Camillo di Christian RoccaIl bianco e il nero

Roma. Il Papa bianco e il presidente nero. Il primo incontro tra Joseph Ratzinger e Barack Obama, ieri pomeriggio in Vaticano, è stato molto più di una visita di cortesia tra due capi di stato.

Roma. Il Papa bianco e il presidente nero. Il primo incontro tra Joseph Ratzinger e Barack Obama, ieri pomeriggio in Vaticano, è stato molto più di una visita di cortesia tra due capi di stato. La preparazione è stata meticolosa, i segnali di intesa sono numerosi, Obama ha assicurato il suo impegno in difesa dell’obiezione di coscienza sull’aborto, ma sullo sfondo c’è una partita sulla definizione dell’identità cattolica che pone i due leader globali su posizioni decisamente opposte. Tre giorni prima dell’incontro, il Papa ha pubblicato l’enciclica “Caritas in veritate” e per andare incontro alla pressante richiesta del presidente americano ha accettato di incontrarlo al pomeriggio, anziché nella prima mattinata come vuole la tradizione degli incontri tra il Pontefice e i capi di stato stranieri. Obama ha fatto i salti mortali per trovare il tempo necessario a incontrare Benedetto XVI, peraltro ancora prima che il suo ambasciatore presso la Santa Sede sia stato confermato dal Senato di Washington e malgrado un’agenda fitta di impegni del G8 all’Aquila, di incontri bilaterali e di un viaggio in Ghana. Il presidente americano, prima del Papa, ha incontrato come da protocollo anche il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone.
La visita del grande capo nero dal Pontefice bianco, ieri in mozzetta rossa, è stata anticipata da settimane di reciproche dichiarazioni amichevoli affidate da una parte all’attenzione obamiana al mondo cattolico e dall’altra all’Osservatore Romano e ad alti prelati del Vaticano, come il cardinale George Cottier che ha paragonato il presidente a San Tommaso, quasi a voler prendere le distanze dalle durissime critiche a Obama elaborate dalla Conferenza episcopale americana a proposito del programma della Casa Bianca sui temi della vita (aborto e ricerca sugli embrioni).
La Curia di Roma e l’Amministrazione Obama sono istituzioni pragmatiche, l’una tradizionalmente e l’altra ideologicamente, consapevoli che non potranno essere d’accordo su tutto e capaci di trovare ove possibile un terreno comune, per esempio sull’impegno a ridurre il numero degli aborti. Ma dietro le ovattate intese diplomatiche, Benedetto XVI e Barack II combattono la grande battaglia sull’identità cattolica cominciata poco più di un anno fa in occasione del viaggio papale negli Stati Uniti ed esplosa con forza con l’elezione di Obama, e del suo messianesimo laico e cristiano, alla Casa Bianca.
Da una parte c’è un Papa “americano”, cultore della libertà religiosa e del ruolo della fede nella sfera pubblica, garantita dalla Costituzione statunitense e dalla separazione tra lo stato e la chiesa. Dall’altra c’è un leader come Obama, laico e cristiano allo stesso tempo, che cura con particolare attenzione i rapporti con il mondo religioso e che cerca di plasmare una nuova identità cattolica, al punto che, secondo i critici interpellati dal Foglio, come il teologo George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II e senior fellow all’Ethics and public policy center di Washington, “interferisce in una battaglia interna alla chiesa”.
Un passo indietro. Benedetto XVI, ad aprile 2008, è andato in visita pastorale negli Stati Uniti presentandosi agli americani come un Papa tocquevilliano, capace di elogiare la “laicità positiva” degli Stati Uniti e il loro sistema costituzionale fondato sulla libertà religiosa. Il Papa è convinto che la vitalità del cattolicesimo americano non sia un caso. Anzi lo spiega, come faceva Alexis de Tocqueville meno di duecento anni fa, con la straordinaria libertà religiosa degli americani e la separazione tra gli affari statali e quelli della chiesa. Il merito, secondo il Pontefice, è del Primo emendamento alla Costituzione. La libertà religiosa e la separazione di fatto tra stato e chiesa, secondo il professor Joseph Ratzinger, consentono al pensiero religioso di partecipare liberamente al mercato delle idee che si affrontano nel dibattito pubblico. Un modello contrapposto a quello laico, e in declino, vigente in Europa.
