Banca Monte Parma, un laboratorio per i tagli di Intesa

Banca Monte Parma, un laboratorio per i tagli di Intesa

Un laboratorio. A Banca Monte Parma interpretano così i 100 esuberi (su 600 dipendenti) proposti dalla futura capogruppo Intesa Sanpaolo, che circa un anno fa si è impegnata a rilevare il controllo dell’istituto emiliano. Qualche settimana fa, il gruppo guidato dal banchiere Corrado Passera ha annunciato ai sindacati il suo obiettivo: risparmiare 14 milioni di euro su “Banca Monte”, come la chiamano dipendenti e clienti. Risparmi che andranno realizzati soprattutto sulla forza-lavoro, passando poi per l’accentramento a Milano e a Torino degli uffici centrali, come la ragioneria o l’ufficio personale. La cura dimagrante, spiegano a Palazzo Sanvitale, sede dell’istituto parmigiano, potrebbe diventare un modello anche per le altre controllate afferenti alla “Banca dei Territori”, la divisione di Intesa che raggruppa, come si legge nel piano industriale 2011-2013/2015, 6mila filiali, 11 milioni di clienti e il 16,6% delle quote di mercato italiano. Un tema che fa drizzare le antenne ai sindacati: secondo i calcoli de Linkiesta, i potenziali esuberi in Italia sono 80mila, su 320mila occupati del settore. 

È stata perciò avviata la procedura contrattuale di riorganizzazione, che si dovrebbe concludere il prossimo 15 novembre. I sindacati sono scesi in piazza più volte contro i licenziamenti. Certo, non si aspettavano che finisse così il blitz dell’ottobre 2010, quando, sorpassando in curva la Bpm, Intesa si aggiudicò il 51% di Banca Monte Parma, ceduto dalla Fondazione omonima per 158 milioni di euro sotto la regia di Carlo Salvatori, allora presidente del Monte, banchiere di lungo corso ora alla guida di Lazard Italia. L’operazione torna utile a Intesa per migliorare la copertura sul territorio: «Banca Monte opera in due province ricche dove non eravamo presenti»,  disse all’epoca il consigliere delegato Corrado Passera. Nelle due province in questione, cioè Parma e Piacenza, il gruppo Cariparma-Friuladria, ceduto da Intesa a Crédit Agricole, è il primo operatore bancario. L’accordo fra Intesa e la fondazione è stato avallato dall’Antitrust lo scorso marzo, a patto che entro il 15 luglio venisse chiuso il procedimento di inottemperanza proprio nei confronti di Intesa e Crédit Agricole, che continuava a detenere il 4,79% di Intesa.

La questione si è risolta il 13 luglio scorso: l’istituto francese ha ceduto il suo pacchetto in Intesa alla piattaforma elettronica Clearstream, controllata dalla Borsa di Francoforte. Il 25 ottobre, la banca presieduta da Giovanni Bazoli ha superato la soglia del 60% delle quote di Monte Parma, concludendo un aumento di capitale di 187,7 milioni di euro, di cui 86,8 imputati a capitale sociale e 100,9 a sovrapprezzo, con closing previsto per il 31 marzo del 2012. Intanto la fondazione non ha ancora incassato il dovuto: il prezzo di 158 milioni è soggetto infatti a variazione sulla base dell’esito di una verifica sui conti (due diligence) di Banca Monte. Queste procedure, per la verità, sono terminate lo scorso 28 luglio, data in cui Carlo Berselli è stato nominato direttore generale, anche se il vero dominus è Giuseppe Feliziani, direttore dell’area Emilia-Romagna, Abruzzo e Molise della divisione Banca dei Territori. 

