La Libia un precedente per altre guerre Nato?

La Libia un precedente per altre guerre Nato?

La strategia dovrebbe essere la sintesi di principi universali immutabili nel tempo. Tant’è che ancora oggi nelle scuole militari si considera attuale Sun Tzu, la cui “Arte della Guerra” risale a ben duemilacinquecento anni fa. Eppure quanto vediamo accadere oggi mette in discussione alcune leggi strategiche che si reputavano dogmi validi in ogni tempo ed ogni luogo. A molti di questi dogmi si è ispirata la Nato sin dalla sua nascita nel 1949, ma oggi la gamma dei possibili scenari geo politici e militari è talmente vasta che spesso il pensiero di Sun Tzu, o di Machiavelli o di Montecuccoli non trova il contesto in cui essere applicato.

All’alba del terzo millennio nuove minacce e nuovi nemici sono apparsi a impensierire gli strateghi della Nato, spesso mettendo a nudo l’inadeguatezza della risposta militare tradizionale, concepita in epoche in cui a confrontarsi erano due armate il cui obbiettivo era il reciproco annientamento. Oggi la guerra non è più una questione tra eserciti e gli strumenti a disposizione del combattente (l’insurgent, il terrorista o il rivoluzionario) sono innovativi, originali e inaspettati. Chi poteva mai nell’ormai lontanissimo ’49 immaginare che sessanta anni dopo le rivoluzioni avrebbero viaggiato in rete? Chi all’epoca di Stalin e Eisenhower poteva prevedere che il nemico del futuro sarebbe diventato un combattente elusivo disposto a farsi esplodere nel cuore delle loro città più importanti?

In aggiunta la mutevolezza degli scenari politici e delle alleanze diplomatiche rendono l’elaborazione di una strategia coerente una faccenda che rischia di sfiorare la divinazione, nella incapacità di allestire una risposta adeguata ad ogni sviluppo nei rapporti tra nazioni. Per esempio la situazione di queste ore in Nord Africa o in Siria richiederebbe da parte della Nato una linea politica e militare condivisa e coerente, eppure assistiamo a reazioni non omogenee: da una parte un sofferto intervento in Libia (con mille spaccature all’interno dell’Alleanza Atlantica) e dall’altra un attendismo che sconfessa le ragioni dell’attacco a Gheddafi. In sostanza restiamo alla finestra in attesa di vedere cosa succede a Damasco. Ma questa non può essere la dottrina della Nato, soprattutto in ragione del suo ruolo, ormai sancito, di “braccio armato” delle Nazioni Unite, di strumento di intervento umanitario oltreché politico e strategico. Se la Nato non sa cosa fare, o peggio, non vuole fare, l’Onu viene privata di uno strumento vitale alla espressione della volontà del consesso delle nazioni, alla efficacia del suo impegno di equilibratore o risolutore delle controversie internazionali.

Molti sono i temi su cui l’Alleanza dovrebbe elaborare una linea strategica condivisa da tutti i membri e funzionale al suo ruolo, ad esempio, dovrebbe decidere se stare al fianco di regimi discutibili come quello saudita o yemenita o se schierarsi con chi li vuole abbattere, bisogna che capisca cosa è lecito aspettarsi sul fronte terroristico e quali debbano essere le eventuali contromisure nell’eventualità di un colpo di coda qaedista post Bin Laden. Bisogna che a Bruxelles (sede della Nato) siano pronti a da farsi sia che la Siria venga lasciata a sé stessa o che l’Onu decida di intervenire ed è necessario infine decidere cosa fare in Afghanistan, ora che il motivo che ha condotto alla sua invasione è stato eliminato dai Navy Seal e che entro il 2014 la sicurezza del paese dovrebbe essere lasciata nelle mani poco idonee dell’esercito regolare e della polizia locali.

