Camillo di Christian RoccaCome Dio

L’amore è struggente e la passione è incontenibile, ma la gran cotta della stampa liberal americana per Barack Obama, roba che al confronto Emilio Fede è un distaccato cronista della Bbc, comincia a imbarazzare qualche giornalista più sobrio che magari si vergogna, non di Obama, ovviamente, ma dei colleghi.

L’amore è struggente e la passione è incontenibile, ma la gran cotta della stampa liberal americana per Barack Obama, roba che al confronto Emilio Fede è un distaccato cronista della Bbc, comincia a imbarazzare qualche giornalista più sobrio che magari si vergogna, non di Obama, ovviamente, ma dei colleghi. Gli opinionisti conservatori sono usciti da tempo dalla suadente bolla obamiana, dentro cui erano finiti anche loro all’inizio della campagna elettorale, ma ora menano senza pietà. Anche i conduttori televisivi più radicali e i blogger di sinistra non lesinano critiche durissime, quando il presidente non mantiene le promesse sui gay, sull’Iraq e sui detenuti di Guantanamo. C’è addirittura chi, come Ted Rall, è convinto che Obama si stia dimostrando un “mostro” e che si debba “dimettere” per tutte le porcherie che, secondo lui, starebbe facendo. Rachel Maddow, l’eroina della Msnbc, bastona quotidianamente Obama per i suoi voltafaccia sui diritti dei detenuti di Guantanamo e degli omosessuali. Un altro è Paul Krugman, sulle questioni economiche. Ma restano dolcezza e affetto, e il tono è più da delusione amorosa che da “cane da guardia” delle istituzioni.
Queste sono le eccezioni. I grandi giornali e i network televisivi e radiofonici sono ben rappresentati dal pensiero di Chris Matthews della Nbc ed Evan Thomas di Newsweek. Il primo, noto per la franchezza e i modi spicci con cui solitamente tratta gli ospiti, in campagna elettorale ha pronunciato la frase che ha stabilito il tono del rapporto tra la stampa e Obama: “Quando ascolto i suoi discorsi sento un brivido sulle gambe… voglio dire, non mi capita molto spesso… davvero… è un evento drammatico. Lui parla dell’America in modo che non ha nulla a che fare con la politica”. Il conduttore di “Hardball” ha detto anche che “quando Obama appare sembra avere le risposte” e che gli sembra come “il Nuovo Testamento”. Subito dopo l’elezione, Matthews ha spiegato che il suo “lavoro”, il lavoro di giornalista, è di impegnarsi a “fare di tutto” perché Obama abbia successo.
Qualche giorno fa, Evan Thomas di Newsweek ha completato il quadro: “Il modo in cui Obama vola alto sopra il paese, sopra il mondo… è una specie di dio”. Thomas, a differenza di Matthews, ha un’altra idea di quale sia la missione del giornalista: “Il nostro lavoro è di colpire violentemente il presidente”. Era, però, il 2007, epoca Bush.
Il saggista di Vanity Fair, Michael Wolff, osservatore del rapporto tra media e potere, ha scritto che i coniugi Obama conducono la più intelligente e raffinata campagna stampa mai vista alla Casa Bianca, grazie all’estrema debolezza dei media. Le soffiate serie al New York Times consentono al presidente di governare, quelle propagandistiche all’Huffington Post di mobilitare le truppe, quelle frivole alle riviste patinate di alimentare il culto.
“Obama è bravo, molto bravo, noi però no”, ha scritto il direttore del San Francisco Chronicle, Phil Bronstein, nel primo e più autorevole tentativo di svegliare i colleghi. “Siamo innamorati, lo desideriamo, ci piace un sacco”, ma “con i nostri soldi in ballo e i fuori di testa con l’atomica in giro per il mondo”, ha scritto, “non ci possiamo permettere di distogliere lo sguardo dalla sostanza”. 

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