Tepco brucia 10 miliardi e non sa spegnere i reattori

Tepco brucia 10 miliardi e non sa spegnere i reattori

Milleduecentocinquanta miliardi di yen. È questa la cifra monstre delle perdite patite nel 2010 da Tokyo electric power company (Tepco) a seguito della crisi nucleare all’impianto di Fukushima Daiichi, da lei gestito. Anche tradotto in dollari sono 15,6 miliardi, in euro 10,6, la sostanza non cambia. Si tratta della peggiore perdita finanziaria mai sopportata da una società giapponese non facente parte del segmento finanziario. Insieme ai dati, sono giunte anche le dimissioni del presidente di Tepco, Masataka Shimizu, già al centro delle polemiche per il suo assordante silenzio nei giorni dopo il sisma.

L’ultimo bilancio di Tepco, chiuso al 31 marzo 2011, è stato oltre ogni immaginazione. A fronte di un capitale totale di 2.500 miliardi di yen, le passività sono state pari alla metà, circa il 20% in più delle previsioni della stessa società. E considerando che sul fronte dei risarcimenti ci sono ancora solo delle stime, le perdite potrebbero essere ancora maggiori. Il più grande rosso nella storia nipponica rimane quello di Mizuho financial, 2.380 miliardi di yen, registrata nel 2003. Di fronte a questi dati, il destino di Shimizu era prevedibile. Il manager nipponico più discusso degli ultimi mesi ha lasciato il posto a Toshio Nishizawa, attuale direttore generale. Sarà proprio quest’ultimo il soggetto che dovrà iniziare il rilancio di Tepco. È già stato approvato un piano di ristrutturazione del valore di 600 miliardi di yen: saranno vendute branche della società, anche quelle «finora considerate strategiche», come ha ricordato Nishizawa, e sarà portato anche avanti il progetto di delisting dal Nikkei, la Borsa giapponese. Del resto l’azione Tepco, dopo il terremoto, ha perso oltre l’80% del proprio valore. Inoltre, i risarcimenti potrebbero superare quota 100 miliardi di dollari. Nelle intenzioni di Nishizawa c’è la cessione del 7,9% di KDDI, la big telefonica giapponese che ha la seconda rete telefonica del Paese. Dalle prime stime di Nomura e Mitsubishi financial, l’affare potrebbe fruttare circa 200 miliardi di yen di capitali freschi.

«Ci dispiace per le vittime del terremoto e dello tsunami. Allo stesso tempo vogliamo chiedere scusa sinceramente per i guai ai nostri reattori nucleari a Fukushima che stanno provocando così tanta ansia, preoccupazione e disagi alla popolazione». Con queste frasi Shimizu ha lasciato ogni suo incarico. Di contro, il suo successore ha esordito spiegando che «sarà fatto tutto quello che deve essere fatto per rimediare a tutta la crisi». Il nuovo numero uno di Tepco ha poi spiegato che tutti i reattori del sito Daiichi di Fukushima saranno «decommissionati in qualsiasi caso».

La sofferenza di Tepco si è registrata anche nei mercati secondari, come quello dei Credit default swap (Cds), i derivati che immunizzano dal fallimento di un titolo. Sugli schermi di Markit i Cds su Tepco sono arrivati a quota 650 punti base, con un aumento intraday di 47 punti base, uno dei più elevati registrati da una società giapponese negli ultimi mesi. Se torniamo indietro con i valori, il Cds su Tepco prezzava a 40 punti base il 10 marzo scorso, alla vigilia del terremoto. Il 14 marzo era già schizzato a 127 punti, ma un mese dopo il sisma era a ridosso dei 400 punti. A due mesi dalla crisi nucleare, una contrazione: 220 punti base. E ora, in soli dieci giorni, la nuova impennata a 650 punti.

Nel frattempo, non sembra aver fine l’incubo nucleare giapponese. Nella centrale di Fukushima Daiichi i quattro reattori continuano a essere sotto osservazione. I livelli di radiazione sono monitorati ora per ora dalle squadre dei tecnici Tepco che stanno operando per riportare l’equilibrio. E ora è scoppiato il caso sulla mancata informativa sulla radioattività fuoriuscita dai reattori di Fukushima. «Indagheremo a fondo sulle circostanze che hanno portato alla mancata consegna delle informazioni», ha detto Yukio Edano, capo di gabinetto del Kantei, il governo giapponese. Nei giorni dopo lo tsunami, infatti, l’utility elettrica non avrebbe utilizzato la trasparenza necessaria per un incidente grave come quello di Fukushima. «È ora di cambiare registro», ha concluso Edano. 

fabrizio.goria@linkiesta.it