Prendiamo il rapporto della Nato col Pakistan: questa nazione di 180 milioni di abitanti occupa una posizione cruciale in funzione della lotta al terrorismo, oggi uno delle principali preoccupazioni degli eserciti euro-americani. Si tratta di una paese che possiede testate atomiche e il timore che il dito sul pulsante di sparo possa un giorno essere quello di elementi filo talebani anti-occidentali è motivo per esercitare particolare vigilanza e per aver pronto un piano d’azione anche preventivo. Come deve porsi lo strumento militare dell’Occidente nei confronti di questa plausibile minaccia? Sarebbe, come suggerito da qualcuno, auspicabile che l’India stessa divenisse membro della Nato in funzione di deterrenza nei confronti di chi a Karachi vorrebbe lanciare una bomba nucleare sul vicino? Se i talebani e il loro alleato Al Qaeda riuscissero a prendere il potere, cosa dovrebbe fare l’Occidente? Sarebbe accettabile ricorrere alla rischiosissima e impopolare dottrina della guerra preventiva di bushiana memoria?

La via della diplomazia che fallì con l’appeasement di Chamberlain negli anni ’30 potrebbe scongiurare un intervento della Nato in un paese con armamento nucleare in mano ai nemici giurati dell’Occidente? Ancora una volta la linea che separa il diritto all’autodeterminazione dei popoli e la sovranità delle nazioni dalla tutela della pace e dei diritti dell’uomo è molto sottile. Linea che non abbiamo esitato a varcare in Libia. Il mondo è intervenuto usando la Nato per proteggere la popolazione civile, ma per molti si è trattato di una ingerenza bella e buona negli affari interni di quel paese. Sorge il dubbio si sia trattato di un precedente che occorreva creare per giustificare futuri interventi in altri paesi, un pratico ombrello sotto il quale riparare in futuro anche missioni militari in qualche paese del Golfo o in Siria o, chissà, in Pakistan.

In realtà l’aspetto legato al diritto internazionale e alla opportunità di esportare democrazia e sicurezza sulla punta della baionetta sono solo alcune delle facce che rendono critico l’impiego della Nato. Oggi ci sono triviali considerazioni economiche che impediscono ai paesi membri di prendere in considerazione legittime e eticamente apprezzabili missioni di peace enforcing, peace keeping o nation building. Tutti i paesi Nato sono alle prese con una crisi che impone la ridefinizione degli obbiettivi e delle priorità. Anche per gli Stati Uniti, da sempre la colonna portante dell’intera architettura Nato. Oggi solo 5 dei 28 alleati atlantici eccedono, per la difesa, la spesa minima concordata del 2% del Pil (Usa, Francia, Gran Bretagna, Grecia e Albania).

L’intera l’Europa spende nel settore difesa circa 300 miliardi di dollari, ovvero meno di metà degli Stati Uniti. Alcuni membri del Congresso e opinionisti Usa sostengono che con i soldi risparmiati nel settore militare grazie all’impegno Usa, i paesi europei si pagano la sanità gratis per tutti, un lusso che gli americani non possono permettersi. E la situazione non appare destinata a cambiare. Michael O’Hanlon, esperto militare del think tank democratico Brookings Institutions, ha preso in esame un eventuale taglio di 60 miliardi di dollari (circa il 10% del budget) entro il 2017), ma ha ammesso che si tratterebbe di un’iniziativa molto rischiosa: con un budget così risicato, gli Stati Uniti non potrebbero essere presenti in forza in più di una campagna bellica per volta. Potrebbe la Nato sopravvivere senza la dominanza della macchina militare degli Usa?

