Più spie e meno bombe, così possiamo uscire dalla Libia

Più spie e meno bombe, così possiamo uscire dalla Libia

Quando gli alleati sbarcarono ad Anzio, Churchill disse: «credevamo di scagliare sulla spiaggia un gatto selvatico ed invece ci ritroviamo con una balena arenata». Per molti versi l’operazione Libia rammenta quella situazione, credevamo di scatenare nei cieli uno stormo di aquile inferocite ed invece i bombardamenti non hanno sortito effetti rapidi sulle sorti del conflitto. L’Occidente ha sperato, non senza valide ragioni, che il Rais sua sponte concludesse qualche accordo con la controparte e con la mediazione di Sud Africa, Turchia o Russia, ma a tutt’oggi non c’è segnale tangibile di uno sblocco pacifico dello stallo.

A questo punto anche le Nazioni Unite sono costrette a prendere atto che la campagna aerea non è risolutiva, che il Colonnello non intende negoziare se non alle sue inaccettabili condizioni e che alla fine il ricorso a truppe della coalizione che sbarchino in Libia potrebbe essere l’unica carta rimasta da giocare. Francia, Gran Bretagna, ma anche altri membri dell’alleanza, stanno facendo pressioni affinché la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1973 sia cambiata, integrandola con articoli che rendano, sotto il profilo del diritto internazionale, accettabile l’impiego di soldati stranieri in combattimenti sul suolo di uno stato sovrano.

Cosa alquanto difficile, ma le trappole che trasformerebbero questo intervento in una invasione bella e buona, possono essere probabilmente aggirate travestendo lo sbarco in creazione di corridoi umanitari: alcuni reggimenti Nato potrebbero mettere finalmente piede in Libia, prendendo la leadership delle operazioni militari anche della sgangherata compagine anti-Gheddafi, portando a segno finalmente il colpo fatale al regime. L’ostinazione di Gheddafi a questo punto può davvero costargli la vita: fallito ogni tentativo di negoziato gli stessi europei lo vogliono morto, esasperati anche da comportamenti pregressi, come la liberazione dell’attentatore di Lockerby, il “malato immaginario” improvvisamente guarito appena sbarcato a Tripoli Il governo britannico era disposto a perdere la faccia rilasciandolo in cambio di particolari diritti di estrazione per la Bp, ma tutto è andato a monte a causa delle ultime vicende e la faccenda certo non ha aumentato la simpatia dei britannici nei confronti del dittatore. Ma soprattutto a volerlo morto sono i suoi stessi uomini ora a capo delle diverse fazioni a lui opposte, a partire da quel giudice Jalil che condannò i sanitari bulgari accusati di diffondere l’Aids in Libia.

Si tratta di diversi personaggi compromessi con la dittatura ed ora in fase di riciclo, che tutto vogliono tranne che il loro ex leader, da prigioniero, inizi a raccontare il loro ruolo e le loro malefatte. Su questo quadro già di per sé complicato, si inserisce proprio in questi giorni la crisi del nucleare, che riporta in trionfo incontrastato il buon vecchio petrolio, incluso quello, di ottima qualità, estratto in Libia. L’altro grande produttore, l’Iran (seconda riserva mondiale), ormai vende il suo oro nero quasi interamente ai Cinesi.

Gli Usa e la Russia potrebbero fare affidamento, alla peggio, sui propri pozzi, pur continuando ad approvvigionarsi in Iraq e Kuwait, ma per ora tengono a galla politicamente gli emirati del Golfo, Arabia Saudita inclusa, che continuano ed essere i loro fornitori primari. Ma in Libia? Al momento l’Eni sta estraendo a scartamento ridotto ma ha avuto rassicurazioni dalla coalizione che la presenza in Libia sarà ridimensionata in futuro. Le buone notizie perlomeno arrivano dal settore intelligence, campo nel quale, abbiamo scritto più volte, l’Italia avrebbe dovuto focalizzare le proprie energie e risorse, anziché impegnarle il uno sterile impiego dei nostri aerei. La recente diserzione di masse di numerosi vertici militari libici è una operazione made in Italy, concepita e portata a termine dai nostri 007 e che ha considerevolmente indebolito lo schieramento lealista.

Meglio sarebbe stato se avessimo dato priorità a questo tipo di operazioni e se avessimo concluso più missioni come quella di Roma, come abbiamo già scritto su queste pagine. Oggi non ci troveremmo ad avere a che fare con il brutto dilemma se e come far sbarcare reparti armati in quel paese. Se l’attacco fosse stato portato non alle forze armate libiche ma all’entourage del Colonnello e ai vertici militari e non con armi da fuoco ma con le blandizie dell’intelligence, assai probabilmente il regime sarebbe crollato in maniera incruenta tempo fa senza aver fornito ai lealisti pro-Gheddafi un ulteriore elemento di coesione.

Se gli sviluppi futuri dovessero vedere, come accennato, la creazione di corridoi umanitari (in questo momento il trend più auspicato nei corridoi del Palazzo di Vetro) l’Italia chiede (e fa bene a pretenderlo) che a comandare questo sviluppo sia posto né un inglese né tantomeno un francese, ma una autorevole personalità neutrale, come ad esempio un militare austriaco. Anche nell’ottica di impedire una penetrazione politica/industriale di concorrenti non troppo leali.

*docente di Studi Strategici, Università di Trieste, preside Università Ciels – Pentagono, Padova

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