Gli arabi scoprono l’identità nazionale ma è franco-inglese

Gli arabi scoprono l’identità nazionale ma è franco-inglese

Si è detto che con le rivolte mediorientali sta crollando l’architettura politica franco-inglese imposta nel quadrante dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Nel 1918 la leggendaria spia britannica T.E. Lawrence, che alla liberazione araba dall’Impero Ottomano aveva contribuito, propose al War Cabinet di Londra una mappa di riassetto del Medio Oriente basata su presenze tribali e rotte commerciali. Alla fine fu preferita dalle grandi potenze un’organizzazione fondata in parte sulle precedenti province ottomane, e in parte sugli interessi petroliferi: solo così si può spiegare la creazione dell’Iraq, o di altri confini marcati con il righello.

Il grande interrogativo che riguarda il Medio Oriente in queste settimane è se i confini attuali dei Paesi del quadrante rimarranno così come sono oggi, o se le frontiere si sposteranno. Ormai è chiaro che stiamo assistendo a una serie di rivolte identitarie, che non hanno come obiettivo il raggiungimento di modelli politici “esteri” o una democrazia modellata sullo stile occidentale. Lo scopo è l’espressione di un nuovo spirito politico nazionale, popolare e rappresentativo.
Se volessimo credere ai sostenitori di una teoria “etnica” dell’identità politica, prevarrà il sostrato religioso. La spaccatura sunnita-sciita definirà il percorso di tutti i Paesi. L’Iran potrò finalmente esprimere le sue pretese in maniera ancora più diretta sulla “mezzaluna sciita” che percorre l’Iraq, la Siria e il Libano. Lo stesso potrà fare l’Arabia Saudita: e non è un caso che questo Paese, insieme all’Iran, sia tra i pochi non disegnati dai cartografi di Giorgio V. Per tutto gli altri, magari oggi non scompariranno i confini dalle cartine, ma rimarranno solo come limiti formali degli Stati. Lawrence d’Arabia godrà postuma la sua rivincita.

È certamente una possibilità. C’è chi ritiene che sia colpa degli americani: gli interventi armati nella regione avrebbero stimolato la separazione etno-religiosa. Un esempio evidente è proprio l’Iraq: se per decenni i seguaci delle due grandi confessioni si mischiavano sempre più, eliminato il tappo iper-nazionalista di Saddam, si era disegnata rapida una frattura tra le parti. In realtà, la nuova separazione sciita-sunnita è parte di un processo in atto dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979, e il principale responsabile potrebbe essere l’Arabia Saudita – come ricorda un recente articolo del National Interest, i sauditi «dicono ai dignitari in visita a Riad che gli sciiti non sono affidabili; senza prove condivise accusano l’Iran di voler fomentare le rivolte in Bahrein e da altre parti».

Eppure, potremmo anche scegliere di non essere così severi rispetto al destino della struttura politica franco-inglese. Forse, anziché essere crollata, potrebbe essere semplicemente giunta a compimento. Forse, prima di sentirsi sunniti o sciiti, finalmente oggi gli abitanti del Medio Oriente si sentono Siriani, Libici, Tunisini, Egiziani. Gli anni di colonizzazione, dittature, giovani reami e presidenze a vita hanno creato il patrimonio di sofferenze comuni che diventa comunità di destino. È nato uno spirito nazionale “moderno”, tanto che oggi la pretesa dei popoli non è «uniamoci agli altri in base alla religione», quanto «buttiamo giù la dittatura e sostituiamola con qualcosa che ci rappresenti meglio». In Siria si cantava «Dio, Siria e solo Assad» (una trovata musicale di Assad padre); la versione delle piazze nel 2011 recita «Dio, Siria e solo libertà».

Così le “identità artificiali”, volute dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, sono finalmente diventate qualcosa di culturalmente vivo, degno di essere difeso e preteso con il sangue da parte del popolo. Se così sta il tutto, avranno vita difficile le medie potenze dell’area: Turchia, Iran e Arabia Saudita faranno il possibile per portare le nuove realtà politiche dalla loro parte. Il sostrato religioso rimarrà comunque un elemento caratterizzante, e verrà sfruttato il più possibile. C’è però un limite: molti dei Paesi troveranno conveniente non schierarsi, ma rimanere in bilico tra le diverse sfere d’influenza, cercando di trarre il meglio da ognuna. È una vecchia strategia mediorientale, già impiegata in oltre quarant’anni di Guerra Fredda tra Unione Sovietica e Stati Uniti; potrebbe rinascere, solo che al posto dei grandi blocchi ci saranno i poli regionali.

Anche per le potenze estere cambierà il modo di rapportarsi ai Paesi dell’area. Il sostegno ai dittatori, in stile Novecentesco, non avrà più modo di esistere: francesi e italiani sono arrivati fuori tempo massimo nel loro supporto a Gheddafi (ma chi poteva prevederlo?). Se anche nuove dittature e nuovi signorotti emergeranno, potranno governare il popolo solo con il pugno di ferro: non è il modo in cui ha preso il potere la generazione precedente, quella che tra gli anni sessanta e settanta ha fatto cadere re e presidenti dalla Libia al Golfo Persico. 

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org