I ribelli non ci credono più e trattano col Colonnello

I ribelli non ci credono più e trattano col Colonnello

Come avevamo intuito, il conflitto libico sembrerebbe ancora piuttosto lontano da una soluzione, pacifica o militarmente traumatica. Lo stallo di cui parliamo da settimane perdura e per ora l’unica cosa a muoversi è la massa di lavoratori sub-sahariani costretti a lasciare la Libia in fiamme e a cercare rifugio e speranza a Lampedusa. Per il resto lo scontro tra lealisti e ribelli registra qualche defezione (almeno tre alti ufficiali dell’esercito regolare hanno recentemente disertato) e i combattimenti non sembrano far arridere la vittoria a nessuno dei due contendenti.

Nonostante la campagna aerea Nato continui a colpire bersagli militari dei fedelissimi del Rais. Questo però non pare avere alcun effetto pratico, in quanto gli stessi militari del Colonnello stanno operando con le stesse modalità dei ribelli, senza l’uso di uniformi riconoscibili e a bordo di pick up armati che i piloti dei caccia non riescono a riconoscere. Ecco allora invocare l’intervento degli elicotteri da combattimento, come anche il nostro Mangusta A129, arma anticarro però bene equipaggiata per colpire col cannone a tre canne rotanti da 20 mm, con le mitragliatrici da 12,5 mm e con razzi d 81 mm anche bersagli più piccoli da una distanza tale da poterne discernere la natura.

Ma ovviamente, più il velivolo va piano e più agisce da quote basse, come appunto un elicottero, più è soggetto al tiro antiaereo, di Rpg e di semplici armi a ripetizione, consentendo a qualsiasi soldato avversario la possibilità di abbattere a costi e rischi ridottissimi un mezzo da parecchi milioni di euro e di ucciderne i due piloti. Una eventualità che finora la Nato non ha voluto contemplare. Ma la paralisi tattica potrebbe alla fine suggerire l’impiego di un numero limitato di elicotteri, nella speranza di stanare da vicino i soldati regolari e pur di sbloccare una situazione bellica ormai divenuta quasi imbarazzante: il meglio della Nato incapace di annientare un esercito male organizzato, male equipaggiato e pieno di disertori, nonostante l’apporto di truppe anti-Gheddafi a terra. Se anche questa opzione dovesse fallire, o perché mai voluta dai vertici militari occidentali o perché tatticamente impraticabile o fallimentare, quali restano le opzioni? Come si chiude questa blitz krieg diventata rapidamente guerra di posizione stile Sarko/Verdun? Una alternativa, la più inconfessabile, la meno accettabile, potrebbe essere quella di uccidere il Colonnello.

Più di qualcuno sta sponsorizzando questa via d’uscita, ma nel mondo reale questo tipo di operazioni sono meno facili che in un film di spionaggio. Un lealista pronto a tradire e a sparare un colpo fatale forse anche lo si trova, ma qui davvero scivoliamo in uno scenario talmente poco praticabile da rendere non plausibile una simile ipotesi. Il Colonnello oggi è l’uomo più scortato, più protetto e meglio nascosto del pianeta, ed una operazione “chirurgica” volta ad eliminarlo non è fattibile. Né grazie ad una agente infiltrato nel suo entourage (a meno che non sia un kamikaze) né grazie ad un blitz dei Navy SEALs, dei Sas britannici o del 1° Régiment de Parachutistes d’Infanterie de Marine francese. Mentre in Europa e Usa analizziamo come concludere presto e bene questa vicenda, può invece accadere che la faccenda si concluda da sola, ovvero in un modo congeniale all’animale politico Gheddafi, maestro del compromesso e dell’ambiguità e soprattutto grande maestro nell’arte della sopravvivenza : egli potrebbe accordarsi col nemico.

Fonti israeliane credibili ci informano che da qualche giorno sono in corso incontri tra il Colonnello e la sua controparte politico/militare, prove di dialogo che potrebbero portare ad una soluzione non cruenta nel giro di solo due settimane di colloqui segreti. Punta di lancia di questa nuova politica del dialogo è il capo dei servizi di intelligence di Gheddafi, Abdullah Sanousi, già artefice del più recente accordo di cessate il fuoco. Questo ha spinto il Primo Ministro Al Baghdadi al Mahmoudi ad inviare una lettera ai leader mondiali chiedendo il monitoraggio internazionale della tregua e ad affermare che il regime è pronto a avviare colloqui coi ribelli, a amnistiare i prigionieri politici, a riscrivere la Costituzione e a dar vita ad una nuova forma di governo. Una serie di aperture inaspettate e di vastissima portata, ma con una conditio sine qua non: prima devono cessare i combattimenti. Inoltre, tra questi buoni propositi, non appare mai il nome di Gheddafi né l’ipotesi di un suo ritiro dalla vita politica.

Quanto affidabili siano le parole del Primo Ministro libico è cosa circa la quale si può discutere a lungo, il regime ha più volte in passato tradito la parola data, ma un’altra fonte accreditata affrema che le dichiarazioni di Al Baghdadi non sono altro che l’estratto di un accordo già siglato da governo e ribelli. Mentre a Londra anche Obama e Cameron hanno concordato nel chiedere al Colonnello di abbandonare il campo previa una diminuita intensità nei combattimenti, è possibile che la fine del suo regime venga da egli stesso e non dagli inutili bombardamenti Nato. A suggerire al Rais che è il momento di andarsene potrebbe anche essere la rivolta secessionista delle tribù berbere sui monti Nafussa, che nulla ha a che fare con la rivolta di Bengasi ma che costituisce comunque un altro segno di malcontento che il Colonnello non può ignorare.

Nel complesso, pare che i ribelli abbiano accettato di dialogare soprattutto perché Usa e Nato hanno ampiamente dimostrato di non desiderare un maggiore coinvolgimento, limitando l’intervento ad un campagna aerea di dubbia efficacia e senza far intervenire truppe a terra. Davanti alla prospettiva di non riuscire mai, in tali condizioni, a sferrare un colpo fatale al regime, essi hanno ritenuto i colloqui la soluzione più accettabile. A noi non resta che fare alcune riflessioni in merito all’intera vicenda, chiedendoci anzitutto, come abbiamo chiesto tre mesi fa, cosa siamo andati a fare in Libia e perché siamo “rotolati” passivamente dietro alle smanie interventiste di Sarkozy, ora che abbiamo la riprova che con o senza di noi i Libici finiscono con l’accordarsi tra loro.

Lo stallo che ha finito col generare il bisogno di dialogare, si sarebbe verificato anche senza i bombardamenti occidentali? Noi crediamo di sì, crediamo che l’equilibrio tra le parti non sarebbe stato divelto da una maggiore capacità militare dei lealisti, la cui fedeltà al regime è proprio il risultato coesivo della ostilità verso un intervento straniero in una faccenda interna libica. Senza i bombardieri americani ed europei i militari avrebbero finito, forse in tempi anche più brevi, per schierarsi con i ribelli, esattamente come accaduto in Tunisia ed Egitto. Restiamo dell’opinione che sotto troppi punti di vista quella occidentale è stata una ingerenza poco congrua nella vita politica di una nazione sovrana, meglio sarebbe stato restarne fuori senza compromettere i futuri rapporti con chiunque domani governerà quello stato, legittimato ora a fare graduatorie tra chi ha aiutato di più, chi ha bombardato di meno, chi ha latitato. Una classifica di buoni e meno buoni poco utile alla nostra futura politica energetica.

*docente di Studi Strategici, Università di Trieste, preside Università Ciels – Pentagono, Padova

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