«Nel 2001» ha detto Robert Gates, l’ex Segretario alla Difesa americano «gli Stati Uniti si facevano carico del 50% delle spese Nato, ora sono al 75%». Ma non è solo una questione di supremazia militare. È opinione diffusa in America che il taglio del 10-15% sugli investimenti militari eroderebbe anche la leadership tecnologica degli Usa. Decine di università e di centri di eccellenza che ricevono ogni anno miliardi di dollari per ricerche di frontiera sottoscrivono questi timori. Per la ricerca americana difesa vuol dire libertà di azione e risorse finanziarie. In definitiva scopriamo che la Nato col suo maggiore contribuente esiste oggi non solo per evitare che Golfo, Siria, Africa o Pakistan diventino il prossimo paradiso di chi complotta attentati, ma è anche fattore di crescita in settori strategici e di mantenimento della leadership tecnologica e scientifica dell’Occidente su economie emergenti con grande capacità di crescita nei comparti più avanzati, prima tra tutte la Cina.

Naturalmente Sun Tzu non poteva immaginare le implicazioni economiche che oggi la strategia deve tenere in considerazione, ma neanche poteva immaginare che una alleanza militare potesse mai raggiungere le dimensioni della Nato, ormai salita a ben 28 membri, un numero davvero enorme di “associati” che diventa sempre più difficile mettere d’accordo, come sempre succede quando sono troppe teste a decidere. Il rischio paralisi non è dietro l’angolo, grazie alla struttura gerarchica di stampo militare, ma crea un certo disagio il pensiero che la Nato potrebbe finire per soffrire di tutti i mali di cui soffre l’Unione Europea. Una assemblea troppo affollata dove anche paesi insignificanti sotto il profilo economico, demografico e geografico sono in grado di paralizzare l’istituzione con veti incrociati o ostruzionismo parlamentare. Questo tipo di impasse non pare per ora minacciare il Patto Atlantico, ma ad un prezzo: qualcuno ambisce ad avere la leadership non tanto in termini di poltrone, ma quanto in termini di impostazione delle strategie e di dottrina di impiego di questa che resta la più impressionante forza militare del pianeta.

L’intervento in Libia ne è un luminoso esempio: l’intera alleanza è “rotolata” dietro la Francia e la Gran Bretagna in una missione militare che la maggioranza dei membri non voleva o che considerava non adeguata. La campagna aerea è durata ben più del previsto, Gheddafi è ancora uccel di bosco e molti in Occidente ancora avanzano riserve sulla affidabilità del Governo di Transizione in questo momento alla guida del paese. Ciò nonostante siamo andati in guerra con grandissimo sacrificio dei contribuenti in ossequio alle smanie neo-napoleoniche di Sarkozy e dell’immancabile bellicosità britannica, due nazioni e prominenti membri fondatori della Nato in evidentemente interessate ad assumerne la leadership ora che gli Usa appaiono, per ragioni economiche quanto politiche, sempre meno interessati a farsi carico dei problemi di sicurezza europei.

Siamo dunque in un momento storico importantissimo per la Nato, il suo futuro non è roseo, sia perché la crisi economica ne riduce drasticamente l’operatività, ma anche perché c’è il rischio concreto di non riuscire ad elaborare strategie utili per il suo futuro e per la sua sopravvivenza. Passata nel dimenticatoio della storia la minaccia sovietica (vero e unico potente collante tra i primi membri dell’Alleanza) c’è ora la ricerca di una nuova vocazione, resa difficile dalla pressoché impossibile identificazione di un nemico comune a tutti gli ormai numerosissimi membri dell’Organizzazione. Né il ruolo di braccio militare dell’Onu pare soddisfare a fronte di grandi minacce. Alla fine il quesito resta: fino a dove il diritto dei paesi Nato all’autodifesa può spingersi? Possiamo colpire i terroristi solo quando sono a casa nostra o la Nato può colpirli anche quando sono ad addestrarsi decine di migliaia di chilometri da noi? Da un punto di vista etico a queste domande è difficile rispondere, ma una leadership responsabile non avrebbe dubbi di sorta: spesso etica e pragmatismo non viaggiano sullo stesso binario e la Nato resta ancora l’unico strumento adatto a perseguire una eventuale politica preventiva. 

*professore di studi strategici presso università di Trieste, direttore scientifico Iiss-istituto italiano di studi strategici

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