Il Pd la questione morale la affronta solo su Facebook

Il Pd la questione morale la affronta solo su Facebook

È trascorso appena qualche giorno dalla notizia dell’indagine della procura di Monza su Filippo Penati, che nel partito democratico iniziano a registrarsi timide scosse. Per i corridoi di Palazzo Marino, dentro gli uffici del Pirellone s’inseguono reazioni miste a sconcerto, imbarazzo e qualche consapevolezza. Dichiarazioni contrastanti si sono rincorse nei lanci di agenzia di stampa, tra le righe dei giornali, di fronte alle telecamere, nei tg. Qualcuno, in realtà, preferisce tacere. 

Nella sede del comune di Milano molti esponenti politici di peso, nel partito cittadino, precisano che Penati “non c’entra niente con la città”. Ma come?, obiettiamo, non si era mica speso per sostenere la candidatura di Stefano Boeri, oggi assessore alla Cultura, e candidato scelto dal partito per correre contro Letizia Moratti, alla guida della città? Nessuna risposta al rilievo. In Regione, stessa musica. L’unico luogo dove invece il partito dà vita a una discussione degna di questo nome sul tema è Facebook.

Pippo Civati, “il rottamatore del partito”, scriveva, giovedì scorso, sul suo profilo del socialnetwork: «Non siamo né giustizialisti, né garantisti di maniera. La vicenda giudiziaria che riguarda Filippo Penati desta preoccupazioni in tutti noi, a cominciare dal nostro gruppo regionale. Ieri ci siamo visti, ne abbiamo parlato, abbiamo valutato gli aspetti politici della vicenda, anche perché quelli giudiziari, oltre a non essere di nostra competenza, devono essere ancora precisati e circostanziati. Qualcuno di noi hanno consigliato a Penati e alla segreteria del Pd di valutare un passaggio di opportunità politica, che riguardi non tanto l’appartenenza al Pd di Penati, ma il suo incarico in Regione. Nelle prossime ore ci sarà un segnale in questo senso, ma vorrei rivendicare fin d’ora la serietà e la misura con cui questa vicenda è stata affrontata da parte del Pd. Senza sbavature e senza leggerezze di sorta». La  “pancia” reagiva, a gran voce, con richieste di trasparenza: “Voglio un PD pulito: Via Penati!”, “Penati dovrebbe lasciare la politica attiva e lasciare spazio ai giovani, quei signori hanno già dato”.

Lo stesso giorno, qualche ora prima, l’assessore al Welfare del comune di Milano, Pierfrancesco Majorino, si lanciava in una chiosa cui qualcuno attribuiva l’etichetta del “giustizialista”: «Io, se fossi in Filippo Penati, anche per essere più forte nei confronti dell’opinione pubblica nel voler dimostrare la mia innocenza, mi autosospenderei dal Partito Democratico. Non sarebbe un’ammissione di colpa ma una prova di forza e, in questa fase, un grande contributo. il giorno in cui cadessero le ipotesi di indagine chiederei la riparazione del danno materiale e politico subito». L’ipotesi trascinava con sé, a leggere i commenti al post, una valanga di malumori. «Se io fossi un importante esponente del Pd, mi asterrei dal commentare e pontificare su cosa devono fare i miei “colleghi”, sopratutto in certi frangenti: ne parlerei nei luoghi deputati. Per rispetto dei ruoli, delle persone, e del partito. Senza polemica», scriveva Giuseppe. «AVVISO AI FORCAIOLI: si è dimesso dalla vicepresidenza chetatevi calma calma spegnete le sirene, riponete le manette», aggiungeva Massimiliano.

Il giorno dopo, Majorino rincarava la dose: «Leggo i giornali e provo del sincero schifo». Seguito da umori assai più indignati del giorno precedente. «Lo schifo è totale ormai è andato tutto», postava Raffaele. «Lo so è brutto e disdicevole a dirsi, ma un pò di sana ignoranza a volte è meglio .. non leggo per ribrezzo», rincarava la dose Tobia.

Giovedì stesso, venti minuti alle 15, Penati in persona annunciava la sua decisione di autosospendersi dalla carica di vicepresidente. Sulla sua bacheca scandiva a chiare lettere una dichiarazione di innocenza ed estraneità ai fatti imputatigli dalla magistratura: «A seguito del mio coinvolgimento nella vicenda giudiziaria relativa all’area Falck di Sesto San Giovanni desidero ribadire la mia totale estraneità ai fatti. In merito anche alle notizie apparse sulla stampa voglio precisare che non ho mai chiesto e ricevuto denaro da imprenditori. Voglio altresì ribadire la mia assoluta fiducia nell’operato della magistratura. Per profondo rispetto dell’istituzione nella quale sono stato eletto e per evitare ogni imbarazzo al Consiglio mi autosospendo dall’esercizio e dalle prerogative di vicepresidente, certo che tutto verrà completamente chiarito e confido a breve. Da subito rinuncio alle prerogative connesse alla vicepresidenza , non parteciperò più all’ufficio di presidenza e già dal prossimo consiglio siederò tra i banchi dei consiglieri di minoranza. Sono certo di interpretare anche i sentimenti di chi mi ha eletto nel voler garantire in queste circostanze il massimo rispetto delle istituzioni».

