Natoli, ritratto di un Giudice che non divide il mondo in bianco e nero

Natoli, ritratto di un Giudice che non divide il mondo in bianco e nero

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Il terzo libro pubblicato dall’ex giudice Antonio Bassarelli – Per questi motivi, Diabasis, 2010 – accende un faro romanzesco sulla vita interiore del magistrato siciliano Pietro Natoli – afflitto dalla noia dell’esistenza e dal male di vivere. Dopo La trovatura (originariamente del 1972, poi ripubblicato da Diabasis nel 2008) e i racconti Di Elena e dell’ombra (Diabasis, 2006), Bassarelli torna alla narrazione, per illustrare il progressivo sfarinamento di una vita dedicata all’individuazione della verità giudiziaria e alla tutela della giustizia.
All’apparenza Natoli ha un’esistenza ordinata: una moglie devota, Lina; un figlio, Giorgio, tentato dall’aria contestatrice che si respira nel Paese (siamo negli anni ’70); una figlia piccola, Michela, destinataria delle tenerezze di famiglia. Il lavoro di sostituto procuratore, vissuto ormai senza slancio, pone il protagonista a contatto con un’umanità estremamente varia, eppure incapace di motivare chi, appesantito dalla disillusione, la incontra ogni giorno. Sfilano così, davanti a lui, i colleghi, i questuanti queruli e insistenti della giornata, i testimoni di un omicidio, gli amici di lunga data, un’amante.

Natoli, rispetto al fare e al vivere, mostra dapprima delle perplessità, poi uno scetticismo sempre più marcato, infine un doloroso disgusto che travolge tutto e tutti. Allergico alla mondanità in cui si trova coinvolto, egli vi prende parte per inerzia, deplorando la vuotezza dell’interloquire degli altri e l’inanità delle proprie parole. Queste ultime, sotto i colpi sferzanti d’un dubbio senza pace, dismettono grado a grado la loro funzione denotativa, e fanno scivolare Natoli dalla malinconia alla bizzarria filosofica, sino alla formulazione di non sensi verbali, di insalate linguistiche degne di un Cappellaio Matto.
Se la giustizia, nelle aule di tribunale, non può essere considerata un’entità puramente astratta, dal momento che sia chi giudica, sia chi viene giudicato, ne finisce per incarnare le istanze e le conseguenze, il sostituto procuratore di Bassarelli mostra tutta la fragilità dell’individuo in carne e ossa, che quell’idea di giustizia è chiamato a impersonare.
Fulvio Panzeri, su Avvenire, non senza ragione ha definito il romanzo di Bassarelli un’«aspra indagine morale», poiché Natoli avverte in maniera acuta l’infondatezza del proprio ruolo e l’angoscia che coglie ogni moralista degno di questo nome. Tuttavia, lo sguardo di Bassarelli è anche clinico e metafisico: il male del magistrato non è sempre identico a sé, ma subisce di pagina in pagina un’evoluzione, fino ad assumere delle dimensioni cosmiche, tali da mettere in croce il mondo e il senso ultimo delle cose, la Verità e il Bene, non solo la stupidità degli uomini. Soccombendo innanzi a un compito troppo esigente – in termini di convinzione e di partecipazione personale – Pietro Natoli è l’attore di un dramma che investe la concezione della giustizia.

La filosofa americana Martha Nussbaum – La fragilità del bene (1986-2001, in italiano per Il Mulino) – ha portato da tempo l’attenzione sull’importanza dell’eudaimonia greca e delle emozioni, della pienezza e della felicità integralmente umane, per la determinazione di una vita buona. Il pensiero di Nussbaum è spesso citato, infatti, come correttivo o come alternativa a una concezione proceduralista e formale della giustizia (segnatamente a quella di John Rawls, Una Teoria della giustizia, 1971, in italiano per Feltrinelli). Sulla scorta di studi svolti con l’economista Amartya Sen, Nussbaum si è poi concentrata sulle sviluppo delle capacità umane (human capabilities) – come la possibilità di condurre una vita in salute – che consentono agli individui di mantenere una condotta etica all’altezza di una concezione della giustizia di per sé troppo astratta e forse ineseguibile.
La scrittura di Bassarelli, d’altra parte, rivolgendosi a chi incarna quotidianamente la tensione verso il Bene, umanizza la figura del magistrato, al punto da renderlo partecipe, sino alla follia, della vulnerabilità umana. Nussbaum svolge un’operazione analoga, allorché rivaluta l’incidenza del caso nei tragici greci e delle virtù tra loro anche confliggenti in Aristotele, di contro all’autocrazia del valore in Platone, il quale finisce per astrarre il valore stesso dall’orizzonte intrinsecamente mortale dell’umano.

Bassarelli, utilizzando l’immaginazione narrativa e presumibilmente i ricordi di una vita spesa in tribunale, porta però l’anti-platonismo della vita buona sino alle più radicali conseguenze, abbracciando quello spaesamento relativista, che Nussbaum tiene sempre a bada con la riflessione critica, e con una visione sostantiva e universalistica delle virtù.
L’autore siciliano scalza così dal suo piedistallo il severo tribunale della ragione, per proiettarlo in un precipizio dialettico, ove ragione e sragione si confondono, come accade a tutti i mortali, ovvero a chi non può non patire l’estrema vulnerabilità della vita felice.
Per questi motivi – tale è la formula con cui in tribunale il giudice dà lettura delle motivazioni di una sentenza – appare dunque come il giudizio senza appello che un uomo di legge dà di se stesso, facendo spietatamente a meno d’ogni possibile giustificazione e d’ogni scusante consolatoria.

Antonio Bassarelli, Per questi motivi, Diabasis, Reggio Emilia 2010, pp. 232, euro 16.