Diritti arcobaleno
27 Giugno Giu 2019 0600 27 giugno 2019

Alessandra Angeli: “Noi trans, ignorati anche dai gay. Siamo la minoranza della minoranza”

La trans ex partecipante di Pechino Express e ospite fissa di Tv Talk: “Io sulla carta di identità ho ancora il mio nome da uomo. Ci deve essere riconosciuto il diritto di autodefinirci. E soprattutto ci deve essere garantito il diritto al lavoro. Subito una legge sull’omotransfobia”

Alessandra Angeli_Linkiesta
Foto tratta dal profilo Facebook di Alessandra Angeli

Alessandra Angeli (altrimenti nota come Angelina) non è tipo da giri di parole. Transessuale resa nota dalla partecipazione al reality Pechino Express nel 2014 e poi apparsa a più riprese in televisione, oggi è ospite regolare di Tv Talk. “Sono nata biologicamente maschio ma vivo da femmina da sempre”, spiega. A distinguerla è soprattutto la sua ironia, caustica e senza peli sulla lingua. “Il mio dirimpettaio di posto in treno è un bellissimo uomo inglese di 35 anni, castano, occhi verdi e alto 190 cm. Mi ha aiutata a riporre la valigia nello scompartimento, secondo voi perché; A) Gallina Vecchia. B) Gallina Vecchia fa buon brodo”, scrive su Facebook. Originaria di Verona, vive a Milano da anni. Di professione è make up artist. Vicini ormai alla conclusione di giugno, il Pride Month, Linkiesta l’ha contattata per parlare di Pride e diritti LGBT.

Angeli, tra pochi giorni c’è il Gay pride a Milano. Ci andrà?
Non ci andrò perché, purtroppo o per fortuna, lavoro, però ci sarei andata volentieri. Ma fatemi fare subito una puntualizzazione. Il Pride è inclusione per me, e non soltanto dei gay, ci sono tante altre categorie che partecipano, incluse le persone etero. È l’orgoglio di amare chi si vuole e come si vuole. Non voglio cadere nel solito discorso del partenariato bianco, perché pone immediatamente in una condizione di subalternità, e io non mi sento subalterna a nessuno. Gay pride è una dicitura di uso comune, ma se vogliamo davvero cercare di includere, chiamiamolo Pride e basta.

Perché ci serve ancora un Pride?
Perché purtroppo le discriminazioni in base all’identità di genere e all’orientamento sessuale esistono ancora. Ci sono persone che non vorrebbero che noi fossimo visibili, quindi il Pride ci serve per contrastare questa voglia di cancellarci. Per lo Stato italiano, a meno che non mi rimetta a quello che pensa un giudice, io non sono Alessandra, non sono riconosciuta. In uno Stato laico io vorrei che si legiferasse pensando che ci sono cittadini etero, gay, transessuali, e che quindi ci venisse riconosciuto il diritto di autodefinirci.

Ci spiega questa cosa dei documenti?
Io sono nata biologicamente maschio ma vivo da femmina da sempre, mi percepisco al femminile. Per essere riconosciuta nel genere a cui sento di appartenere, devo rimettermi alla decisione di un giudice, a cui devo spiegare perché mi deve cambiare il nome sui documenti. Sto chiedendo di mantenere anche il nome maschile, voglio farlo per far passare il messaggio che io non sono sbagliata. Una mia piccola lotta personale per cambiare un po’ le cose. Sulle persone transessuali si ricorre sempre alla narrativa della sfiga, delle persone intrappolate in corpi sbagliati. Ma il mio corpo è giusto, c’è una definizione che è transessuale, e io voglio essere rispettata in quanto tale. È per questo che serve il Pride.

«Io mi faccio carico delle lotte degli altri, ma gli altri non si fanno carico della mia. Noi transessuali siamo la minoranza della minoranza»

Alessandra Angeli

Trans e gay oggi lottano la stessa lotta?
No, perché io mi faccio carico delle lotte degli altri, ma gli altri non si fanno carico della mia. Noi transessuali siamo la minoranza della minoranza. Non vivendo le stesse problematiche i gay non si immedesimano. A parte l’attività di alcune associazioni, non mi sembra che ci sia una grande difesa dei diritti trans.

A quali diritti nello specifico si riferisce?
Il riconoscimento è un primo passo: bisogna avere la possibilità di scegliere, non deve essere una scelta obbligata. E il riconoscimento serve perché se io mando un curriculum e ho le competenze, il datore di lavoro comunque si fa mille problemi ad assumermi, c’è un forte stigma sociale. Ancora oggi c’è gente che mi chiede: tu hai cambiato genere perché ti piacciono i maschi? Ancora non si è capito che identità di genere e orientamento sessuale sono due cose diverse (la prima è il senso di appartenenza di una persona a un genere con cui si identifica; il secondo è l'attrazione erotica ed affettiva per un sesso o per l'altro o per entrambi, ndr). Va bene lottare per i diritti civili, quelli ci devono essere, ma io credo che ci siamo persi troppo dietro ai diritti civili e intanto sono venuti a mancare i diritti sociali, cioè l’accesso al mondo del lavoro da parte delle persone transessuali. Non parlo nemmeno di lavoro in sé, perché quello è un problema di tutti. In futuro, vorrei vedere medici, avvocati, bancari transessuali.

