La Siria non è la Libia, non possiamo intervenire coi militari

La Siria non è la Libia, non possiamo intervenire coi militari

Fino a solo poco tempo fa, la Siria era per l’Occidente e per Israele un elemento di stabilità nel panorama politico del Medio Oriente. Nel senso che questa nazione, retta col pugno di ferro dal 1970 da Hafiz al-Assad e poi dal 2000 da suo figlio Bashar al-Assad, nel bene e nel male ha rappresentato una costante nelle relazioni tra queste nazioni: sapevamo cosa la Siria voleva e cosa faceva. Sapevamo in sostanza cosa aspettarci da una leadership sempre coerente ed attivissima nel finanziare gruppi terroristici di varia matrice, nel fornire armi alle milizie palestinesi e nel fomentare disordini ed instabilità ovunque in Medio Oriente. Un nemico giurato di Israele le cui mosse erano però prevedibili.

Tuttavia nel 2000 il passaggio del potere nelle mani del giovane Bashar ha fatto sperare in un miglioramento nei rapporti con Tel Aviv e più in generale nelle relazioni diplomatiche con il blocco euro-americano. Il nuovo capo del governo di Damasco, educato in Occidente e che parla fluentemente inglese, è sembrato poter essere l’uomo giusto per traghettare quel paese verso un sistema democratico meno bellicoso, più dedito alla modernizzazione del paese e al benessere della popolazione che non a finanziare mestatori professionali in Palestina e nella Striscia di Gaza. Si è sperato di mandare in pensione l’immagine della Siria di “Grande Vecchio” del terrorismo internazionale e di vedere nascere una diversa forma di governo con la quale finalmente poter dialogare.

Le premesse c’erano: sappiamo per esperienza personale che in certi periodi dell’anno a Damasco era impossibile trovare una camera d’albergo, a causa della foltissima presenza di delegazioni e di imprenditori statunitensi nella capitale. Non più tardi di due anni fa il dinamico Bashar era un leader amato, che aveva aperto ai mercati occidentali e che aveva addirittura imposto all’imprenditoria privata di pagare stipendi più alti. A Damasco si respirava una nuova aria, mentre la vita notturna rifioriva alimentata dalle molte nuove discoteche. Ma qualcosa non ha funzionato, il giovane e popolare Bashar, sul quale l’Occidente molto aveva puntato, è diventato nel giro di pochi mesi il capo di una brutale repressione che sta insanguinando le strade delle principali città siriane. A questo punto possiamo dire che il mito della Siria paese granitico e lineare nella sua condotta è crollato e il suo futuro appare alquanto incerto ed oscuro. Se il regime dovesse cadere una delle ipotesi è vedere il paese avviarsi verso la sua “libanizzazione”, anche se, sospettiamo, il governo di Assad potrebbe ancora sopravvivere a lungo ai moti di piazza, nonostante questi siano abbondantemente supportati e finanziati dai molti che ben vedono un cambio di regime: Stati Uniti, una parte degli israeliani e molto probabilmente servizi di paesi del Golfo. Certamente il governo è ora debolissimo, soprattutto perché la stessa minoranza sciita alauita (alla quale appartiene la famiglia di Assad e l’intera dirigenza siriana) si è spaccata, addirittura finendo in parte per allearsi con i contestatori sunniti (70% della popolazione). Solo la divisione degli aluiti potrebbe determinare il crollo di Assad.

In questo marasma l’Occidente resta a guardare, a fianco alla Russia, insolitamente parca di proclami pro-Assad, sempre molto tempestivi ai tempi dell’Unione Sovietica. I rapporti tra Mosca e Damasco restano tuttavia ottimi, anche perché in ballo resta il progetto di una base navale a Tartus, secondo un accordo che dovrebbe fornire alla Marina russa entro il 2013 una attrezzatissima base navale. Nato e Onu intanto subisco l’accusa di doppiopesismo perché l’opinione pubblica mondiale non riesce a spiegarsi per quale ragione in Libia si è intervenuti prestissimo e con grande dispiegamento di mezzi per aiutare i rivoltosi e in Siria non si faccia la stessa cosa, lasciando chi protesta in balia delle cannonate del regime. Gheddafi “beneficia” di una risoluzione dell’Onu e addirittura finisce inquisito dalla Corte Penale Internazionale, il truculento Assad invece incorre in poche ridicole sanzioni economiche. Un intervento militare sarebbe tecnicamente possibile, ma un lungo elenco di ragioni impedisce questa opzione, prima tra tutte quella che l’esercito siriano non è lo scalcagnato esercito libico, è dotato di armi che possono arrivare a colpire Israele, Cipro, Iraq, Turchia e altri Paesi dell’area (missili balistici SS-21 e Scud D armati di testate chimiche e biologiche con un raggio d’azione compreso tra 150 e 750 chilometri). Ma soprattutto la situazione economica in Europa e la debolezza politica di Obama impediscono di mettere in campo le risorse necessarie. Senza contare la prevedibile opposizione di Russia e Cina.

Per concludere lo stesso Israele è assai poco entusiasta di questa opzione, per la ragione citata in apertura: al prevedibile e familiare governo di Assad potrebbe seguire un regime ancora più ostile e meno prevedibile. Col che, paradossalmente, in questo momento storico, Israele si ritrova ad essere il migliore alleato del governo siriano, assieme ad un benevolo Iran, assai poco critico nei confronti di Assad. Ecco allora il dittatore proseguire indisturbato nella sua opera repressiva, ben lungi dall’accordare anche al 70% sunnita una fetta di potere. Mentre risponde a verità che il contagio libertario delle rivoluzioni maghrebine ha finito per scuotere anche l’opposizione interna siriana, resta il sospetto che dietro a chi protesta ci siano forze che stanno sfruttando la situazione con un certo cinismo, considerato che gli oppositori siriani, al contrario di quelli libici, non sono milizie armate, in qualche modo organizzate militarmente, ma civili puri, disarmati, disponibili a farsi prendere a cannonate persino dalle navi (come a Latakia) senza sparare.

Non è semplice identificare questi “burattinai”, ma appare singolare che l’opposizione non sia ancora collassata dopo mesi e mesi di sparatorie a senso unico, di arresti e di torture. In senso lato la situazione ante ribellione faceva comodo a noi, agli Usa e perfino ad Israele, tutti ottimisticamente in attesa di vedere Assad diventare finalmente un interlocutore politico col quale discutere accettabili assetti del Medio Oriente. Oggi viceversa forze oscure e che sfuggono al controllo dei propri governi, lavorano attivamente per minare la stabilità del regime, ormai un ricordo del passato. Onu, Nato e Ue, messa da parte l’opzione militare possono solo restare a guardare pregando che non accada il peggio, ovvero che la Siria finisca per diventare una ennesima area di esplosiva instabilità come il Libano, dove, tra l’altro, sarebbe assai più difficile per noi inserire una forza di pacificazione come quella che stiamo mantenendo laggiù.

Altre opzioni non ne esistono, se non il mantenimento di canali diplomatici che in qualche modo aiutino Assad a riproporsi in chiave molto diversa alla propria popolazione, eventualmente consigliandolo a maggiori concessioni o alla formazione di un governo di unità nazionale all’interno del quale potrebbe continuare ad avere un ruolo.

*Università di Trieste, Direttore IISS – Istituto Italiano di Studi Strategici “Nicolò Machiavelli”

Per approfondire:

La nostra infografica sui primi mesi delle rivolte in Siria