Nella lotta all’evasione i numeri non tornano

Nella lotta all’evasione i numeri non tornano

Si è scritto popolo di santi, poeti ed evasori. Tuttavia, nei confronti di uno dei costumi più atavici e lampanti del paese, il non pagare le tasse, le cifre fornite dai governanti spesso risultano contraddittorie. Un problema non da poco, perché è anche attraverso questi numeri che il cittadino può verificare l’operato di chi ha (o non ha) scelto come suo rappresentante.

L’11 marzo scorso, sul Sole 24 Ore sono uscite le anticipazioni relative alle dichiarazioni dei redditi 2010, relative al 2009, elaborate dal Dipartimento delle Finanze del ministero del Tesoro, secondo cui l’extra gettito Irpef prodotto dall’antievasione è aumentato del 32% sul 2008, a quota 9,1 miliardi di euro.

Esattamente un mese prima, il 10 febbraio, in una conferenza congiunta, i vertici di Agenzia delle Entrate, Inps ed Equitalia, annunciavano di aver incassato 25,4 miliardi di euro nel 2010, così suddivisi: 10,5 miliardi derivanti dai controlli formali e dal recupero dell’evasione da parte dell’ente presieduto da Attilio Befera (+15% sul 2009), 6,6 miliardi relativi ai minori crediti d’imposta tributari utilizzabili in compensazione sul 2009. A questi si aggiungono i 6,4 miliardi raggranellati dall’Inps e gli 1,9 miliardi che Equitalia ha riscosso dalle amministrazioni pubbliche.

I dati del Rapporto 2010 della Guardia di Finanza, presentati il 31 gennaio, sono ulteriormente differenti: le Fiamme Gialle hanno recuperato 49,245 miliardi di euro, con un incremento del 46% sul 2009. Un dato che si compone di 20,2 miliardi di euro occultati da più di 8mila evasori totali, ovvero «soggetti che non avevano mai presentato la dichiarazione dei redditi», 10,3 miliardi relativi all’evasione fiscale internazionale via paradisi fiscale e 6,3 miliardi dal mancato pagamento dell’Iva, più ulteriori 2 miliardi che si riferiscono alle frodi carosello, tra cui spicca la vicenda Fastweb e Telecom Sparkle.

Infine, le ultime cifre dell’Istat sull’economia sommersa stimano che, nel 2008, «il valore aggiunto prodotto nell’area del sommerso economico risulta compreso tra un minimo di 255 miliardi di euro e un massimo di 275 miliardi di euro, pari rispettivamente al 16,3 per cento e al 17,5 per cento del Pil». Nella definizione di «economia sommersa» l’istituto di via Cesare Balbo comprende anche il lavoro nero, tuttavia, come si legge in una nota, «la parte più rilevante del fenomeno è costituita dalla sottodichiarazione del fatturato e dal rigonfiamento dei costi impiegati nel processo di produzione del reddito». Per l’Ocse, invece, l’economia sommersa rappresenta «l’insieme delle attività produttive legali svolte contravvenendo a norme fiscali e contributive al fine di ridurre i costi di produzione».

Ecco come districarsi. I quasi 50 miliardi che derivano dall’azione delle Fiamme Gialle sono potenziali, in quanto solamente l’Agenzia delle Entrate ha la potestà impositiva – come si dice in termine tecnico – per effettuare l’accertamento fiscale a partire dalla notifica dei finanzieri. Gli ispettori delle Entrate, a norma di legge, hanno poteri di polizia tributaria, mentre le modalità di verifica variano da questionari a indagini a tutti gli effetti. Una volta pizzicato, il (mancato) contribuente ha varie opzioni: pagare, fare un accertamento con adesione (come fece il campione Valentino Rossi), oppure andare in contenzioso con l’Agenzia stessa. I 9,1 miliardi del 2009, invece, sono le somme che effettivamente sono entrate nelle casse erariali.

Alla fine dello scorso ottobre, Attilio Befera e Antonio Mastrapasqua, presidente dell’Inps, hanno firmato una convenzione di cooperazione informatica quinquennale, mettendo a disposizione i rispettivi database, per incrociare i dati dell’Anagrafe tributaria con lo storico delle posizioni contributive di singoli e aziende, aggiornate mensilmente. Autorizzati a visionare questa miniera di informazioni, si legge sul testo del protocollo, sono 20mila operatori e mille amministratori locali, nel rispetto della normativa sulla privacy. La ratio è: meno controlli, ma più mirati. Fonti interne all’Ente hanno stimato un passaggio dai 20mila interventi del 2009 ai 15mila del 2010. A questo punto, l’obiezione viene da sé: non si poteva creare prima questa piattaforma di scambio, considerando che l’evasione non è certo un problema di questi giorni?

Dalle Entrate rispondono citando il combattivo Bortolussi, numero uno della Cgia di Mestre, secondo cui gli 007 del fisco italiani sono i più efficienti d’Europa. Il problema però rimane. Prima del 2008, quando è stato recepito in Finanziaria il decreto legge 122 del 2008, che all’art. 83 ha sancito la collaborazione tra Befera e Mastrapasqua, l’unico database disponibile era Serpico, quello cioè dell’Anagrafe tributaria, rinnovato in versione 2.0 lo scorso ottobre. Dal canto suo, l’Inps ha introdotto a partire dal 2009 i programmi Poseidone e Poseidone 2, che nel 2010 ha controllato le posizioni di almeno 120 mila professionisti e 450 mila soci di società. Uno sforzo che, stando alle cifre diffuse in questo periodo, ha dato qualche risultato. Nonostante ciò, come ha affermato proprio Befera durante la presentazione del rapporto congiunto con Inps ed Equitalia, «se non cambia la mentalità per cui chi evade è più furbo degli altri, allora non si potrà parlare di possibilità di ridurre le imposte». I numeri dell’Istat sono lì a dimostrarlo.  

antonio.vanuzzo@linkiesta.it