Sul futuro democratico della Libia c’è poco da essere ottimisti

Sul futuro democratico della Libia c’è poco da essere ottimisti

Come spesso succede, il sogno degli stati maggiori di concludere in tempi brevi o comunque nei tempi sperati una campagna militare o un conflitto, non si avvera. Così è stato nel caso della Libia, con una guerra civile che ha visto anche l’intervento dell’Onu e della Nato trascinatasi ben oltre i tempi auspicati al Palazzo di Vetro e a Bruxelles.

Riguardo l’opportunità e le modalità di questo intervento abbiamo già scritto in passato e non torneremo dunque ad elencarne li numerosi macroscopici errori soprattutto sotto il profilo militare, ora è piuttosto il momento delle ipotesi circa il futuro di quel paese a noi così vicino geograficamente, storicamente, culturalmente e commercialmente. Vediamo di non ripetere l’errore e di aspettarci di nuovo tempi brevi. Fare previsioni è comunque cosa assai azzardata.

In città, mentre scriviamo, echeggiano ancora le cannonate, di Gheddafi pare non esserci traccia e nessun analista serio può permettersi in questo momento di fare una previsione categorica su chi comanderà domani in Libia. Tendenzialmente però si profilano almeno due scuole di pensiero che i più sembrano prediligere, una catastrofista ed una alquanto ottimista: da una parte c’è chi parla di un rischio “somalizzazione” della Libia e dall’altra chi, con una certa ingenuità, vorrebbe attribuire al Consiglio nazionale di transizione (Cnt) capacità quasi taumaturgiche di pacificare e governare le molte pulsioni che hanno animato la rivolta. Noi per ora non lanceremo la moneta in aria sperando di azzeccare il risultato, ma non possiamo nasconderci che gli ingredienti necessari alla somalizzazione libica ci sono tutti: la rivolta ha messo in luce molti elementi di divisione interna, a partire dalla frammentazione della popolazione in clan o gruppi tribali, per finire nella secolare separazione etnica e culturale tra Cirenaica e Tripolitania, tutti tenuti assieme fino ad oggi solo dal pugno di ferro del Colonnello.

Le violente tribù berbere di Nafusa, per dirne una, per quaranta anni complici del regime quale braccio terroristico del Rais, lo hanno velocemente scaricato nel momento della difficoltà, schierandosi senza ritegno con i rivoltosi e confidando in un prossimo ruolo di potere a Tripoli. L’ipotesi di un passaggio senza traumi ad una democrazia compiuta di stampo liberale, come vagheggiato dagli insorti più giovani ed acculturati, ci pare per contro francamente poco probabile, in un paese che con la democrazia non ha mai avuto alcuna dimestichezza. Ovviamente tifiamo per questa soluzione, ma peccare di ottimismo è peccato grave, specie quando, soprattutto per l’Italia, sono in ballo interessi nazionali tutt’altro che trascurabili.

Al traino delle fregole neo-napoleoniche di Sarkozy e neo-imperialiste di Cameron, siamo già stati troppo ottimisti nel sognarci una campagna aerea di poche settimane, ora non dobbiamo ripetere l’errore ed aspettarci che dopo scontri sanguinosi che hanno spaccato il paese, i Libici si siedano subito attorno ad un tavolo a discutere serenamente un radioso futuro di pace e democrazia grazie ad una assemblea costituente composta da padri della patria ispirati da principi liberali. Questo non succederà, nell’immediato ci saranno invece le vendette e lotte di potere. Il rischio, neanche tanto remoto, è di finire dalla padella nella brace, così, molto pragmaticamente, dobbiamo solo chiederci se chi domani siederà nella stanza dei bottoni a Tripoli, di chiunque si tratti, sarà in grado di garantire all’Italia almeno alcune cose fondamentali alla nostra stessa sopravvivenza, primo tra tutti il rispetto degli accordi petroliferi che per quaranta anni hanno visto l’Eni protagonista dell’estrazione in quei deserti, poi il controllo delle coste e dei porti libici in funzione di argine all’emigrazione incontrollata dell’intero continente sub-sahariano verso Lampedusa e la stabilità di quell’area mediterranea in chiave anti terroristica.

La buona notizia è che l’Italia pare godere di una certa simpatia da parte dell’opinione pubblica e soprattutto da parte di almeno alcuni degli uomini che a breve potrebbero ritrovarsi a guidare il paese. Non è una coincidenza che molte delle defezioni che hanno minato il campo lealista siano state pianificate a Roma e portate a termine con l’aiuto dei nostri 007, il cui ruolo nella caduta del regime è stato tutt’altro che secondario. In teoria saremmo in pole position rispetto agli altri europei nella gara alla firma di accordi energetici e politici, tuttavia la cautela è imperativa.

La verità è che non solo ancora non sappiamo dove vuole andare la nuova Libia, ma neanche sappiamo se possiamo fidarci davvero dei nuovi interlocutori, tra i quali vediamo con un certo sgomento esponenti dell’ancien regime che furono protagonisti delle repressioni gheddafiane e altri personaggi di assai dubbia fede democratica. Siamo davvero certi che questi oscuri personaggi siano in grado di portare la Libia verso la democrazia? Siamo sicuri che i rimasugli libici della famigerata brigata mercenaria islamica (che ha compiuto stragi in Iraq agli ordini di Al Qaeda) entrati trionfalmente a Tripoli poche ore fa saranno protagonisti del rinascimento democratico della Libia?

Questi fanatici con lunga esperienza di combattimento all’estero sono la punta di lancia della componente fondamentalista e qaedista che ancora non è riuscita del tutto a “mettere il cappello” sulla rivolta ma che sta già battendo cassa: nella bozza della futura carta costituzionale libica elaborata dal Cnt appare la frase “…l’Islam è la religione e la Sharia la principale sorgente legislativa…” Potranno costoro essere nostri affidabili interlocutori in merito a petrolio, immigrazione e terrorismo? C’è poco da essere ottimisti.

*Università di Trieste, Direttore IISS – Istituto Italiano di Studi Strategici “Nicolò Machiavelli”

Per approfondire:

Sette infografiche sulla Libia
 

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