Piero Cecchinato
Specchi e allodole
18 Dicembre Dic 2015 1158 18 dicembre 2015

Il caso Boschi è diverso dai casi Idem e Cancellieri

Boschi

Cos’è l’onestà intellettuale? Si può fare politica attiva rimanendo intellettualmente onesti, oppure è impossibile, come affermava Prezzolini?

Fare politica oggi comporta necessariamente “l’abbandono di tutte quelle cautele dello spirito, di quelle abitudini di pulizia ed elevazione, di quelle regole di onestà intellettuale, che la generale grossolanità, violenza e mala fede rendono più che mai necessario mantenere”?

Con queste parole Giuseppe Prezzolini si esprimeva in un famoso editoriale apparso il 28 settembre 1922 sulla Rivoluzione liberale di Piero Gobetti. L’editoriale si intitolava “Per una società degli Apoti”, ossia di coloro che non si bevono le frottole della politica.

Ma che cos’è, allora, l’onestà intellettuale?

Essere intellettualmente onesti significa oggi tante cose. Ma una in particolare: riconoscere quali siano i fatti i cui contorni possano dirsi obiettivamente ben definiti, non dubbi e rispetto ad essi non svolgere alcuna attività intellettuale tesa ad alterarli.

Il problema è che per gran parte della politica e per molti media il fatto non è mai rappresentato dall’accadimento in sé, ma dall’opinione che si dà su quell’accadimento. Ciò che si narra non è il fatto da commentare, bensì un’opinione da contestualizzare.

E nel far questo è facile perdere ogni riferimento con la realtà fornendo una falsa rappresentazione dello stesso accadimento in sé considerato.

Un esempio ci aiuterà a comprendere cosa stiamo dicendo.

Qualche giorno fa il quotidiano Libero ha pubblicato un articolo dal titolo “Il decreto salva banche e lo scudo per papà Boschi: i banchieri degli istituti falliti graziati da Renzi".

Potete immaginarne il contenuto.

Il fatto, in questo caso, è la stessa opinione pregiudiziale e fortemente schierata del quotidiano, non l’accadimento da commentare, il quale, proprio per supportare quel tipo di opinione, viene riportato in maniera scorretta (nel c.d. decreto “salva banche”, che in realtà ha salvato i correntisti ed ha certificato il fallimento degli istituti, non vi è infatti alcuno scudo, né alcuna limitazione alle azioni di responsabilità esperibili verso amministratori e dirigenti).

Non sono i fatti a turbare gli uomini, ma le loro opinioni intorno ai fatti, diceva il filosofo Epitteto.
E l’opinione che non si raccordi ad una rappresentazione veritiera del fatto non è un’opinione, bensì propaganda.

Di fronte alla mistificazione, è sempre necessario provare a ristabilire la verità. La più oggettiva possibile. La più intellettualmente onesta possibile.

In questo contesto, appaiono intellettualmente disonesti tutti quei giudizi che equiparano la situazione in cui si trova Maria Elena Boschi a quella in cui vennero a trovarsi le ex ministre Josefa Idem ed Annamaria Cancellieri.

Josefa Idem aveva registrato al catasto una palestra per il fitness come abitazione principale, usufruendo pertanto delle relative esenzioni ICI.

Episodio marginale e non così riprovevole in Italia? Può darsi. Per un ministro però il giudizio diventa inevitabilmente più grave e nel caso di Josefa Idem il mancato pagamento non apparve frutto di dimenticanza, ma di una manovra volta ad eludere l’imposta.

Anche il caso di Annamaria Cancellieri (che non ho mai ritenuto meritevole di dimissioni) fu comunque diverso.
Le telefonate pubblicate dai giornali evidenziarono un interessamento particolare per la famiglia Ligresti e le condizioni in cui si trovava Salvatore, allora agli arresti. In quei giorni emerse anche che il figlio della Ministra aveva lavorato per i Ligresti in posizione rilevante nel complesso caso Fondiaria-Sai. Fu inevitabile respirare l’aria di un certo abuso, ossia di un uso del proprio ruolo per fini particolari, magari non giuridicamente rilevante, ma politicamente significativo.

Nel caso di Maria Elena Boschi, l’unica cosa che finora si è riusciti ad imputarle è di essere figlia di un ex dirigente di Banca Etruria. Dirigente reso "ex" dal Governo di cui fa parte e per nulla scudato quanto a possibili responsabilità nella gestione dell’istituto.

Il c.d. decreto salva banche (decreto legge n. 183/2015), infatti, nulla dice sulla responsabilità degli amministratori, rimandando al precedente d. lgs. 180/2015 che ha recepito il meccanismo europeo del bail-in.

Quest'ultimo decreto stabilisce all'art. 35 comma 3 che le azioni di responsabilità spettino agli organi di risoluzione della crisi e di liquidazione dell’istituto.

Si tratta di scelta coerente con il sistema legislativo italiano, se pensiamo che fin dal 1942 per l’art. 146 della legge fallimentare l’azione di responsabilità verso gli amministratori, tanto per conto della società (che è soggetto diverso da chi la gestisce), tanto per conto dei terzi creditori, spetta al curatore fallimentare, nell’interesse della massa dei creditori tutti.

Lo stesso art. 84 del Testo Unico Bancario del 1993, nel caso di fallimento di una banca (che tecnicamente si risolve in una procedura chiamata liquidazione coatta amministartiva), riserva tutte le azioni, compresa quella spettante ai creditori, al commissario liquidatore.

Nel nostro caso il c.d. decreto “salva banche”, lungi dal salvare Banca Etruria, Cariferrara, Carichieti e Banca Marche, ne ha certificato il fallimento.

Consigliamo, invece, ai detrattori per partito preso di cercare di capire se le 1.557 azioni di Banca Etruria che la Ministra possedeva siano anch'esse andate effettivamente in fumo a seguito del decreto o se invece siano state vendute in tempi che potrebbero essere ritenuti sospetti. Questo sì.

Tutto il resto, è disonestà intellettuale lautamente pagata con il finanziamento pubblico ai giornali.

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