Sternhell, Israele guidi il nuovo Egitto

Sternhell, Israele guidi il nuovo Egitto

Israele non deve temere quanto sta accadendo in Egitto con la caduta di Mubarak. Anzi, il processo di democratizzazione del Medio Oriente può portare stabilità. La voce di Zeev Sternhell, uno dei più grandi intellettuali israeliani e uno dei massimi esperti mondiali del fascismo, giunge fioca al telefono. Ma le idee sono forti: «Israele non deve avere paura», dice a Linkiesta. «Noi dobbiamo capire che il Medio Oriente sta cambiando e che queste dittature che, secondo noi israeliani servivano i nostri interessi, non sono eterne. Molti di noi erano consapevoli che l’era Mubarak avrebbe raggiunto il suo termine. E lo stesso potrebbe accadere in Giordania, in Siria e nella penisola arabica. Noi dovremmo essere pronti per questo cambiamento e collaborare con questi movimenti, soprattutto in Egitto». Non esattamente la posizione di Israele che finora si è arroccato in una strenua difesa del presidente uscente, chiedendo ad Europa e Stati Uniti di continuare ad appoggiarlo.

Le paure degli israeliani non sono paranoiche. L’Egitto ha firmato gli accordi di pace di Camp David nel 1978 e dal suo ruolo di mediazione nel mondo arabo dipendono in parte le sorti di Israele. L’intellighenzia egiziana, così come i militari, sono di formazione americana e tutti i recenti presidenti egiziani hanno finora svolto abilmente il loro ruolo di interfaccia fra mondo arabo e Israele. Le paure di Gerusalemme sono così cresciute assieme alla ribellione degli egiziani. Vari episodi di questi giorni simboleggiano questi timori, legati al Sinai, a Suez e alla forza di Hamas nella Striscia di Gaza. Uno per tutti: Ayman Nofal, l’esponente di Hamas da più tempo ospite delle galere egizie, è riuscito a scappare ed arrivare a Gaza la settimana scorsa. A molti è sembrato un segnale premonitore.

Ma Sternhell, che ha combattuto nella Guerra dei Sei Giorni nel 1967, militante del movimento pacifista Peace Now e icona della sinistra israeliana (due anni fa vittima di un attentato dinamitardo nella sua abitazione per le sue idee politiche) sta bene attento a distinguere fra democratizzazione e islamizzazione: «Questa rivolta è un segno di maturità degli egiziani che nel breve termine potrebbe portare dei problemi per noi ma nel lungo potrebbe essere positiva». Il punto è quello legato ai Fratelli Musulmani che alle elezioni del 2005 raggiunsero il loro apice di popolarità vincendo 88 seggi. «Il nostro interesse è che in Egitto ci sia una vera democrazia, mentre non possiamo guardare con favore ad una presa di potere dei Fratelli Musulmani. Non possiamo apprezzare il radicalismo in nessuna forma, né in Egitto né a Gaza, anche se i radicali sono eletti in maniera democratica». Il conflitto che si ripropone è sempre lo stesso. Quello che gli Europei si trovarono difronte con le elezioni algerine del 1990 quando dalle urne emerse uno schiacciate 54% dei fondamentalisti del Fronte islamico di salvezza: concedere un vero diritto di voto nella speranza che venga però ben utilizzato, per rafforzare e non indebolire il significato del termine. «Sappiamo che il concetto di democrazia non si esaurisce nell’esercizio del voto – sottolinea Sternhell – e che significa prima di tutto diritti umani e libertà».

In Algeria, due anni dopo le elezioni del ’90, per contenere gli islamici, presero il potere i militari. E in molti ora indicano il modello turco per il futuro dell’Egitto: come imposto da Ataturk sono i militari turchi a garantire la laicità dello Stato anche se al potere c’è un partito filo islamico come quello del preme Erdogan. Ma su questa prospettiva lo storico del fascismo non si trova d’accordo: «In Turchia c’è al potere un movimento religioso. Francamente mi auguro che in Egitto arrivi invece al potere una vera forza laica. Un modello turco sarebbe contro i nostri interessi ma anche contro gli interessi degli egiziani». Il timore di Sternhell è che una presa di potere da parte dei radicali in Egitto, possa rafforzare anche i radicali israeliani. L’ottimismo della sua ragione, potrebbe presto scontrarsi però col pessimismo della volontà delle masse arabe e israeliane.

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