Più bombardiamo la Libia, prima finiscono gli stipendi

Più bombardiamo la Libia, prima finiscono gli stipendi

Con i bombardieri italiani sarà più facile far crollare il governo. Ma non quello di Gheddafi, il nostro. Stando alle pagine dei giornali e ai fiumi di parole riversati nei talk show, il primo effetto dei bombardamenti condotti dagli italiani potrebbe essere proprio la disintegrazione della maggioranza. Ma, mentre la Lega decide se ne valga la pena, qui intendiamo considerare solo gli aspetti più strettamente militari.

Il problema è che nella coalizione e nell’intervento militare non avremmo proprio dovuto esserci, mantenendo la dignitosa posizione della Germania, nostro vero e unico alleato in Europa, dal quale non riusciamo mai ad imparare nulla.
Invece siamo rotolati dietro a Sarkozy, seppure recalcitranti, facen do finta di non capire come poteva andare a finire.

È finita che, una volta in ballo, dobbiamo continuare a ballare, anche se i partner non ci piacciono e la musica nemmeno. Adesso bombardiamo, tuttavia occorre chiederci se da un punto di vista tattico il nostro nuovo contributo ribalterà la situazione facendo uscire il conflitto dallo stallo a discapito dei lealisti.

Lo diciamo subito: no, non servirà a ribaltare la situazione. Il nostro contributo, in termini percentuali, sarà piccolo e insisterà su una fase operativa per definizione insufficiente a determinare le sorti dello scontro. Come abbiamo ripetutamente sottolineato da queste pagine, le campagne aeree, da sole, non fanno vincere le guerre. Se a terra non ci sono i fanti a controllare il territorio, a nulla serve averlo bombardato. Per ora i fanti sono gli insorti, che non stanno certamente dimostrando di essere un grande esercito. Forse l’immissione di addestratori italiani ed europei potrebbe migliorarne la qualità, ma sono risultati che si vedranno in tempi lunghi.

Per ora mandiamo 4 Tornado dell’Aeronautica e 4 Harrier della Marina a sganciare missili col supporto di qualche altro nostro aereo a copertura. Siamo in grado di farlo? Sì, ma a caro prezzo: quando si muovono questi “giocattoli” i costi sono proibitivi. Un alpino che a Herat spara col mortaio può andare avanti mesi a costi molto contenuti, che oltretutto insistono su un capitolo di spesa apposito, esterno al budget ordinario dell’Esercito. Quando un pilota di Harrier sgancia un missile Raytheon Aim 120 Amraam a guida radar, a monte c’è l’addestramento di un ufficiale di Marina che è costato un migliaio di volte quello dell’alpino, un sistema d’arma che si chiama caccia a decollo verticale AV8B II-STOVL multiruolo “leggermente” più costoso di un mortaio e la cui manutenzione dopo ogni ora di volo è esorbitante. Il tutto per lanciare missili che a 170 mila euro al colpo sono anch’essi un tantino più costosi di un proiettile per mortaio. E poi sotto al pilota, all’Harrier e ai suoi missili intelligenti bisogna metterci una portaerei con quasi 600 uomini d’equipaggio che solo per uscire dal porto di Taranto consuma più carburante di quanto una centrale elettrica ne consuma in un mese. Il tutto insistendo sul budget ordinario della nostra Marina, che, se questa faccenda dovesse durare più di due settimane, dovrà esaurire il suo intero stanziamento per il 2011 rischiando di non riuscire neanche a pagare gli stipendi.

L’Aeronautica non se la passa molto meglio. Tuttavia anche con meno ore di addestramento i nostri piloti restano più bravi della media degli alleati, quasi che, come sempre, l’indole nazionale supplisse alla povertà delle risorse. Certo però che qualche esercitazione in più con i missili Storm Shadow avrebbe fatto comodo, ma con quello che costa ogni missile, chi può permettersi di sprecarli per addestrarsi? Morale: considerato che la spesa graverà sui già patetici bilanci ordinari, sia Marina che Aeronautica tenteranno di far volare i propri aerei il meno possibile e di sganciare pochi missili. In queste condizioni come possiamo sperare di essere determinanti?

Non è però che i nostri alleati europei possano permettersi di guardarci con sufficienza: sulla stampa americana è già stata ben messa in evidenza la notizia che in pochi giorni di campagna aerea gli europei hanno già pressoché esaurito il proprio arsenale di missili e bombe d’aereo. Qui da noi la notizia è girata poco, ma oltre oceano è servita a dar fiato ad analisti e politici che da sempre sostengono che senza gli Usa la Nato è un bluff, con gli alleati europei neanche capaci di condurre da soli una modesta campagna aerea che sconfigga uno degli eserciti più scalcagnati e male armati del pianeta.

Con queste premesse, confermiamo che la speranza di liberarsi di Gheddafi a suon di bombe è una pia illusione, o si ricorre a altri mezzi (che in precedenti articoli abbiamo elencato) o davvero occorrerà far affiancare i raccogliticci rivoltosi da un vero esercito di professionisti che sbarchi sulle coste libiche e vada a stanare i fedeli del Raìs distruggendone in maniera sufficientemente accurata mezzi e infrastrutture.

Chi, nel caso, manderebbe le truppe a terra? Non noi, ma, ci penseranno i francesi, che questo vespaio hanno scatenato e che sono gli unici con un vero asso nella manica: la Legione Straniera. Soldati senza far piangere le mamme di Francia, sono ottimi soldati e di loro non importa nulla a nessuno. Il perfetto strumento militare che la Francia non esiterà ad utilizzare qualora l’impasse libico tirasse troppo per le lunghe, e soprattutto con l’obiettivo di costruire un proprio ruolo di “governatore” del Mediterraneo. Un ruolo di protagonisti al quale, in maniera molto più elegante, sfumata, concordata e amichevole con il Maghreb, ambivamo anche noi.

Ma allora l’Italia a questo punto cosa ci sta a fare in questo scenario? Siamo lì in ossequio alla volontà di continuare ad appartenere a certe alleanze, senza capire che anche in una alleanza si può non marciare con gli altri, come sta facendo la Germania, senza per questo venirne espulsi. L’Italia doveva trovare il suo ruolo nella vicenda libica senza l’uso delle armi. Ora rischiamo di vanificare tutto ciò che avevamo con fatica costruito nella cosiddetta area euro-mediterranea.

(Università di Trieste)

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