Secondo lei Milano è davvero diversa dal resto d’Italia in tema di rispetto e di inclusione LGBT?
Io penso che Milano sia un’isola felice, una bolla, un avamposto di civiltà e di progressismo. Almeno in superficie viene vissuta così. A Milano mi sento più a mio agio. La mia città, Verona, invece non mi rende orgogliosa. Siccome io non non permetto a nessuno di mancarmi di rispetto, non ho mai vissuto delle discriminazioni forti da nessuna parte. Non posso negare però che che ci siano dei casi in cui invece queste cose accadono: ovunque si legge di persone vessate o picchiate. Per cui non mi va di generalizzare.

Chi tra i politici difende di più i diritti LGBT oggi?
Gli unici che vedo spendersi davvero sono quelli di Possibile. Il povero Civati è l’unico che si ricorda sempre di tutte le categorie umane.

La sinistra sulla questione dei diritti civili si è suicidata: sono importanti i diritti civili, ma vengono utilizzati come specchietto per le allodole

E nel mondo dello spettacolo invece?
Le persone più conosciute attualmente mi sembra sempre che cavalchino quella cosa lì per interesse personale e per ottenere consenso. Fortunatamente ci sono invece produttori, autori eccetera che portano in tv persone come me per dire cose non mainstream, che lavorano per uno sdoganamento, pur non facendo parte del mondo LGBT. Nel panorama televisivo le persone gay e trans vengono sempre rappresentate in un certo modo, sono delle macchiette. Credo sia venuto a noia anche questo. Quelle persone rappresentano loro stesse, ma se vedono solo quei modelli la gente è portata a pensare che esistano solo quelli.

Perché esiste questa rappresentazione?
Ci sono persone che hanno scritto libri e che raccontano in maniera più autentica, ma che non sono arrivate forse perché non estremizzano oppure perché veicolano concetti troppo alti. Alla gente interessa il litigio di quella che dice "no tu non puoi andare al cesso delle donne". È una questione di tifoseria, anche la politica è diventata così, è tutto bianco o tutto nero. La caciara, la litigata fa più audience che non le argomentazioni serie.

Il rischio che alcune forme di sostegno siano solo di facciata però c’è.
Io vorrei andare a leggere la carta dei valori in quelle aziende che partecipano al Pride month per vedere se assumerebbero mai una persona transessuale, se ne hanno assunte, se consentono loro di ricoprire ruoli apicali e così via. Questo è misurabile anche in altri ambiti. Vladimir Luxuria è entrata in politica con il partito comunista, e poi quando c’era stata la polemica sui Pacs diceva “l’Italia ha altre priorità”. La sinistra sulla questione dei diritti civili si è suicidata: sono importanti i diritti civili, ma vengono utilizzati come specchietto per le allodole. Poi, siccome il mondo LGBT da anni spera di ottenere diritti e rispetto, appena ci fanno la carezzina noi ci caschiamo. Abbiamo preso talmente tante legnate e abbiamo talmente tanta fame di essere “accettati” che anche quando arriva il buffetto sulla guancia ci mettiamo a pancia in su. Bisognerebbe invece tenere sempre alta la guardia.

L’associazionismo LGBT quindi come lo vede?
Sul mondo dell’associazionismo si dovrebbe fare una lunga disamina. Le associazioni che veramente lottano per i diritti e sono inclusive sono poche, le altre non vanno da nessuna parte. Spesso sono utilizzate come trampolino per carriere politiche, per avere consenso. Io vedo questo.

Il rispetto e la promozione dei diritti sociali ma soprattutto il lavoro per tutti i lavoratori, al di là del genere, mi sembrano una priorità

Si sente rappresentata da queste associazioni?
Con alcune avevo avuto degli scontri per via di alcune mie dichiarazioni che non erano state capite, ma in generale sì, mi sento rappresentata. Ci sono associazioni valide.

Ma in Italia allora stiamo migliorando o peggiorando in termini di diritti LGBT?
Mi sembra che ci sia un progresso, malgrado il governo attuale sia palesemente oscurantista e contrario a che le persone LGBT abbiano dei diritti. Certo, ancora oggi ogni tanto leggo cose che mi fanno cadere le braccia, ma la società sta cambiando, malgrado tutto e soprattutto malgrado la paura che ci viene trasmessa, quindi spero di leggerle sempre più sporadicamente. Secondo me la speranza c’è e per forza di cose si andrà sempre più verso un cambiamento in direzione dell’inclusività.

Ci dice quelle che secondo lei sono le tre priorità oggi?
Il rispetto e la promozione dei diritti sociali ma soprattutto il lavoro per tutti i lavoratori, al di là del genere, mi sembrano una priorità. È bello che adesso ci si possa sposare, ma se non hai un lavoro e una casa, dove vai a vivere? Quelli sono diritti fondamentali. Seconda cosa, serve una legge contro l’omotransfobia: picchiare o perseguitare qualcuno in base al suo orientamento sessuale o alla sua identità di genere deve prevedere pene severe. Una legge chiara e precisa potrebbe fare da deterrente a chi si sente legittimato a compiere questi abusi. E poi basta con la retorica, questo paese sta soffocando tra questa retorica e controretorica: la priorità sono le soluzioni e chi fa, sia da una parte che dall’altra.

A Milano è attivo da un decennio lo Sportello Trans ALA Milano Onlus, che ora rischia di chiudere. Che ne dice?
Inviterei a devolvere il 5 per mille a onlus come questa che assistono le persone in difficoltà. Spesso le persone transessuali sono allontanate dalla famiglia, ma se non le accoglie la prima formazione sociale che riconosciamo, come possiamo aspettarci che la società faccia lo stesso? Donare il 5 per mille significa agire concretamente per far sì che associazioni come questa possano continuare a operare.

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