Il tradimento del Pakistan rende l’India più forte

Il tradimento del Pakistan rende l’India più forte

Comunque sia andata il Pakistan si è fatto cogliere con le mani nella marmellata dello jihadismo: non è possibile che i servizi segreti nazionali non sapessero del compound di Osama bin Laden. Il complesso residenziale del capo di al-Qaeda è costato (si stima) circa un milione di dollari, ed è stato costruito a poche centinaia di metri dalla principale accademia militare pachistana. È come se negli Stati Uniti una villa da venti milioni di dollari fosse stata tirata su vicino a Westpoint, e nessuno sapesse esattamente chi vi risiedesse.

La prima conseguenza del misfatto, diretta e drammatica, è per gli americani. Osama morto a cento chilometri da Islamabad conferma definitivamente non solo che il Pakistan è inaffidabile, ma anche che è uno «stato fallito», come possono essere la Somalia o il Sudan. Manca un soggetto legittimato a operare in nome e per conto del popolo. Il Pakistan è un’accozzaglia di gruppi di interesse etnici e culturali, variamente ricchi e armati, che cercano esclusivamente il proprio interesse. Il presidente Zardari e il suo governo non controllano effettivamente il paese e le forze militari e di intelligence. Washington perde un punto di appoggio logistico importantissimo per le sue operazioni militari.

Lo scrittore indiano Salman Rushdie si frega le mani: in un intervento su The Daily Beast ha dichiarato che molti «non credevano all’immagine di bin Laden come vecchio eremita delle montagne, che si nutre di piante e insetti in una caverna inospitale da qualche parte nel poroso confine tra Pakistan e Afghanistan». Il sospetto dichiarato dallo scrittore nei confronti del governo pakistano è ben comprensibile: l’India, nemica storica di Islamabad, sarà adesso la nuova leva americana per tenere in piedi il quadrante. Si torna ai tempi di Eisenhower. Il suo segretario di stato John Foster Dulles era solito riferirsi al Medio Oriente come quella regione che si estende «dal Marocco all’India».

Non basterà più parlare di «Afpak» (la regione dell’Asia comprendente il Pakistan e l’Afganistan) per affrontare la questione degli interventi militari americani nell’area, ma bisognerà spingersi fino a Nuova Delhi. Il Pakistan non avrà più appoggio internazionale per la disputa del Kashmir, né aiuti militari. È possibile che ci siano nuovamente disordini interni. Se l’apparato militare ha protetto bin Laden, la popolazione – che noterà un calo netto dell’attenzione internazionale – si potrà ribellare. Anche in questo caso, però, la spinta non sarà «democratica», ma islamista.

Alcuni hanno scritto che, con l’uccisione di bin Laden, diventa ormai inutile l’intervento americano in Afghanistan. A parte il fatto che Al Quaeda è in grado di sopravvivere anche senza il suo leader storico ancora per qualche anno, il problema vero è proprio il fallimento del Pakistan, che rende ancora più urgente la necessità di riportare la stabilità in Afghanistan. Non siamo in un film di Hollywood: ammazzare il cattivo non porta automaticamente ai titoli di coda. Esistono tante sigle terroristiche a parte Al Quaeda e, come nelle guerre tradizionali, dopo il conflitto è ancora più importante la ricostruzione.

Il Pakistan dagli anni Ottanta ha sempre cercato una posizione egemonica nell’area mediorientale-centroasiatica. Sotto il comando del generale Mohammed Zia-al-Haq ha impiegato il controspionaggio (l’Isi) per aiutare la Cia a distribuire armi ai mujaheddin in Afghanistan, in funzione anti-sovietica. Negli anni Novanta ha cercato di diventare il punto di raccordo, anche energetico, tra Caspio e Asia, fallendo miseramente dopo la presa di potere talebana a Kabul. Adesso godeva di una qualche attenzione internazionale come centrale per la lotta al terrorismo.
Ma quest’ultimo era un ruolo che il paese si era ritagliato surrettiziamente. Per contrastare il terrorismo organizzato, dal 2001, gli Stati Uniti hanno fornito a Islamabad circa 20 miliardi di dollari in aiuti civili e militari. Nel 2009 un piano da 7,5 miliardi era stato approvato per «sconfiggere l’estremismo attraverso progetti di sviluppo». Il presidente americano Obama nell’ottobre del 2010 aveva offerto 2 miliardi di aiuti militari per combattere i militanti islamici e per assistere nella guerra afghana. Finora, molte operazioni di commercio militare tra Stati Uniti e India erano state evitate proprio allo scopo di non irritare i pachistani. Non sarà più così.
 

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org

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