Manette ai polsi, il detenuto DSK sul ponte della vergogna

Manette ai polsi, il detenuto DSK sul ponte della vergogna

NEW YORK CITY – Chissà se in una sera qualunque, tornando a casa o in una qualsiasi camera d’albergo, da 500 o 3000 dollari, sia capitato a Dominique Strauss-Kahn di accendere il televisore e lasciarlo così, magari a volume basso, giusto un rumore in sottofondo. Chissà se, indaffarato in altre faccende e numeri e paesi sull’orlo di un tracollo, DSK abbia mai soffermato lo sguardo su una delle serie televisive più famose d’America, Law and Order. Perché se lo avesse fatto, con molta probabilità, gli sarebbe capitato di vedere la macchina con a bordo gli agenti della squadra speciale, attraversare il ponte Francis Buono che dal Queens conduce verso Rikers Islands, il carcere più grande al mondo, per andare ad interrogare uno dei detenuti, spesso trattenuti per accuse legate a violenze sessuali.

Forse lo avrà fatto o forse no, ma con buona probabilità è possibile credere che mai, nemmeno per un secondo, gli sia passato per la mente che un giorno, quel chilometro e trentotto metri li avrebbe percorsi lui, manette ai polsi, per essere condotto, in una scena da incubo, dal mondo del potere al mondo di “The Rock”, come chiamano il carcere i suoi residenti.

Per i viaggiatori che si recano all’aeroporto La Guardia, poco lontano dal Rikers, la sensazione, lasciandosi lo skyline di Manhattan alle spalle, spesso è quella di allontanarsi da “casa”; per chi attraversa quel ponte, e per DSK, in particolare, la sensazione deve essere stata quella di allontanarsi da sé stesso, dal suo mondo e da quella vita di successo e di lusso. Allontanarsi dal paradiso, verso l’inferno. Il centro di Manhattan, infatti, dove il direttore del Fmi è stato trattenuto da sabato a lunedì, in confronto al Rikers, è come un Holiday Inn paragonato al Four Season: niente magnificenza ma l’essenziale.

Dopo un sabato sera in cui DSK ha rifiutato il cibo, la domenica mattina ha accettato di mangiare uova strapazzate e patate fatte in casa: un brunch al diner praticamente. E per cena un tramezzino prosciutto e formaggio. La sveglia al Rikers, invece, arriva presto, a spezzare ogni illusione di essere altrove, ovunque ma non lì. Alle 5 la vita inizia insieme a una colazione composta da pane nero, succo di frutta, latte e cereali. Frutta, una volta a settimana. In uno spazio di 3 metri per 2, c’è poco da fare, una punizione in sé probabilmente per un uomo con un’agenda sempre troppo piena e ore mai sufficienti. Il pranzo arriva alle 11, consegnato in cella: chili vegetale, riso, fagiolini, carote, insalata di sedano e pane. Durante la giornata c’è la possibilità di lasciare la cella, di tanto in tanto, per andare a guardare la tv o per una passeggiata all’aperto; peccato che negli ultimi giorni a New York non abbia smesso di diluviare quasi mai.

Tutto ciò senza mai parlare con nessuno e accompagnato da guardie. Sì perché DSK è “sorvegliato speciale a rischio suicidio”. Non che lui abbia tentato o minacciato nulla di specifico, ma la precauzione è stata presa in seguito a una conversazione con lo psicologo. L’isolamento, tuttavia, è conseguenza anche della notorietà stessa di Strauss-Kahn e, quindi, una forma di prevenzione per le “attenzioni” che potrebbero arrivargli da parte degli altri residenti che, avendo accesso a giornali e tv, sono probabilmente a conoscenza del “Vip di Rikers”.

Nel carcere la violenza è di casa, o quasi. Il 3 febbraio del 2009, ad esempio, il New York Times pubblicò un articolo/denuncia proprio su Rikers e sui continui episodi di violenza fra prigionieri, spesso favoriti e protetti dalle guardie stesse. Solo un anno prima, poi, nel luglio del 2008, il Village Voice, settimanale gratuito cittadino, aveva riportato l’episodio di una violenza sessuale perpretata ai danni di una prigioniera, assalita mentre dormiva. Particolarità: la donna non divideva le cella con nessuno. Episodi di violenza a parte, la vita a Rikers Islands è così dura da aver ispirato versi di canzoni di rapper come Lil Wayne, che trascorse alcuni mesi qui per porto abusivo di armi, o Kool G. Rap che ha scritto: «non sorriderai a Rikers Islands/ solo a sentirne il nome ti viene un brivido lungo la schiena». E se uno come Koog G Rap scrive queste cose, beh c’è da giurare che lì dentro ci sia poco da sorridere.

Per questo, probabilmente, oggi, risvegliandosi, mentre persino la città che non dorme mai, sonnecchia ancora, DSK conterà i minuti che lo separano dall’incontro con i suoi familiari e poi un’altra attesa, la più drammatica, quella che potrebbe ricondurlo nuovamente su quel ponte, stavolta diretto verso i grattacieli. Quasi certamente, infatti, i suoi legali avanzeranno una nuova richiesta di rilascio su cauzione. L’offerta è di due milioni di dollari e di un braccialetto da tenere alla caviglia, per evitare di allontanarsi. Oggi, per DSK, inizia un altro lunghissimo giorno.  

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