Il tempo stringe, l’inflazione cresce, l’economia rallenta

Il tempo stringe, l’inflazione cresce, l’economia rallenta

L’inflazione è lo spauracchio dell’economia globale. Le banche centrali stanno iniziando a vedere gli effetti della liquidità a basso costo che è servita ad arginare l’emorragia dei sistemi finanziari. Intanto, anche l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) lancia il proprio allarme. All’orizzonte c’è la stagflazione, ovvero il mix fra stagnazione e rialzo generale dei prezzi. I primi a essere colpiti sarebbero le famiglie, ma diverse banche d’affari fanno notare che a risentirne potrebbe essere anche la finanza. Due le colpe, individuate anche dalla Banca centrale europea (Bce): il basso costo del denaro finora adottato e l’importazione dell’inflazione dai Paesi emergenti. E proprio da quest’ultimi, secondo Standard & Poor’s potrebbe arriva il primo shock, a cui farebbe seguito quello petrolifero.

Gli ultimi dati dell’istituzione economica parigina parlano di un incremento tendenziale del 2,1% in gennaio nell’area Ocse. A trainare l’indice sono soprattutto i settori energetico e alimentare, che hanno rispettivamente registrato aumenti dell’8,4 e del 2,6 per cento. Guardando i singoli Paesi e considerando solo l’indice dei prezzi al consumo (CPI), notiamo che gli aumenti maggiori su base annua si sono verificati in Estonia (+5,2%), Grecia (+5,2%), Turchia (+4,9%), Corea (+4,1%). Facendo invece riferimento all’indice su base congiunturale, emerge la posizione di debolezza dell’Italia, che in gennaio ha visto crescere i prezzi dello 0,4% rispetto al mese precedente, uno degli aumenti più elevati dell’intera area Ocse.

Un rialzo dei tassi d’interesse da parte della Bce ormai non è solo più un’ipotesi. Il presidente Jean-Claude Trichet ha sdoganato l’opportunità di innalzare il costo del denaro durante l’ultimo meeting dell’Eurotower. Un altro esponente del board della Bce, Lorenzo Bini Smaghi, ha più volte ricordato che l’attuale trend rialzista dei prezzi può essere permanente. Lo ha fatto ancora oggi con un intervento sul Corriere della Sera, specificando anche che la soluzione può essere quella di una restrizione creditizia da parte della Bce.

Sono due i principali motivi che stanno spingendo in alto i prezzi. Da un lato troviamo le misure straordinarie di liquidità che hanno accompagnato i sistemi finanziari lungo la crisi. JP Morgan Chase ha fatto notare che «i circa 3mila miliardi di euro erogati dal 2007 a oggi per aiutare il sistema bancario a drenare le passività hanno avuto una sensibile influenza sulla massa monetaria». Ciò, nel lungo periodo, si traduce in un andamento generale dei prezzi al rialzo. E dopo quasi due anni di tassi fermi all’1%, per la Bce è arrivata l’ora di un giro di vite sulla politica monetaria.

Dall’altro ci sono invece ragioni esogene, come la crescita della domanda dei Paesi emergenti e le calamità naturali che hanno colpito il segmento delle materie prime alimentari negli ultimi dieci mesi. Bini Smaghi in gennaio ha ricordato che «l’inflazione importata non è sotto il controllo della Banca centrale», anche se c’è l’obbligo di «monitorarla strettamente perché poi incide sul paniere dei beni e dei servizi che i cittadini acquistano». Per Standard & Poor’s la situazione potrebbe peggiorare in breve tempo, specie in Asia. «A nostro parere, l’inflazione è diventata – o continua ad essere – un rischio importante per la stabilità macroeconomica e sociale di un certo numero di Paesi dell’area Asia-Pacifico, compresi il Vietnam, Sri Lanka, India, Indonesia, Mongolia, Cambogia, Isole Cook, Fiji, Pakistan e Bangladesh», ha reso noto oggi l’agenzia di rating.

Quali potrebbero essere le conseguenze? La prima e più sensibile è quella visibile al supermercato, dove beni come cioccolata o pasta potrebbero risentire dell’aumento nella materia prima di riferimento. Secondo Barclays «le tensioni in Costa d’Avorio e la siccità in Cina, collegate alla crescente domanda aggregata, stanno mettendo a dura prova i portafogli delle famiglie europee».

Un risvolto negativo dell’inflazione si potrà anche verificare nei segmenti azionario e obbligazionario. Gli analisti di Invesco hanno analizzato le performance di differenti classi di asset sui mercati statunitensi. Titoli, obbligazioni, fondi dei mercati monetari, commodities e valute: Invesco li ha mappati per «il periodo compreso fra gennaio 1965 e marzo 1980, un periodo in cui l’indice dei prezzi al consumo è passato da 1 a 14,8 punti percentuali». In questo intervallo di tempo «l’inflazione ha avuto effetti negativi su bond e titoli in termini reali, mentre ha avuto effetti positivi su oro e materie prime». Con molta sorpresa degli analisti, la performance dei mercati più liquidi, come quello monetario, «ha mostrato risultati migliori sia rispetto ai bond che ai titoli». Non sempre è stato così. Dopo una buona performance all’inizio del ciclo inflazionistico, i titoli azionari hanno ripiegato. Ed è questo lo scenario che la casa d’affari teme maggiormente per i mercati asiatici. 

Qual è la soluzione per l’economia globale? Aumentando i tassi d’interesse il rischio è di frenare la crescita, fragile e incerta in Europa. Ma soprattutto verrebbe meno la liquidità che ancora occorrerà alle banche per far fronte agli shock derivanti dalla crisi dei debiti sovrani. Tuttavia, lasciar invariato il costo del denaro può generare ulteriore inflazione, che si sommerebbe a quella attualmente importata dagli emergenti. La quadratura del cerchio per ora non è stata trovata ma, come sottolinea Goldman Sachs nel suo ultimo report sull’Europa, «il tempo stringe, l’inflazione cresce, l’economia rallenta». Un modo suggestivo per ricordare che occorre scegliere in fretta.