Le carceri scoppiano e chi le gestisce è precario. Interessa a qualcuno?

Le carceri scoppiano e chi le gestisce è precario. Interessa a qualcuno?

Ieri il settimo morto all’ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa. Il numero dei suicidi cresce continuamente. La situazione delle carceri è davvero insostenibile, e tra poche settimane si toccherà la cifra record di 70 mila detenuti. Una catastrofe umanitaria, come l’ha definita Luca Ricolfi sulle colonne de La Stampa, che interroga la politica, naturalmente, ma anche la società civile che, indignatasi per l’acqua pubblica e il nucleare, non trova mai abbastanza interessante la situazione delle carceri. Che però, adesso, sta diventando davvero insostenibile. A parlarne con costanza, come sempre, pochi soggetti, sempre quelli: i Radicali, il mondo cattolico (anche quello istituzionale col giornale dei Vescovi), e poche associazioni. I politici, a quanto pare, han ben altro a cui pensare.

E pensare che il governo Berlusconi, sul punto, era partito anche col piede giusto. Quantomeno, aveva mostrato di avere coscienza del tema. Il 13 gennaio 2010 il problema del sovraffollamento delle carceri era arrivato in consiglio dei ministri. Negli istituti penitenziari italiani sono rinchiusi quasi 68mila detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 45mila unità. Una situazione ingestibile, oltre che disumana. Per risolvere la questione l’Esecutivo si era impegnato a «dare il via con somma urgenza – così il comunicato di Palazzo Chigi – ad interventi volti a realizzare nuove infrastrutture carcerarie ed aumentare la capienza di quelle esistenti». Peccato che a un anno e mezzo di distanza i lavori non siano ancora iniziati. E il Governo sia stato costretto a prorogare lo stato di emergenza, scaduto il 31 dicembre scorso.

Intanto dalla Camera dei deputati emergono dati tutt’altro che rassicuranti. L’intervento del sottosegretario Giacomo Caliendo, circa un mese fa in Commissione Giustizia, ha confermato che il Governo spenderà 669 milioni di euro per creare 9.150 nuovi posti. Un investimento importante. Ma insufficiente: cifre alla mano già oggi nelle carceri italiane servirebbero quindicimila posti in più. 

Nel giugno dello scorso anno il Comitato di Sorveglianza costituito dai ministri Angelino Alfano, Altero Matteoli e dal capo della Protezione Civile Guido Bertolaso ha approvato il piano presentato dal commissario straordinario Franco Ionta. Per ampliare gli istituti già esistenti si è deciso di costruire 20 nuovi padiglioni, quasi tutti in grado di ospitare 200 reclusi. Costo del progetto: 239 milioni di euro. A un anno e mezzo dall’inizio dell’emergenza, si può definire concluso solo l’iter delle progettazioni. Entro fine luglio – questa la stima dell’Esecutivo – dovranno essere chiuse le procedure di gara. «L’avvio dei lavori – ha chiarito in commissione il sottosegretario Caliendo – potrà avvenire nei successivi 60 giorni». Altri due mesi. E siamo a fine settembre. Poi inizierà la costruzione dei padiglioni. Tempo stimato: 450 giorni. Quindici mesi. 

Poi ci sono le carceri da costruire. Si tratta di undici strutture che sorgeranno a Pordenone, Bolzano, Venezia, Torino, Camerino, Nola, Bari, Catania, Marsala, Sciacca e Mistretta. Ogni struttura potrà ospitare 450 detenuti (esclusa quella di Bolzano, da 250). In questo caso l’iter burocratico è più lento del precedente. Un paradosso: per costruire le nuove carceri il Governo deve sottoscrivere un’intesa con le Regioni interessate. Ma mancano ancora all’appello gli accordi con Campania e Puglia. L’Esecutivo prevede di ultimare le progettazioni e avviare le procedure di gara di 5-6 istituti entro la fine del 2011. Un’operazione da 243 milioni di euro, su una spesa totale di 430 milioni. I quattro istituti siciliani, ad esempio, costeranno 40milioni di euro circa ciascuno. Novantamila euro a detenuto.

Intanto la popolazione carceraria continua a crescere. E la vita negli istituti penitenziari diventa sempre più insostenibile. Durante la seduta in commissione Giustizia, in cui son state presentate le spese necessarie a realizzare il piano carceri, la deputata radicale Rita Bernardini ha presentato un’interrogazione relativa alla sua visita al carcere di Opera dello scorso aprile. La situazione nell’istituto penitenziario milanese è grave. Ma non peggiore di tante altre. Più di 1.300 detenuti – di cui 90 in regime di 41 bis – su 970 posti disponibili. Meno di 600 agenti in servizio, rispetto a un organico previsto di 800.

Le condizioni dei reclusi sono, in alcuni casi, allucinanti. «Ho perso la casa, ho perso la patria potestà – racconta C.F. alla delegazione di parlamentari in visita – Mia moglie è sordomuta e io non vedo mio figlio da cinque mesi e mezzo». Invalido al 100 per cento, l’uomo è incompatibile con il regime carcerario. Ma non può andare ai domiciliari: il giudice di sorveglianza ha rigettato l’istanza perché «non ha una casa». R.I. è malato di Aids in fase conclamata. «Ha avuto diverse broncopolmoniti – racconta la parlamentare radicale nella sua interrogazione – soffre di apnee notturne ed è ad alto rischio di infezioni opportunistiche». Secondo il medico infettivologo che lo aveva in cura presso l’azienda ospedaliera San Paolo, il peggioramento di salute del detenuto giustificherebbe un riesame dello stato di compatibilità con la carcerazione. Ma a oggi R.I è ancora ad Opera. Le storie si susseguono, sono tante e tragicamente simili. Rischiano di perdersi, ancora una volta, nella retorica e nel buonismo. A parlare in modo chiaro sono i numeri. Ma a qualcuno interessa ancora leggerli?

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