Tuttavia pare che nessuno sappia con certezza l’ammontare delle sofferenze e degli incagli in Monte Parma. Non per niente, alla presidenza è stato nominato Flavio Venturini, ex chief lending officer (Clo) di Intesa. Il manager si occupa delle politiche di gestione del rischio di credito: un curriculum che evidenzia come la preoccupazione sullo stato di salute finanziaria della controllata sia proprio il portafoglio crediti. L’istituto, infatti, ha chiuso la prima metà del 2011 con un rosso di 47 milioni di euro, 60 milioni di perdite nel 2010. 

Questi numeri risentono della gestione esuberante dei finanziamenti da parte dell’ex presidente Alberto Guareschi e del direttore generale Roberto Menchetti, ai quali Bankitalia ha comminato rispettivamente una multa da 60 e 50mila euro. Tra le varie erogazioni, oltre a Mariella Burani e la società casearia Medeghini (appartengono alla storia, invece, quelle a Parmalat), spiccano 14 milioni di euro destinati a una società vicina al Comune di Parma, municipio in rosso per 600 milioni di euro, come è emerso dopo le dimissioni del sindaco Vignali. Insomma, obiettano i sindacati, i lavoratori sarebbero null’altro che parte lesa. Tanto che le organizzazioni sarebbero pronte a un’azione di responsabilità nei confronti del precedente top management, in attesa dell’esito dei negoziati sugli esuberi e del taglio dei premi economici destinati ai dipendenti. Nello stesso tempo, non si può non rilevare il peso dei costi del personale all’interno del gruppo.

Ragionando in termini finanziari, il cost/income ratio è una misura che definisce l’efficienza gestionale di una banca, e si ottiene rapportando i costi operativi al margine d’intermediazione. Di tutte le banche locali sotto l’ombrello di Banca dei Territori, Monte Parma – per numero di sportelli, 67, e personale, 587 occupati – è comparabile alla Cassa di risparmio di Venezia e alla Banca di Trento e Bolzano (vedi tabella sopra). Il costo del personale dell’istituto parmigiano incide sul 52,8% del margine d’intermediazione, percentuale più elevata rispetto al 40% di Venezia e al 46% di Trento e Bolzano. Stesso discorso sugli sportelli: il costo annuo di una filiale è di 647.330 euro a Venezia, 411.860 a Bolzano e 575.690 a Parma. Facendo un passo ulteriore, considerando cioè un costo medio di 67mila euro l’anno a dipendente, il Monte costa rispettivamente 9,1 e 5 milioni di euro in più l’anno rispetto a CariVe e Banca di Trento e Bolzano. I ricavi, detta in altre parole, sono troppo deboli rispetto alle altre due sorelle del gruppo.

Le sigle sindacali, peraltro, stanno insistendo per un piano industriale specifico riferito a Monte Parma, ma non hanno ricevuto alcuna risposta. Dalla capogruppo ribadiscono la volontà di chiudere la procedura con i sindacati entro un mese, ma fanno notare che non esiste un piano relativo al Monte, oltre al piano industriale della divisione “Banca dei Territori”. Al netto dei prepensionamenti verrebbero licenziate 40 persone, senza nessuna possibilità di inserimento in altre filiali – a dispetto del piano concordato in estate. Il suggerimento dei sindacati è di spostarli nel centro di back office di Intesa, uno dei più grandi del gruppo, che tra l’altro ha sede a Parma. 

Nel piano industriale di Intesa, la Banca dei Territori fa la parte del leone. Al 2013, prevede un aumento dei ricavi del 5,7%, con proventi operativi netti pari a 11,9 miliardi di euro, risultato netto a quota 2,8 miliardi di euro e cost/income al 48,7 per cento. Non solo: la clientela retail (con le Pmi) pesa per il 60% dei ricavi del gruppo. Aumentarli ulteriormente è un’altra leva per migliorare la performance di Monte Parma. A meno che non si tratti davvero di un laboratorio, non solo per Intesa, ma anche per l’intero sistema bancario italiano. Quaranta persone sembrano poche, ma è pur sempre un inizio. 

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

La foto è tratta dall’album di Francesca Kekka Olivetti