso le tesi dell’estremismo islamico. Chiede riforme agli autocrati islamici, ma non vincola gli aiuti americani a progressi concreti. Invita gli iraniani al dialogo, ma li accusa di essere i primi sostenitori del terrorismo internazionale. Si batte per un mondo senza testate nucleari, ma si prepara a a gestire un futuro prossimo con gli ayatollah atomici. 

La sfida di Obama è ambiziosa. Il presidente, spiega Nagl, crede davvero che mostrare al mondo un nuovo atteggiamento, una nuova disponibilità e un nuovo volto possa contribuire ad allentare le tensioni. Il discorso del Cairo, assieme a quello di qualche settimana fa in Turchia, è uno dei pilastri di questa strategia del dialogo, lontana dai toni libertari usati da George W. Bush.

In realtà, dice Nagl, c’è una grande continuità tra gli ultimi anni di Bush e questi primi di Obama: “La grande discontinuità – dice – è tra Bush e Bush, soprattutto sul Pakistan. All’inizio l’Amministrazione ha reagito in modo esagerato all’11 settembre e ha commesso parecchi errori, poi ha cominciato a cambiare idea e a correggerli. Obama continua sulla stessa strada, ma ci vorrà molto tempo per mettere a posto tutto”.
Christian Rocca

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