Ora la politica italiana si è innamorata di Maroni

Ora la politica italiana si è innamorata di Maroni

«Noi lavoriamo perché il Governo arrivi a fine legislatura». Il ministro dell’Interno Roberto Maroni gela così, nel pomeriggio, Gianfranco Fini. In un’intervista a Repubblica, il presidente della Camera aveva aperto alla possibilità di un nuovo Esecutivo di centrodestra, con il titolare del Viminale come premier. «Un Governo che avrebbe il sostegno anche del Pd», aveva ipotizzato Fini (scenario smentito in giornata da numerosi esponenti del partito di Bersani). Ma il leghista non si fa tentare. Anzi, rivela ai suoi collaboratori di essere «indifferente» di fronte ai corteggiamenti dell’opposizione.

Lodato dagli avversari e temuto dagli alleati. Stando alle voci che girano in Parlamento, Maroni sarebbe finito nel mirino del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (anche se Palazzo Chigi oggi smentisce). Il Cavaliere considera il ministro leghista il vero responsabile del voto che pochi giorni fa ha condannato Alfonso Papa al carcere. Sarebbe stato “Bobo” a chiedere ai parlamentari del Carroccio di votare contro il deputato campano. Disobbedendo alle indicazioni del Pdl e aprendo un nuovo terreno di scontro all’interno della maggioranza. Un affronto. Ecco perché Berlusconi teme che la crescente influenza del titolare del Viminale all’interno del partito di via Bellerio possa – presto o tardi – mettere a rischio la tenuta dell’Esecutivo. 

Su una cosa il Cavaliere non sbaglia: negli ultimi tempi il potere di Maroni all’interno del Carroccio è cresciuto. Tanto da oscurare la leadership di Umberto Bossi. Il voto sull’arresto di Papa è stata solo l’ultima conferma. «Un congresso della Lega a voto segreto», ha spiegato il vicepresidente dei deputati Pdl Massimo Corsaro. Una sorta di conta all’interno del gruppo di Montecitorio con cui i parlamentari leghisti avrebbero dimostrato la propria fedeltà al titolare del Viminale. Non che ce ne fosse bisogno. Da tempo la stragrande maggioranza dei deputati padani si è schierata con lui. La dimostrazione più evidente c’è stata a fine giugno, quando 49 parlamentari su 59 hanno firmato un documento per chiedere la sostituzione del presidente del gruppo Marco Reguzzoni («bossiano integralista» per sua stessa ammissione) con il maroniano Giacomo Stucchi.

Il ministro dell’Interno può contare sulla maggioranza dei parlamentari leghisti, ma anche su buona parte dei vertici del movimento. A partire dai due sottosegretari padani al Viminale: Sonia Viale e Michelino Davico. Tra i fedelissimi del titolare dell’Interno c’è il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio – e segretario lombardo del partito – Giancarlo Giorgetti. Ma anche il sindaco di Verona Flavio Tosi. Non possono dirsi maroniani di stretta osservanza i governatori di Piemonte e Veneto Roberto Cota e Luca Zaia, ma è innegabile che tra i due e il titolare del Viminale ci sia un’intesa particolare. E poi c’è la base. Quello che è successo a Pontida nell’ultima adunata leghista ha stupito più di un osservatore. Un lungo striscione recitava: «Maroni presidente del Consiglio». Un sacrilegio, agli occhi dei fedelissimi di Bossi. Un attentato alla leadership del partito che – così raccontano – avrebbe effettivamente mandato il Senatùr su tutte le furie.

L’ammirazione delle opposizioni, la fiducia dei suoi e, da qualche tempo, anche un’inedita alleanza con il Quirinale. L’ottimo lavoro svolto al ministero, soprattutto nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata, ha avvicinato Maroni al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Tanti gli attestati di stima reciproca tra i due. «Lavoriamo in piena sintonia» ha confermato recentemente il Capo dello Stato. Non è difficile immaginare, poi, che Napolitano abbia apprezzato la partecipazione di Maroni all’ultima parata del 2 giugno (appuntamento storicamente snobbato dai vertici leghisti). Per il ministro si trattava della prima presenza in assoluto. Guarda caso proprio in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Ma c’è una vicenda che racconta meglio di altre la popolarità del ministro dell’Interno. Gli attestati di stima giunti questo pomeriggio da Gianni Alemanno, il grande avversario della Lega Nord. Perché il sindaco di Roma è senza dubbio il più tenace oppositore del Carroccio (per avere conferma basta leggere le ultime dichiarazioni sul trasferimento dei ministeri a Monza). Ma anche lui è un ammiratore di Maroni. «Riconosco – ha ammesso – che è uno dei migliori ministri di questo Governo». 

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