UniCredit regala 110 milioni ai Ligresti

UniCredit regala 110 milioni ai Ligresti

Il travaglio è stato difficile, preceduto da trattative prolungate e accompagnato da colpi di scena nelle alleanze di potere, ma facilitato dall’affettuosa assistenza del principale creditore bancario, Unicredit, e del sistema di potentati politico-finanziari coagulati intorno all’asse Mediobanca-Generali. Le autorità hanno obiettato quel tanto che è bastato a non intralciare l’esito finale. 

Alla fine, ieri notte, il parto del controverso aumento di capitale da 450 milioni di euro della Fondiaria-Sai – indispensabile per evitare il crac (amministrazione straordinaria o liquidazione coatta amministrativa) – è avvenuto con successo. Soprattutto, proprietà e potere della famiglia Ligresti, che gestisce il gruppo dal 2002 con una partecipazione (via Premafin) del 41%, sono salvi. Il prezzo di emissione è di 1,5 euro per azione ordinaria e di un euro per le risparmio. Il prezzo di emissione è stato determinato applicando uno sconto di circa il 39,6% sul prezzo teorico ex diritto delle azioni ordinarie, il Terp, calcolato sulla base del prezzo di chiusura di ieri (qui il comunicato della società). 

Un parto con la camicia. Era già scritto, infatti, che il felice evento sarebbe stato festeggiato con la considerazione che si deve a chi ha saputo costruire relazioni proficue con tutto il cosiddetto “Sistema”, come hanno fatto appunto i Ligresti. Il gruppo Unicredit del presidente Dieter Rampl, del vicepresidente Fabrizio Palenzona e dell’amministratore delegato Federico Ghizzoni, con l’accordo unanime di tutto il cda, non ha dunque badato a spese: 110 milioni di euro è il dono che la banca elargirà a brevissimo nei confronti della famiglia di costruttori-assicuratori. Cortesie che trovano spiegazione nelle «relazioni, da lungo tempo esistenti, tra il gruppo bancario e la famiglia Ligresti, improntate ad una collaborazione ad ampio spettro, come prova la circostanza che lo stesso Salvatore Ligresti abbia fatto parte, fino all’adozione della delibera del 22 marzo 2011, del cda di Unicredit» (sono parole della Consob). FonSai, inoltre, detiene lo 0,3% di Piazza Cordusio, oltre ad avere partecipazioni in Mediobanca, Pirelli, Generali, Rcs.

Le banche, si sa, non fanno regali: in cambio, infatti, l’istituto di Piazza Cordusio, otterrà un numero di diritti di opzione che daranno, appunto, ‘diritto’ di sottoscrivere 24,23 milioni di nuove azioni al prezzo di 1,5 euro, da cui una partecipazione equivalente al 6,6% del capitale post-aumento di Fon-Sai. Poiché ieri notte il consiglio di amministrazione di Fon-Sai, presieduto da Jonella Ligresti, ha stabilito un rapporto di emissione fra azioni nuove e vecchie pari a 2, Unicredit ha bisogno di acquistare 12,1 milioni di diritti di opzione (24,23 milioni diviso 2). Stante i termini dell’operazione, due semplici calcoli portano a un valore teorico del diritto di opzione di circa 2 euro. 

Ma c’è cliente e cliente. E i Ligresti sono clienti un po’ più speciali degli altri. Perciò, anziché i 2 euro, o giù di lì, che chiunque da lunedì prossimo pagherebbe comprando in Borsa, Unicredit verserà ai Ligresti 5,5 volte di più: 11 euro per diritto. Moltiplicando questo prezzo di favore per i 12,1 milioni di diritti necessari per sottoscrivere il 6,6% del capitale post-aumento, la spesa di Unicredit arriva a circa 133 milioni. Ovvero 110 milioni in più rispetto a quello che spenderebbe sul mercato. Al conto va aggiunto poi il prezzo da pagare per le nuove azioni: 1,5 euro cadauna per complessivi 36,34 milioni. 

Per Unicredit l’esborso complessivo, tra fondi immessi nella compagnia assicurativa da salvare, prezzo teorico dei diritti e regalo ai Ligresti, è di 170 milioni, che è la cifra indicata nella premessa (v. punto 3) del patto stretto fra la Premafin (la holding della famiglia) e la banca. Evidentemente imbarazzato dai termini del patto, che è stato negoziato da un dirigente di Unicredit, Piergiorio Peluso, passato subito dopo a fare il direttore generale di Fon-Sai, l’a.d. di Unicredit Ghizzoni si era giustificato dicendo che l’extraprezzo pagato per i diritti era inferiore a quello che il gruppo francese Groupama era disposto a sborsare («Noi compreremo i diritti pagandoli l’equivalente di 12 euro per azione, Groupama li avrebbe pagati tra i 19 e i 20 euro»). Ma non è su questa base, però, che Unicredit ha evitato l’obbligo di Opa che era stato imposto a Groupama

Di punto in bianco, infatti, sono spuntate due allarmanti lettere dell’Isvap, l’autorità di controllo del settore assicurativo presieduta da Giancarlo Giannini, con cui si chiedeva l’immediata ricapitalizzazione della società a causa del «grave e progressivo deterioramento della situazione di solvibilità». Lettere datate 17 e 31 marzo, ma di cui si è avuta notizia solo il 14 maggio, solo grazie alla pubblicazione della motivazioni con cui la Consob ha concesso l’esenzione dall’obbligo di Opa. In sostanza, Fondiaria-Sai era prossima all’amministrazione straordinaria per gravi perdite (articolo 231 del Codice delle assicurazioni), e né Giannini né il ministro dello Sviluppo, Paolo Romani, competente, si sono degnati di dire alcunché né al mercato né agli assicurati. In tutto questo, anziché, mettere i 170 milioni nella società, in una logica sana di stabilità del sistema, Unicredit ha dato il grosso della somma ai Ligresti per permettere loro di conservare una partecipazione di controllo (35%) in Fon-Sai.

Questa mattina, all’apertura dei mercati, sia Fondiaria-Sai e la controllata Milano Assicurazioni, che ha varato una ricapitalizzazione simile, sono stati colpiti da pesanti vendite con conseguente crollo delle quotazioni.

lorenzo.dilena@linkiesta.it