Ma sul debito Elkann non trova le parole

Ma sul debito Elkann non trova le parole

Nel nome del nonno. Per John Elkann la Fiat non è solo l’azienda di famiglia, ma qualcosa di più. Fra l’apertura ai nuovi business, fuori dall’automotive, di Exor, la cassaforte di Casa Agnelli, e il rinnovo delle scelte operative del gruppo, per il giovane nipote dell’Avvocato è arrivato il momento di salvare l’intera baracca, come fatto già negli ultimi due anni.

Questo è quello che emerge dalla lunga intervista che il rampollo di Casa Agnelli ha rilasciato al Financial Times. Del resto, non poteva esserci parterre più adatto per Yaki, già nel cda dell’Economist, l’altra gemma del gruppo Pearson, lo stesso che controlla il Financial Times. Tuttavia, restano ancora irrisolte due situazioni: indebitamento del gruppo ed espansione dello stesso, magari proprio a partire dalla fusione con Chrysler.

Non è un momento facile per il Lingotto. Congelati (per ora) i dissidi sulla produzione italiana del gruppo, completato lo scorporo fra segmento privati e industriale, è l’ora di dare una risposta a chi vede nero nel futuro di Fiat. Fra questi troviamo soprattutto le agenzie di rating. A inizio febbraio Moody’s ha confermato il giudizio BA1, seppure con outlook negativo. Il downgrade è però dietro l’angolo. Come recitava la nota della società newyorkese il taglio arriverebbe se il Lingotto non sarà capace di «sostenere i recenti miglioramenti della redditività, cash flow e con un conseguente rapporto debito/ebitda di 4x o superiore nel 2011, sostenere un consistente assorbimento di cassa e mantenere un profilo sano di liquidità con una struttura del debito equilibrata».

Il taglio è arrivato invece da Standard & Poor’s, da BB+ a BB, non pienamente convinta dalla nascita di Fiat Industrial e Fiat Auto. «Il downgrade riflette la nostra idea che la qualità del credito Fiat sia più debole rispetto alla struttura del gruppo precedente, a causa dei maggiori rischi di business, dopo lo scorporo delle altre attività». Sì, perché sulle spalle di Elkann, cioè di Exor, pesa il debito di Fiat.

L’indebitamento, secondo S&P, potrebbe salire ancora nei prossimi anni. Nell’ultimo esercizio commerciale il gruppo ha ridotto di due miliardi di euro il debito, passando dai 4,4 miliardi del 2009 ai circa 2,4 dell’anno appena trascorso. Eppure l’agenzia di rating pensa che solo nel 2011 il Lingotto possa nuovamente superare quota 4 miliardi di euro. Colpa dello scorporo, del calo delle vendite su scala europea e dei piani di sviluppo industriale. E intanto, Fiat Industrial si prepara al collocamento di un bond denominato in euro «subordinatamente alle condizioni di mercato». La probabile borsa di quotazione è quella irlandese, mentre l’emissione sarà curata da Fiat Industrial finance europe.

Yaki non ha toccato l’argomento debito, ma è indubbio che sia uno dei più spinosi. Soprattutto perché finora gli investimenti compiuti, compresi quelli in ricerca e sviluppo, non hanno trovato un contraltare analogo nelle vendite del gruppo. E non è un caso che Elkann abbia parlato di diluizione della quota Exor, cioè Agnelli, in Fiat. Attualmente del 30%, potrebbe essere ridotta in vista della creazione di una società più grande. Di fatto, il preludio alla fusione con Chrysler.

Dagli Stati Uniti le bocche sono cucite, ma le visite di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat e Chrysler, si fanno sempre più fitte. Vuole vedere come procede la sua creatura, il suo “big deal”, come lo ha definito una volta. Elkann e Marchionne sanno che il progetto Chrysler è fondamentale per il futuro di Fiat, più di ogni altra cosa. Ed ecco perché gli Agnelli potrebbero fare un passo indietro. Del resto, Exor ha ancora una potenza di fuoco non indifferente, utile da allocare presso altri asset, non necessariamente nel business dell’automotive. La società di Corso Matteotti «ha una capacità di investimento per un po’ più di un miliardo di euro», ha sottolineato Yaki. In sostanza, «una Berkshire Hathaway dell’industria dei beni capitali», così definisce Exor il quotidiano di Lionel Barber. Con 9 miliardi di euro di asset, la società degli Agnelli non può essere considerata pari alla creatura di Warren Buffett, ma può giocare un ruolo di rilievo se volesse scendere in campo.

Intanto, Elkann è tornato a parlare dell’internazionalizzazione di Fiat. «Andare all’estero non significa che quello che c’è in Italia si riduce», ha detto al Financial Times. Chiaro il riferimento alla costante ricerca del miglior assetto costi-benefici per la casa torinese. In questo, ricorda Elkann, un ruolo indispensabile lo ha giocato Marchionne. «Non avremmo potuto avere un partner migliore di lui», ha spiegato Yaki. Non c’è da dubitarne, ma saranno i dati, commerciali e finanziari, a fornire il quadro più veritiero sulla performance del manager in pullover. 

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