’O pernacchioIl Napoli e il calcio: passioni senza nome

È lunedì mattina, l'estate sta finendo e nell'aria si sente già l'odore carico di umidità dell'autunno. Tra i tanti rientri, c'è già chi è tornato a lavoro: il traffico è aumentato, i pullman passa...

È lunedì mattina, l’estate sta finendo e nell’aria si sente già l’odore carico di umidità dell’autunno. Tra i tanti rientri, c’è già chi è tornato a lavoro: il traffico è aumentato, i pullman passano più frequentemente; e la sveglia delle persone è stata regolata per le sette o anche prima. In giro, vedi questi pedoni che sembrano zombies: ieri sera, come praticamente tutta la città, hanno fatto festa grande. Giocava il Napoli: un 3 a 0 al Bologna durante il quale tutti hanno fatto a gara a chi urlava di più. E ora non hanno più voce: li vedi gesticolare, perché questo gli è rimasto, e sorridere, perché sono felici come una pasqua, contenti che almeno in qualcosa la città è riuscita.

Dei morti ammazzati, dei ragazzi uccisi, sembra quasi essersi perso il ricordo: quella è la normalità, la regola, il dolore di ogni giorno; c’è, anche se non si vede. Il Napoli che ti regala emozioni, che ti fa entrare nel mondo moderno per una notte, è l’eccezione. Non succede sempre. Per questo, durante le giornate di campionato, a Napoli c’è sempre festa: due ore prima del fischio di inizio, c’è un silenzio assoluto per le strade. Chi parla viene immediatamente ripreso. Pare una veglia, ma non lo è. Ci si concentra: perché se a giocare sono gli undici scelti da Benitez, a sostenerli e a pregare è una città intera, migliaia e migliaia di persone, il dodicesimo uomo, come spesso è state definita la tifoseria del Napoli.

Non si tratta di una gioia malsana, inutile, che distrugge piuttosto che costruire. Sembrerà assurdo, ma in molti casi una partita vinta o giocata bene possono fare la differenza tra la speranza e la rassegnazione. In una città come Napoli, il calcio è una delle poche possibilità di rilancio dei più giovani. Non se ne parla quasi mai in questi termini, ma è così. E le amministrazioni faticano a capirlo; faticano a sfruttare una delle passioni più viscerali che mente umana abbia mai concepito. Certe cose vanno capite e soprattutto rispettate. Nel calcio, Napoli vede finalmente uno sbocco alla fine del tunnel; i giocatori che segnano, che si rincorrono e che, come banalizza qualcuno, “danno calci ad una palla” sono simboli, simboli viventi di un sud che ce la fa, di uno schiaffo morale ai ricchi e potenti signori del nord; della rabbia, della monnezza, che finalmente viene ricacciata indietro. Suonerà assurdo – per qualcuno anche razzista – ma è così: il calcio, a Napoli, non è un gioco. È quello che fa la differenza tra un lunedì cominciato bene ed uno cominciato male.

Twitter: @jan_novantuno

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Linkiesta Paper Estate 2020