La base rispondeva con un rilancio di attestati solidaristici: “Filippo tieni duro! Un abbraccio”, “Filippo non ci deludere se no a chi bisogna ancora credere in questa Italia”, “Bravo Filippo. si dimostra di essere diversi con i fatti. e tu ci hai dato una mano. grazie”. E lui, due giorni più tardi ringraziava tutti coloro che gli avevano mostrato comprensione, affidando al FB un’altra nota in cui ribadiva la sua innocenza: “Continuano sui mezzi d’informazione ad apparire interpretazioni o ricostruzioni parziali, infondate e contraddittorie, a proposito di vicende contenute negli atti processuali. Interpretazioni e ricostruzioni che, specie negli ultimi giorni, sono state prospettate anche da dichiarazioni o interviste di persone direttamente coinvolte nella vicenda giudiziaria. Le contraddizioni però sono evidenti (…). Questo tipo di comunicazione è gravemente lesivo della verità e della mia immagine personale e politica. Mi pare totalmente contradditorio ed incivile affermare da un lato il principio di non colpevolezza dell’indagato e dall’altro ricostruire in modo parziale ed unilaterale fatti ed episodi che solo le regole di indagine giudiziarie sono probabilmente in grado di effettuare. Per questo chiedo a tutti di aver fiducia e rispetto nel lavoro della magistratura. Ribadisco la mia totale estraneità ai fatti che mi si addebitano. Confido di poterlo dimostrare nel più breve tempo possibile”.

Cosimo Palazzo, segretario di un circolo pd milanese, sul profilo del segretario metropolitano Roberto Cornelli, lanciava, in una nota, una proposta di discussione che coinvolgesse i piccoli tesserati: «Nel codice etico che alcuni hanno richiamato dopo la mia precedente nota, c’è scritto: “Le donne e gli uomini del Partito Democratico considerano il pluralismo una ricchezza e scelgono il confronto democratico come metodo per ricercare sintesi condivise”. Bene, se questo è il presupposto dal quale partiamo non accetto più che le valutazioni che ognuno di noi esprime su questo o quel tema vengano automaticamente interpretate come l’arma di questa o quella corrente.Se non consideriamo questo un presupposto condiviso e non discutibile non sarà possibile fare alcun passo avanti. Ho espresso quelle valutazioni sulla vicenda di Penati solo ed esclusivamente perchè le ritengo giuste e invito tutti a riflettere senza pregiudizi su quel che sta accadendo. Conosco il codice etico, conosco la regola che ci siamo dati in questa materia. La ritengo insufficiente. Sono convinto che sia necessario considerare ostativa alla candidatura (e dunque al mantenimento dell’incarico) la condizione di persona sottoposta ad indagini per le ipotesi di  reato indicate nel codice etico. Non mi sfuggono i rischi di una regola di questo tipo ma non mi sfuggono neppure i rischi dell’assenza di quella regola e li trovo più gravi. Discutiamone tutti insieme e decidiamo, senza pregiudizi. Se non siamo capaci di farlo negli organi di partito perché non chiediamo agli iscritti di esprimersi? Qualcuno si ricorda ancora cosa è accaduto a Milano poche settimane fa e, soprattutto, come è accaduto? Io si. Su quella strada voglio proseguire.» 

Andrea chiudeva l’apologia del partito, cucita dalla militanza, sulla tastiera: “Non so se i problemi del Pd si risolveranno su Facebook, però di sicuro qualche titolo di giornale sul Pd spaccato riuscirete ad averlo anche domani…”.

Il coordinatore cittadino pd, Francesco LaForgia, utilizzava invece il suo fb per chiedere, all’ex sindaco di Sesto, un passo indietro: “Il Pd è un partito di persone perbene. Non possiamo permettere che venga attraversato nemmeno da una minima ombra. Tutti coloro che rischiano di danneggiare il Pd in questo momento, facciano dei passi indietro. Veri. A tutti i livelli. Per il bene di un partito che è nato per cambiare il Paese”.

Apriti cielo. In un centinaio di commenti successivi, i militanti litigavano a colpi di bit, rinfacciandosi ciascuno posizioni, opinioni e reazioni divergenti. 

E alle latitudini nazionali che succede? Niente. Sulla bacheca del segretario nazionale Pierluigi Bersani non una parola sull’accaduto. A scorrere i post degli ultimi giorni ci si poteva imbattere in dichiarazioni su Berlusconi e quanto abbia incentivato le cricche, quaestio sulla lottizzazione della Rai, gallerie fotografiche sul Seminario del Centro Studi Pd con interventi del sociologo Torcuato Di Tella, l’antropologa politica Lynda Dematteo e lo storico della filosofia Michele Ciliberto . E la questione morale? 


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