Benedetto XVI è un “Papa americano” non soltanto perché si è circondato di cardinali statunitensi, dal suo successore alla Congregazione per la dottrina della fede, William Levada, al numero tre dell’ex Sant’Uffizio, Joseph Augustine Di Noia, ma soprattutto perché considera vitale per il futuro del cattolicesimo lo stato di salute della cultura civile e religiosa americana, specie se confrontata con quella europea.
In quel viaggio pastorale di un anno fa, però, Benedetto XVI non si è dimenticato di essere anche ratzingeriano, oltre che tocquevillano, ribadendo “l’importanza di restare fedeli agli insegnamenti morali del cattolicesimo su questioni controverse come l’aborto e il matrimonio gay” e criticando gli eccessi del secolarismo, fino a irrompere nel dibattito culturale e politico della società americana. Il suggerimento del professor Ratzinger è questo: il modo migliore per i cattolici di rispondere alla richiesta di spiritualità e ai bisogni materiali della società moderna è far guidare le proprie vite agli insegnamenti morali del cattolicesimo e ai sacramenti della chiesa.
I cattolici, insomma, devono comportarsi da cattolici ed evitare la tendenza a selezionare e a scegliere solo alcuni elementi della fede, invece di adottare un approccio integrale del pensiero della chiesa. Obama contesta apertamente questa visione e lo fa con l’abilità di un professionista di campagne politiche e mediatiche. Il presidente americano cita sempre Dio, addirittura più di George W. Bush. Ha ampliato l’ufficio bushiano delle attività caritatevoli religiose della Casa Bianca. Ha pronunciato un importante discorso all’Università cattolica di Notre Dame, sfidando la viva protesta di gran parte dei vescovi americani e degli studenti cattolici. Non ha esaudito le richieste del fronte super abortista né quelle della comunità omosessuale. E, prima del G8, ha preferito parlare con giornali, tv, radio cattoliche, compreso l’Avvenire e Radio Vaticana, piuttosto che concedere – come da tradizione – un’intervista a giornali e televisioni italiane. Ma il diavolo sta nel dettaglio. A Notre Dame e nell’intervista ad Avvenire, Obama ha citato come modello l’ex cardinale di Chicago Joseph Bernardin. Il cardinale Bernardin, dice George Weigel al Foglio, sosteneva che “il vero cattolico è chi cerca di lavorare con gli uomini di buona volontà per raggiungere obiettivi comuni”.
Weigel ricorda che l’insegnamento di Bernardin, malgrado il suo impegno a favore dei temi pro life, ha consentito a un’intera generazione di politici cattolici americani, da Joe Biden a John Kerry a Nancy Pelosi, di impegnarsi contro la pena di morte e il nucleare, ma non contro l’aborto. Ad Avvenire, Obama ha detto che il cardinale Bernardin “parlava chiaramente ed esplicitamente della difesa della vita. E vi includeva anche la lotta alla povertà, il benessere dell’infanzia, la pena di morte. Questa parte della tradizione cattolica mi ispira continuamente e ha avuto un forte impatto su mia moglie. A volte penso che sia stata seppellita sotto il dibattito sull’aborto. Desidero invece che resti in primo piano nel dibattito nazionale”.
Commenta Weigel: “Bernardin parlava di ‘un’etica coerente a favore della vita’, ma dire no alla pena di morte e no al nucleare, dicendo sì all’aborto, è come essere coerenti soltanto al 66 per cento”.
Nel discorso a Notre Dame, continua Weigel, il presidente Obama ha detto che i veri cattolici sono quelli che lo hanno ricevuto all’università malgrado le differenze ideologiche sull’aborto e non quelli che hanno denunciato la laurea honoris causa a un politico pro choice come un atto di palese incoerenza. Obama, secondo Weigel, ha spiegato che a rappresentare i veri cattolici non sono gli ottanta vescovi americani che si sono opposti alla cerimonia di Notre Dame, e si è messo a fare “da arbitro in una disputa interna a una comunità religiosa”. Intervenendo da capo del potere esecutivo americano, insomma, anche Obama infrange il muro di divisione tra stato e chiesa.
Un opinionista liberal, ma attento alle questioni religiose, come E. J. Dionne del Washington Post, contesta l’impostazione di Weigel e degli altri pensatori, teologi e vescovi americani, ma di fatto conferma il dibattito interno alla chiesa sulla vera identità cattolica e il ruolo che sta giocando Obama. Secondo Dionne, “Obama è alla destra del Papa”, “è troppo conservatore”. Con la critica al capitalismo contenuta nell’enciclica “Caritas in veritate”, Benedetto invita alla diffusione della ricchezza, un mantra caro ai socialisti che fa imbufalire la destra americana, ma le preoccupazioni del Pontefice sono anche il prodotto di una critica conservatrice alla permissività della società.
