Il carcere è un luogo di recupero o di tortura?

Il carcere è un luogo di recupero o di tortura?

Per Domenico Pacilio quello di Messina è il terzo carcere in pochi mesi. Gravemente malato, da alcuni giorni ha deciso di intraprendere uno sciopero della fame per protestare contro la mancanza di cure e di assistenza. Lo scorso dicembre, mentre era in cella a Secondigliano, è rimasto paralizzato da un colpo apoplettico. Oggi gli è negata persino una carrozzina. «Per andare in bagno – racconta piangendo a una delegazione di parlamentari radicali – sono costretto a strisciare per terra». È in prigione per calunnia. 

Nel reparto “sosta” della casa circondariale di Messina – cinque celle fatiscenti e trentadue detenuti – la sua storia è una delle tante. Antonino Bonasera ha trent’anni. Da una quindicina di giorni non può più muovere una mano. «Ho un dito fratturato da due settimane – spiega ai politici in visita – ma non ho ancora ricevuto nessuna cura». Per le conseguenze di un’ernia al disco, il 25 febbraio scorso Antonino avrebbe dovuto fare una Tac. Ai primi di aprile non era ancora riuscito ad andare in ospedale. «Non mi portano perché mancano gli agenti di scorta» si lamenta.

Un incubo dopo l’altro. Rocco Cento Domenico è affetto da una ciste al rene e due vertebre schiacciate. Il giudice ne aveva disposto il ricovero in una struttura pubblica di Catanzaro. «Invece mi hanno mandato qua – si sfoga – ma qua che ci sto a fare?». E poi c’è Salvatore Currò, ventisette anni, sottoposto a terapia metadonica. Raccontano i suoi compagni di cella che la notte, quando sta male, i medici sono costretti a fargli le iniezioni da dietro la porta, attraverso le sbarre. «Perché le guardie – spiegano – dicono di non avere le chiavi della cella».

Tutto intorno, il degrado. «Le celle sono buie, sporche e fortemente sovraffollate» spiega Rita Bernardini in un’interrogazione che presenterà questa settimana in Parlamento. Non sono previste attività di svago qui, nessuna riabilitazione. I detenuti passano sul letto 21 ore al giorno. «Non viene il barbiere – raccontano – e oggi che è domenica non hanno fatto nemmeno la messa». In tutto il reparto, l’ambiente meno affollato è la cella numero due. In dieci metri quadrati, qui sono ospitati “solo” tre reclusi. C’è un’unica finestra, ma è rotta. Quando c’è brutto tempo, così, piove anche sui letti. L’umidità ha attirato un gran numero di scarafaggi che ora dividono la cella con i detenuti.

Nelle carceri italiane nel 2011 si sono già tolte la vita venti persone. Diciotto detenuti e due guardie carcerarie. In almeno 250 casi, la tragedia è stata sventata all’ultimo momento. In alcune strutture, gli episodi si susseguono con inquietante frequenza. È il caso del “Mammagialla” di Viterbo. Tre settimane fa un ragazzo italiano di ventinove anni, arrestato per essere evaso dai domiciliari, ha tentato di suicidarsi ma è stato salvato in extremis dagli addetti alla sorveglianza. Sabato scorso un detenuto nordafricano della stessa età è stato trovato senza vita nel suo letto, per cause ancora da accertare.

«La pena di morte è stata reintrodotta nelle prigioni italiane senza neppure il bisogno di legiferare – ha raccontato qualche giorno fa la psicologa penitenziaria Ada Palmonella su Repubblica – Il Governo ha tagliato quasi tutti i fondi destinati al sostegno psicologico. Ha tagliato tutto quello che serve per il reinserimento del detenuto il quale, lasciato solo, diventerà sempre più cattivo e violento. Sempre che riesca a sopravvivere».

La vera inciviltà è nel sovraffollamento delle strutture. Oggi, nelle 206 carceri presenti in Italia, sono rinchiusi 67.961 detenuti. A fronte di una capienza regolamentare pari a 45mila unità. L’indulto del 2006 non è servito a nulla: il numero dei reclusi – sceso a 39mila unità all’indomani del provvedimento – è raddoppiato nel giro di cinque anni. Tra processi brevi e prescrizioni anticipate, per risolvere il problema l’Esecutivo ha puntato sul Piano carceri. Il ministro della Giustizia ha annunciato un investimento di 670 milioni di euro per costruire nuove prigioni: l’obiettivo è quello di creare 10mila posti in più. Ma il risultato rischia di essere insoddisfacente, considerato che già oggi ne mancano 23.600.

Nel disastro generale, alcune realtà soffrono particolarmente il sovraffollamento. Regioni come la Puglia, che si fa carico di 4.550 detenuti a fronte di 2.500 posti disponibili. Una situazione insostenibile, tanto che la settimana scorsa decine di agenti penitenziari hanno manifestato a Bari per chiedere interventi urgenti e il rafforzamento dei propri organici. Va ancora peggio in Lombardia, dove nei 5.600 posti letto delle 19 carceri locali, sono ammassati quasi diecimila detenuti (633 donne e 8.861 uomini).

Chi sono i reclusi? Difficile fare un ritratto del carcerato medio. Ma alcuni dati fanno riflettere: la metà dei detenuti (il 43,25 per cento) è ancora in attesa di giudizio. Un terzo del totale – venticinquemila circa – è formato da stranieri. Di questi, oltre un migliaio sta scontando una pena per non aver eseguito un ordine di espulsione. Molto alta, poi, la percentuale di tossicodipendenti.

Il paradosso è che oltre a non essere all’altezza di un paese civile, le nostre carceri sono anche costose. Secondo l’associazione Ristretti orizzonti, negli ultimi dieci anni in Italia sono stati spesi per il sistema penitenziario circa 29 miliardi di euro. Con una curiosa dinamica: al crescere della popolazione carceraria, gli investimenti sono andati via via diminuendo. Solo nell’ultimo triennio, le spese per i detenuti e per la manutenzione delle carceri sono state decurtate del 31,2 per cento. Un taglio netto di oltre 205 milioni di euro.

Ogni detenuto costa allo Stato 113 euro al giorno. Così distribuiti: una decina per il funzionamento delle carceri, circa sette per cibo, igiene e assistenza. Molto di meno per quanto riguarda la rieducazione: 2,6 euro al mese per l’assistenza psicologica. 3,5 (sempre al mese) per attività scolastiche, culturali, ricreative e sportive.

La maggior parte della spesa, 95 euro, serve per pagare il personale, gli agenti di polizia penitenziaria. Sempre secondo lo studio di Ristretti orizzonti il taglio a questa voce, solo nell’ultimo triennio, è di 119 milioni di euro. Una variazione di spesa che, stando ai dati del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, ha ridotto il numero di agenti a 39mila unità. Circa seimila in meno rispetto alla pianta organica prevista dalla legge. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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