Camillo di Christian RoccaObama sempre distante

New York. Anche ieri, pubblicamente, Barack Obama si è occupato d’altro. Di sistemi finanziari e della crisi coreana. Il presidente americano si è limitato a esprimere forte preoccupazione per quello che sta succedendo in Iran.

New York. Anche ieri, pubblicamente, Barack Obama si è occupato d’altro. Di sistemi finanziari e della crisi coreana. Il presidente americano si è limitato a esprimere forte preoccupazione per quello che sta succedendo in Iran. “Qualcosa è successo in Iran”, ha detto. E ha aggiunto che le richieste della gente in piazza sono un segnale importante di partecipazione, di libertà e democrazia. Oltre non è andato. Non ha messo in discussione il risultato elettorale, non ha condannato la repressione, non ha speso parole di incoraggiamento per chi è sceso in piazza. Anzi ha lodato il “leader supremo” Ali Khamenei perché la “reazione iniziale indica che capisce le profonde preoccupazioni del popolo iraniano sulle elezioni”.
L’unico a esprimere qualche dubbio sulla regolarità del voto è stato il vicepresidente Joe Biden. Ma è probabile che, come gli capita spesso, sia stata una gaffe. La linea ufficiale, confermata dal portavoce del dipartimento di stato, è che l’Amministrazione è “profondamente turbata” dagli eventi iraniani, ma sostiene esplicitamente di non voler usare parole di “condanna”. Ogni giorno c’è qualche tono leggermente più duro nei confronti degli ayatollah, e qualche attenzione maggiore ai manifestanti. Ma, ha detto Obama ieri, il succo è che bisogna stare molto attenti a non dare l’impressione che l’America si impicci degli affari interni iraniani, cancellando la dottrina liberal dell’ingerenza umanitaria, elaborata negli anni Novanta da Bill Clinton e Tony Blair.
Ci sono due spiegazioni a questa timidezza. La prima ideologica, la seconda pragmatica. Il folto gruppo di analisti e opinionisti di scuola realista sostiene che il sostegno americano alle proteste sarebbe il bacio della morte per i manifestanti, la mossa che gli ayatollah aspettano per poterli accusare di essere al servizio del nemico. Non la pensa così un dissidente storico, come l’ex presidente ceco Vaclav Havel. E tra i favorevoli all’impegno diretto di Obama a sostegno di chi è sceso in piazza ci sono l’ex avversario di Obama, John McCain, ma anche quegli intellettuali liberal, da George Packer del New Yorker a Jeffrey Goldberg dell’Atlantic Monthly a Martin Peretz di New Republic – che già ai tempi di Saddam Hussein avevano fatto fronte comune con i neocon e i sostenitori della promozione della democrazia e del regime change. I neocon sono i più rumorosi nel chiedere al presidente di parlare al popolo iraniano e di non fidarsi del regime.
Ma Obama è pragmatico e la sua politica sull’Iran è influenzata dal pensiero realista di Brent Scowcroft (consigliere per la sicurezza nazionale di Bush senior) e Zbigniew Brzezinski (consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter). Malgrado nessuno si azzardi a prevedere gli sviluppi, Obama teme che la rivolta si risolverà in un rafforzamento del regime e non intende vanificare le aperture di questi mesi puntando su una protesta che non sembra avere futuro.
E’ un segnale importante nei confronti della leadership iraniana, sempre timorosa che la politica nascosta degli Stati Uniti possa essere quella del regime change. I critici credono si tratti di un approccio ingenuo, non solo perché uno dei motivi per cui la rivolta sarà probabilmente sedata è il distacco internazionale, ma perché gli ayatollah non ricambieranno alcun favore. In tutto questo, come anticipato ieri, il coordinatore delle politiche iraniane del dipartimento di stato, Dennis Ross, lascerà il suo posto e andrà, non si capisce a far cosa, al Consiglio di sicurezza nazionale. C’è chi dice che sia una promozione, visto che il suo nuovo ufficio sarà alla Casa Bianca. Ma l’opinione prevalente è che Ross, convinto che il dialogo sia uno strumento per poi adottare misure più dure, è stato fatto fuori perché non in linea.

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