Padre Robert Sirico, presidente dell’Acton Institute, dice al Foglio che l’entusiasmo di certa sinistra cattolica per le parole del Papa a favore di una maggiore sicurezza sociale è mal riposto, perché il Pontefice nel paragrafo sessanta dell’enciclica spiega che intende un sistema di protezione sociale più decentralizzato, meno burocratico e più centrato sul coinvolgimento della società civile.
Secondo Dionne, la destra religiosa e parte dei vescovi “insistono a giudicare il presidente soltanto sulla base del suo sostegno all’aborto legale e alla ricerca sulle staminali embrionali”, mentre invece “il Vaticano chiaramente vede Obama attraverso un prisma più ampio”. Dionne ovviamente non vuole far credere che al Vaticano non interessino le questioni legate alla vita, ma spiega che il Papa vede Obama come un potenziale alleato su altre questioni, come quelle dello sviluppo economico nel Terzo mondo, della pace in medio oriente e del dialogo con l’islam. Questa interpretazione del rapporto pragmatico tra il Papa bianco e il presidente nero rientra nella visione dell’impegno pubblico dei cattolici caro al cardinal Bernardin, citato da Obama ed espressamente rigettato da Benedetto XVI nel suo viaggio americano, ma anche nel 2004 quando, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, motivò il suo no alla comunione ai politici favorevoli all’interruzione di gravidanza con queste parole: “La chiesa insegna che l’aborto e l’eutanasia sono peccati gravi. Ci possono essere legittime divergenze di opinione, anche tra i cattolici, a proposito della guerra e sull’applicazione della pena di morte, ma non riguardo all’aborto e all’eutanasia”. Weigel spera che durante l’incontro con Obama il professor Ratzinger, su questo tema, abbia impartito una lezione al giovane presidente americano, più che discutere di povertà, Aids e altre questioni di cui certamente Obama avrà parlato in dettaglio con il cardinal Bertone. Secondo Weigel, il professor Ratzinger potrebbe aver fatto a Obama una lezione sul principale diritto civile di questi tempi: il diritto alla vita. Durante un incontro di campagna elettorale dello scorso autunno, nella chiesa californiana Saddleback Church del reverendo Rick Warren, Obama aveva evitato di rispondere alla questione morale che sta al centro dell’insegnamento della chiesa cattolica, dicendo che non era in grado di rispondere alla domanda su quando un bambino diventa titolare di diritti umani. Weigel – per quanto non entusiasta dell’enciclica papale, esattamente come l’altro teologo conservatore Michael Novak – sostiene che “è difficile immaginare punti di contatto tra la ‘Caritas in veritate’ e la visione del mondo di Obama, anche se è molto probabile che gli spin doctor del presidente cercheranno di far passare l’idea che il Papa sia d’accordo su molti elementi del programma della Casa Bianca”.
Padre Robert Sirico dice al Foglio di intravedere la possibilità di “qualche punto di contatto tra il presidente Obama e il Santo Padre in certe aree, così come articolate nella “Caritas in veritate” e in altre dichiarazioni del Vaticano”, ma pensa che “queste aree comuni siano meno profonde dei dissidi tra loro, evidenziati proprio dall’enciclica”. Padre Sirico si riferisce “alla questione della natura tradizionale del matrimonio e a quella della grave espansione dei finanziamenti alla ricerca sugli embrioni, che il presidente ha recentemente messo in atto proprio pochi giorni prima dell’incontro con il Papa, senza dimenticare il vigoroso sostegno del presidente a una maggiore accessibilità dell’aborto fino al momento del parto”.
Conclude il presidente dell’Acton Institute: “La ‘Caritas in veritate’ esprime giudizi su cui i cattolici di destra possono legittimamente discutere. I cattolici sono liberi di non essere d’accordo tra di loro e anche con il Papa sulle questioni che la Chiesa considera discrezionali – come la gran parte delle questioni di politica economica – ma non sui temi come l’aborto e l’eutanasia. Sulle questioni fondamentali della vita, il Papa e Obama sono separati”. Benedetto XVI ha regalato al presidente, fuori programma, una copia dell’istruzione “Dignitas personae”, che così recita nell’incipit: “A ogni essere umano, dal concepimento alla morte naturale, va riconosciuta la dignità di persona”.

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