Ma alla P4 interessava qualcosa dell’Italia?

Ma alla P4 interessava qualcosa dell’Italia?

Lentamente, come ogni volta, le intercettazioni e le indagini arretrano nelle pagine dei giornali. Non si attenuano invece le voci di chi passa le giornate al telefono a parlare delle intercettazioni. “Quel direttore parlava un sacco con Bisignani e gli altri”. “Quel lobbista faceva avere un sacco di pubblicità a quel giornale”. Tanto da fare venire il sospetto che tanta gente, invece di lavorare, passava e passa le giornate al telefono a parlare.

Seguiremo naturalmente l’evolversi di questa inchiesta giudiziaria, senza concedere troppo al pettegolezzo e cercando di pescare – nel fiume di parole che arrivano sui giornali – le cose importanti. Lo faremo tanto più adesso, che la tendenza a dire che tutte le vacche sono grigie si fa sempre più forte e formarsi un giudizio netto sulle responsabilità dei singoli sembra (non casualmente) più difficile. Fin da adesso, invece, possiamo e dobbiamo confrontare i vocabolari della classe dirigente che passa il tempo al telefono con la lingua del mitico “paese reale” e i suoi problemi. 

E i suoi problemi, di questi tempi, non sono pochi. L’inflazione tocca livelli record dal 2008, ed è notizia di oggi. Non è cosa da poco. Gli strascichi della crisi economica non sono mai finiti, anche se sono scomparsi dalle pagine dei giornali, e quale sia la “nuova normalità” del nostro sistema economico e dei lavoratori è ancora da capire e dimostrare. Come aiutare le imprese che investono, come garantire loro un fisco amico? Come si finanzi lo sviluppo e la crescita in condizioni di debito pubblico che fanno paura è, ad esempio, uno degli argomenti che vorremmo occupasse le giornate, le conversazioni, le notti della nostra classe dirigente: politici, tecnici, opinion makers, e così via. 

Andiamo avanti. La Rai, televisione di Stato, è sull’orlo dello sfascio: perde pezzi, ascolti, introiti, e tra i suoi dirigenti c’è chi apertamente lavora per il “nemico”. Il futuro della sostenibilità energetica del paese, il suo modello di sviluppo, le sue relazioni pericolose con Putin e Gheddafi e ipotesi serie di “sostituzione” sono un grande tema nebuloso: di cui nessuno sembra davvero curarsi.

Ancora, il sistema scolastico ed educativo dell’Italia è stretto da una sfida serissima: come modernizzarsi in epoca di risorse sempre più scarse? Come reperire i soldi che servono per farle, quale spesa improduttiva tagliare per finanziare una spesa decisamente produttiva, come quella sulla formazione degli adulti di domani? 

Potremmo continuare a lungo, perché l’elenco delle urgenze del paese è purtroppo lungo, e al tramonto di questa Seconda Repubblica non possiamo dire che si sia accorciato, anzi. Forse non ha aiutato, in questo, il ruolo di protagonisti che molti attori della Prima Repubblica hanno mantenuto lungo questa seconda: Luigi Bisignani, certo, ma anche – forse soprattutto – Gianni Letta o Paolo Scaroni. Che da questa strana inchiesta sulla P4 emergono come uomini forti, veri decisori di cose importanti di cui – ahinoì – la classe dirigente e gli opinion makers non sembrano parlare mai seriamente.

Si dirà, lo sappiamo, che certe decisioni non si prendono mica al telefono. Che le cose importanti vengono discusse in sedi adeguate. E però, di fronte all’assenza di risultati e a un paese inchiodato, il dubbio che l’Italia del potere, di questo potere, sia raffigurata in modo fedele da quel che abbiamo letto nelle intercettazioni, un po’ ci viene. È un dubbio doloroso che chiede una svolta: perché politici, giornalisti e manager non sono tutti uguali. Non tutti passano il tempo al telefono con Bisignani. Non tutti se ne fregano dell’azienda pubblica per cui lavorano. Non tutti, grazie al cielo, stanno in Parlamento a lavorare per questo o quel lobbista. Sarà bene ricordarsene, adesso, che il gioco dell’oblio o del “sono tutti uguali” prende il sopravvento nell’interesse di pochi, e contro quello del paese.