La fiducia al governo non rassicura i mercati finanziari

La fiducia al governo non rassicura i mercati finanziari

Archiviato il voto di fiducia, per il Governo di Silvio Berlusconi i problemi continuano. La percezione che i mercati finanziari hanno nei confronti dell’Italia non cambia dopo il risultato politico di oggi. Anzi. Secondo il colosso bancario britannico Barclays questo è «un voto di fiducia che non ripristina la fiducia stessa». Analogo il giudizio di diverse altre istituzioni finanziarie europee e statunitensi, fortemente critiche. E non devono far gridare al miracolo le performance dei listini azionari di Borsa Italiana. È vero che il presidente del Consiglio ha vinto una battaglia, ma è chiaro a chiunque che questa sia stata più personale che altro. I problemi dell’Italia, a cominciare dall’anemica crescita economica e dall’enorme debito pubblico, non scompaiono. La fiducia degli investitori verso l’Italia è sempre più bassa.

«I problemi restano». Così una nota di Goldman Sachs ha chiuso la porta a ogni giudizio positivo sul voto di fiducia odierno. L’impasse nel programma di riforme strutturali rischia di peggiorare ancor di più la credibilità italiana al di fuori dei confini nazionali. Il prossimo passo sarà quel del decreto sviluppo, anche se l’incertezza regna sovrana. «Sono troppe le versioni del pacchetto di misure per la crescita reale del Prodotto interno lordo (Pil) italiano, non è possibile valutare cosa succederà», sottolinea a Linkiesta il gestore di un fondo hedge global macro di Lugano.

A essere intimoriti dallo scenario italiano ci sono anche diverse istituzioni finanziarie. Come ha riportato oggi il quotidiano olandese Het Financieele Dagblad, «negli ultimi tre mesi il fondo PGGM ha venduto i titoli di Stato italiani che aveva in portafoglio». Lo ha dichiarato il capo della divisione investimenti di PGGM, Jac Kragt, spiegando che la scelta è stata motivata da una precisa richiesta dal maggiore cliente della società, il fondo pensione Stichting pensioenfonds zorg en welzijn (Pfzw), un colosso da 85 miliardi di euro di asset. Sono così stati venduti titoli di Stato italiani per 1,9 miliardi di euro. «Non erano più considerati sicuri», ha detto Kragt.

La reazione dei mercati secondari non è stata meno rilevante. Lo spread fra titoli di Stato italiani, i Btp, e quelli tedeschi, i Bund, si è leggermente contratto una volta arrivata la conferma della vittoria del Governo Berlusconi. Tuttavia, la ragione non è tanto da imputare a una riduzione del rendimento del Btp decennale italiano, bensì a un rialzo di quello relativo al Bund tedesco. Infatti, il bond di Roma ha sempre un rendimento superiore al 5,81%, mentre quello tedesco si è avvicinato a quota 2,20 per cento. Anche oggi la Bce ha comprato titoli di Stato italiani e spagnoli nel tentativo di calmierare l’incertezza, ma uno studio di Vincenzo Albano, analista di Reuters Insider, ha evidenziato quello che è stato definito «l’effetto Bce». Dal 7 agosto scorso a oggi l’istituzione di Francoforte ha agito attivamente in sostegno dell’Italia acquistando bond tramite il suo Securities markets programme (Smp), cercando di stabilizzare la situazione. Senza questo genere di supporto il rendimento dei Btp italiani «sarebbe superiore di 90/100 punti base». Vale a dire che il rendimento sarebbe, almeno, del 6,70 per cento. Troppo per essere sostenibile dal nostro Paese. Infatti, come aveva sottolineato a metà luglio la banca statunitense Goldman Sachs, «la soglia oltre la quale il rifinanziamento del debito italiano diventa insostenibile è quota 7%». Considerando che il programma Smp della Banca centrale europea, a detta del suo presidente attuale Jean-Claude Trichet, «è del tutto straordinario e provvisorio», lo scenario che si staglia di fronte all’Italia non è dei più rosei.

Il nervosismo non si è verificato solo sul mercato obbligazionario, ma anche in quello dei derivati di credito. I Credit default swap sul debito italiano, cioè gli strumenti finanziari che immunizzano un investitore dal fallimento di un asset, hanno toccato il massimo da una settimana a quota 453 punti base. Ciò significa che per assicurare un titolo di Stato quinquennale del valore di 10 miliardi di dollari bisogna spendere 453mila dollari l’anno. L’escalation dei Cds sull’Italia si è verificata negli ultimi due giorni, dato che l’11 ottobre scorso era a quota 422 punti base. Il vento non è cambiato nemmeno dopo il voto, come hanno dimostrato i grafici di Markit. Anche in questo caso, ciò che manca è proprio la fiducia. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

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