Bloomberg va alla guerra contro le armi

Bloomberg va alla guerra contro le armi

NEW YORK CITY – Trentaquattro americani uccisi, ogni giorno, da colpi d’arma da fuoco, nella maggior parte dei casi, esplosi da pistole illegali, sono più che sufficienti per Michael Bloomberg, sindaco di New York, per dichiarare guerra alla detenzione incontrollata di armi. E quando Bloomberg abbraccia una causa, c’è da giurare che nessun tentativo sarà risparmiato. Come è avvenuto nella “crociata anti fumo” che ha portato, poco più di un mese fa, all’approvazione di una legge che, nella Grande Mela, vieta il fumo nei parchi pubblici e in altre aeree ad alta concentrazione di pedoni.

Così, all’indomani del massacro di Tucson, in cui fu gravemente ferita la deputata Gabrielle Gifford e perse la vita, fra gli altri la piccola Christina Green, di soli 9 anni, il sindaco di New York, accompagnato da un cospicuo gruppo di parenti di vittime di sparatorie, annunciò il “National Drive to fix gun checks”, praticamente un viaggio itinerante attraverso 25 stati, a bordo di un Tir, per diffondere una maggiore consapevolezza a proposito del possesso delle pistole.

Autista nella prima tappa del viaggio, Omar Samaha, fratello di Reema, vittima del massacro di Virginia Tech, dell’aprile del 2007, nel quale persero la vita 32 persone. Seung-Hui Cho, l’omicida che si suicidò prima di essere arrestato, aveva avuto la possibilità di acquistare un’arma da fuoco, nonostante una lunga serie di problemi psicologici che lo accompagnavano da anni. Più o meno la stessa situazione verificatasi in Arizona dove l’attentatore, Jared Laughner, era noto per il suo carattere violento e i suoi problemi mentali. La possibilità di acquistare una pistola senza alcun controllo, unita al fatto che, raramente, situazioni di squilibrio/disordine mentale, sono segnalate ai venditori di armi da fuoco, crea un connubio pericolosissimo che, in diverse occasioni ha dato origine a stragi vere e proprie.

Oltre a “sponsorizzare” una serie di iniziative volte a influenzare, laddove possibile, un cambio totale di mentalità, Bloomberg ha poi provato a rendere molto più difficile l’acquisizione del permesso per il possesso e la detenzione delle armi. A New York, infatti, anche “solo” per tenere una pistola nella propria abitazione, è necessario avere un permesso che sancisca la legittimità (e opportunità) della richiesta. Caso questo abbastanza raro visto che, negli altri Stati è possibile tenere una pistola in casa senza grossi problemi. Inoltre, il permesso che, in tutto il resto del Paese, costa al massimo dieci dollari, nella città di New York ne costa quasi 450. La decisione di imporre una tassa comunale così elevata, ovviamente, rientra perfettamente nella strategia di Bloomberg di limitare la circolazione di armi e sicuramente, soprattutto in periodo di crisi economica, l’obiettivo è stato in gran parte raggiunto.

Tanto da aver scatenato l’ira dei leader della Second Amendment Foundation, gruppo a tutela del diritto di porto d’armi garantito dal Secondo Emendamento e che, il sindaco infrangerebbe limitando sensibilmente la libertà dei ceti sociali meno abbienti. Secondo la Fondazione, insomma, non è giusto che a possedere una pistola a New York sia solo Donald Trump (e suoi pari) laddove, invece, chiunque dovrebbe poter avere la possibilità di sentirsi un po’ come nel Far West. O come in Texas. In questo Stato, infatti, proprio poche settimane fa, il governo locale, ha votato una legge per consentire il porto d’armi all’interno dei campus universitari, attualmente vietato. La motivazione, secondo i promotori della legge, è che, in un caso come quello di Virginia Tech, gli studenti dovrebbero avere la possibilità di difendersi, se attaccati. Nessuno, però, sembra aver considerato, fra gli altri, i pericoli derivanti dai weekend studenteschi dove, al tradizionale “bicchiere di troppo”, ora si aggiungerà una Glock ultimissimo modello.

In effetti, il dibattito sulle armi, tema sempre “caldissimo” negli Stati Uniti, è diventato particolarmente infuocato dopo la sparatoria di Tucson. Proprio in Arizona, infatti, una delle zone a più alta percentuale di diffusione di armi da fuoco fra gli abitanti, un recente sondaggio ha mostrato un’inversione di tendenza con una maggioranza assolutamente schierata a favore di una politica di maggiore controllo. Proprio ieri, poi, a Chicago, il governo locale è riuscito a “sventare” un tentativo di rendere molto meno severi i limiti attualmente imposti per poter acquistare o possedere un’arma da fuoco.

Ovviamente, dietro tutti i tentativi per potenziare la diffusione di pistole e affini, c’è sempre la Nra (National Rifle Association), lobby potentissima la cui attività è sostenuta da molti esponenti repubblicani del congresso e, più recentemente, dai rappresentanti del Tea Party: Sarah Palin, ad esempio, non ha disegnato a farsi fotografare con tanto di fucile in spalla mentre prende la mira per sparare a qualche animale malcapitato.